Il caso di un'azienda ticinese

A poche settimane dalla votazione del 18 maggio sull’introduzione di un salario minimo legale, la testimonianza di due lavoratrici stufe di essere sfruttate dalla loro datrice di lavoro, con paghe attorno ai 1.000 franchi lordi al mese per un tempo pieno. Succede in Ticino, alla T Communication Swiss Sa di Cadempino.

 

Dange lavorava come esterna per T Communication Swiss Sa dal 2012 in veste di grafica pubblicitaria e nel 2013 le è stato offerto di diventare una dipendente della ditta: «Ero appena arrivata in Italia dalla Lituania, non conoscevo le condizioni salariali in Svizzera e nemmeno tanto bene la lingua, così ho firmato un contratto a tempo indeterminato al 70 per cento che prevedeva un salario di 700 franchi al mese come grafica pubblicitaria», spiega Dange, che nel frattempo ha smesso di lavorare per questa ditta.


Ad un certo punto è arrivato un grosso cliente e l’incarico di occuparsene è stato affidato proprio a lei, con la promessa iniziale di un salario di 1.300 franchi al mese, poi ritrattati a 1.000 perché la ditta non poteva per il momento permettersi di pagarla di più: «Lavoravo da sola al progetto, assumendomi tutte le responsabilità di gestione, compreso il coordinamento delle hostess e delle loro buste paga. Questo ha voluto dire lavorare al cento per cento e fare molti straordinari: dovevo sempre essere presente, ma il salario non superava i 1.000 franchi», prosegue. Nonostante le promesse, l’aumento salariale non è mai arrivato. «Ho anche chiesto più volte la mia busta paga, mi serviva per la dichiarazione delle imposte in Lituania, ma non sono ancora riuscita ad averla, così come non risulta vi sia alcun conto intestato a mio nome presso la Cassa cantonale di compensazione Avs», racconta Dange. L’ambiente di lavoro alla T Communication era pesante: «Non sapevamo mai che cosa aspettarci, un attimo prima la signora Audemars (titolare della ditta, ndr) si comportava come se fosse la mia migliore amica, e nel giro di cinque minuti cambiava completamente atteggiamento, diventando scontrosa e incolpandomi per qualsiasi cosa, era molto lunatica».


A gennaio di quest’anno, al rientro dalle vacanze natalizie, la ditta riceve la visita dell’Ispettorato del lavoro: a quel punto Dange e alcuni colleghi si rendono conto che qualcosa non va nei loro contratti di lavoro, e incominciano a rivolgersi ai sindacati per chiedere informazioni sui salari in uso in Svizzera. «Quando ho chiesto spiegazioni sui salari così bassi, la mia ex datrice di lavoro mi ha detto: ma Dange, tu sei stagista qui» anche se sul contratto questo non era specificato e le mansioni che svolgeva (oltre alle responsabilità che era chiamata ad assumersi) erano diverse da quelle di una stagista.


Dange non è l’unica dipendente che riceve un salario da fame: come lei altri colleghi percepiscono attorno ai 1.000 franchi lordi al mese per un tempo pieno, e buona parte di loro sono stranieri. Sorge il sospetto che la datrice di lavoro usi a suo favore la debolezza e la non conoscenza delle condizioni salariali svizzere da parte dei neo-assunti, inventando anche di volta in volta delle “regole” del mercato del lavoro svizzero, per giustificare il suo operato: «Ricordo che una volta una collega voleva licenziarsi, e la titolare le ha detto che allora doveva restituirle il permesso G, perché era di proprietà della ditta», racconta la ex-dipendente.


Dange e la collega Chiara, visti i salari da fame, le promesse mai mantenute di aumenti, i ritmi incalzanti e il clima di lavoro reso difficile dall’atteggiamento della titolare, decidono di licenziarsi, con preavviso di un mese (come stabilito dai rispettivi contratti). Durante questo periodo scrivono anche una e-mail alla datrice di lavoro per comunicarle di essere a conoscenza della condizione di sfruttamento nella quale le ha fatte lavorare fino a quel momento e le chiedono di versar loro la differenza tra quanto effettivamente ricevuto e quanto sarebbe invece spettato loro.


In tutta risposta, il giorno dopo aver inviato la lettera assieme alla collega, Dange viene convocata dalla titolare e dal fiduciario della ditta, le viene consegnata una lettera di licenziamento immediato con la seguente motivazione: «Al fine di non perturbare l’ambiente lavorativo, a seguito della email da lei scritta (...)». Lettera seguita da uno sfogo condito da insulti da parte della titolare, vissuto con grande umiliazione dalla dipendente alla quale è stata soprattutto rimproverata la richiesta di aumento salariale: «Mi ha chiesto con quale coraggio osavo pretendere un aumento, che lei mi aveva dato l’opportunità di fare un lavoro arricchente e che avrei dovuto ringraziarla. Poi ha aggiunto che lei non trae alcun beneficio dalla ditta, perché tutto il guadagno finisce nei nostri stipendi, e non mi ha lasciato aprire bocca».


La titolare della ditta, che piange miseria chiedendo un sacrificio ai suoi dipendenti perché una giovane azienda ha bisogno di tempo per decollare, guida una Porsche Cayenne e ha hobby come il golf, la vela, l’equitazione e i lunghi viaggi per le vacanze. Tutte informazioni facilmente reperibili sul suo profilo facebook.
Tornando alla vicenda, la collega di Dange, Chiara, che ha inviato la stessa identica lettera, rimane invece a lavorare alla T Communication fino allo scadere della disdetta da lei inoltrata, anche perché deve terminare di lavorare a due campagne importanti: una per Orange e una per Ticino Turismo.


Assunta come stagista alcuni mesi prima, al momento dei fatti Chiara beneficiava di un contratto a tempo indeterminato come copywriter a tempo pieno, con un salario di 850 franchi mensili netti. Improvvisamente però la datrice di lavoro incomincia a dirle che il salario è quello perché lei è in stage. «Le ho fatto presente che i sei mesi di stage li avevo terminati e che mi aveva firmato un contratto a tempo indeterminato come copywriter, ma lei continuava a negare, anche con il contratto sotto il naso – racconta Chiara –. Solo quando ho mostrato il contratto al fiduciario e lui le ha detto che era effettivamente così, ha smesso di impuntarsi, ma è sbiancata. Forse ha capito di essere nel torto».


Le due ex-dipendenti della T Communication Swiss si stanno ora chiedendo quali contratti abbia inviato la signora Tanja Audemars all’Ufficio dell’ispettorato del lavoro (che ha dato tempo alla ditta 3 settimane per l’invio della documentazione): «Il dubbio che abbiamo è che abbia contraffatto i contratti trasformandoli in contratti di stage – prosegue Chiara – perché dopo la visita degli ispettori ha continuato a ripeterci che per la ditta noi eravamo lavoratori formati, ma per il mercato svizzero eravamo stagisti, mentre prima non l’aveva mai detto».
Nessuna risposta da parte del’Ispettorato del lavoro su questo punto, nemmeno al sindacato. Dange per il momento non ha ancora ricevuto l’ultimo stipendio, mentre Chiara sì. Molte le domande che le due donne si pongono anche su questa differenza di trattamento, visto che la lettera inviata e che ha scatenato le ire della signora Audemars era la stessa.

 

DIRITTO DI RISPOSTA

In seguito alla pubblicazione dell’articolo “T Comunico che sono solo mille - Un esempio di contratti con salari vergognosi stipulati da una ditta ticinese. La denuncia di due ex dipendenti” sul giornale del 14 marzo 2014 a pagina 4 e sul nostro sito www.areaonline.ch, la direzione dell’azienda, avvalendosi del diritto di risposta ai sensi del Codice civile svizzero, ci ha trasmesso la presa di posizione che segue.
Dal canto suo la redazione di area conferma integralmente la versione dei fatti descritta nell’articolo e risultante dalla documentazione  in suo possesso.
Claudio Carrer, direttore di area

 

La presa di posizione di T Comunication Swiss Sa

«La T Comunication Swiss Sa ha stipulato dei regolari contratti di stage con due stagiste di provenienza estera. Tali contratti rientrano nelle regole d’uso del nostro paese e le interessate erano ben in chiaro di essere assoggettate a un contatto di stage formativo, in quanto non ancora preparate al lavoro pratico e qualificato da svolgere in azienda (una delle due aveva anche difficoltà con l’italiano, mentre l’altra era priva di qualsiasi formazione e/o esperienza nel campo specifico avendo svolto in precedenza tutt’altra attività), e proprio per questo erano seguite, guidate e coordinate nel lavoro dai superiori diretti. Le stesse hanno svolto mansioni in linea con la loro posizione di stagiste e le (poche) ore straordinarie maturate da entrambe nel corso del rapporto lavorativo sono state correttamente recuperate. Nell’ambito delle usuali verifiche effettuate dall’Ispettorato cantonale del lavoro, non sono state riscontrate né anomalie contrattuali né discriminazioni, o sperequazioni salariali di qualsiasi genere verso il personale fisso, con regolare contratto, in organico, né inadempienze per quanto riguarda gli oneri sociali. Sono dunque del tutto prive di fondamento le accuse di “contraffazione” di contratti, rispettivamente di inadempienze riferite ad oneri sociali Avs.
Per massima chiarezza e per un preciso dovere d’informazione anche verso la clientela della società, tanto era dovuto».

Pubblicato il 

12.03.14..

Edizione cartacea

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