L'editoriale

«Il procuratore pubblico Antonio Perugini mette in stato d’accusa dinanzi alla Pretura penale del Canton Ticino Alaimo Lillo, D’Agostino Libero, Pianca Stefano e Guenzi Patrizia ritenuti colpevoli». Il primo, il direttore responsabile del Caffè, ritenuto colpevole di ripetuta diffamazione e di infrazione alla Lf contro la concorrenza sleale; mentre vicedirettore, caporedattore e redattrice del domenicale sono condannati “unicamente” per il secondo capo d’imputazione. Il proclama non è stato affidato all’ultimo degli sbandieratori, ma i quattro decreti d’accusa sono stati diffusi a mezzo stampa direttamente da Fulvio Pelli, presidente della Clinica Sant’Anna, la quale ha sporto querela contro i giornalisti. Una sorta di trofeo da esibire con tanto di commento: “Finalmente”. E che serva da monito a tutta la categoria, aggiungiamo noi, cari giornalisti. Perché ora lo dice il magistrato – accogliendo velocissimamente la denuncia di ex politici che ora siedono nel CdA della clinica – quanta verità è concessa pubblicare ai giornalisti. Aspettiamo, a questo punto, la posologia di quanti articoli sia possibile scrivere su un argomento, ma soprattutto il processo. Che farà luce su che cosa significhi, o non significhi, la libertà di stampa in Ticino.

La vicenda è nota. Il settimanale svela i retroscena attorno al caso di un grave errore medico avvenuto nella sala operatoria della Clinica Sant’Anna di Sorengo, che appartiene a Swiss Medical Network (ex Genolier), dove il medico Piercarlo Rey ha asportato alla paziente sbagliata due seni. L’attenzione però a un certo punto si sposta dai fatti all’inchiesta giornalistica, che sale sul banco degli imputati. Il giornale scrive molto sull’episodio di malasanità. Troppo secondo il legale della clinica, l’avvocato Edy Salmina, in passato nientepodimeno che responsabile del Dipartimento informazione della Rsi. La testata viene avvisata: in una conferenza stampa il gruppo fa sapere che è pronta a inforcare il Codice penale. Parte la denuncia: Colpo di scena: non solo diffamazione, ma anche concorrenza sleale. La macchina della giustizia ingrana la quarta. Le lingue maliziose si spingono a dichiararla ultrarapida con gli scocciatori e immobile con i potenti. La novità significativa è però un’altra: i magistrati entrano con la toga in redazione per spiegare come va e non va fatto il mestiere. Sommi sacerdoti. Dai decreti sventolati da Pelli, comprendiamo che per essere condannati non occorre necessariamente scrivere cose false, incappare in errori. Per essere considerati dei diffamatori, basta essere fedeli ai propri lettori. Che cosa è la libertà di stampa? E la giustizia è uguale per tutti? Dilemma mai risolto. Per noi, che la cronaca e le sue prodezze non ci stupiscono ormai più, i quattro giornalisti hanno però già vinto moralmente, non facendosi intimidire e portando sino in fondo il postulato professionale, che resta quello di informare sui fatti di interesse pubblico. Al di là dei sommi sacerdoti, al di là dei proclami. Scusate, se questa è la giustizia dei giornalisti.

Pubblicato il 

16.03.17..
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