Che cosa hanno in comune Pippo Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi? Tutti e tre scoppiano a ridere quando leggono l’articolo 41 della Costituzione italiana: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi ed i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». E un’altra cosa hanno in comune: sono stati votati da tre milioni di persone che non hanno mai letto quell’articolo.  


Il 1° dicembre scorso nell’incendio di una fabbrica di vestiti a Prato sono morti sette lavoratori cinesi, bruciati vivi nei loro loculi, come vengono chiamati i soppalchi in cartongesso dove dormivano tra un turno e l’altro: «Li chiamano tutti così, con naturalezza, come se l’abitudine avesse fatto dimenticare che cosa significasse all’origine quel nome, che oggi è tornato a significarlo», ha scritto Adriano Sofri. Qualche giorno dopo, Pippo Civati ha detto in televisione che occorrerebbero più controlli su tali ditte, nell’80% dei casi irregolari per condizioni igieniche e di lavoro. Ma quali controlli, se il governo di cui il tuo partito è parte preponderante rimane in vita soltanto per attuare la riforma della Costituzione ed eliminare finalmente la seconda parte dell’articolo 41? Fra non molto, se tale progetto andrà in porto, gli ispettori del lavoro che entreranno nelle aziende per controllare se in quei luoghi sia rispettata la dignità umana rischieranno di essere incriminati per violazione di domicilio.


Nel dicembre 2010 la direzione della Fiat di Pomigliano impose ai dipendenti un contratto aziendale che peggiorava le condizioni di lavoro: riorganizzazione della produzione 24 ore su 24 per 6 giorni la settimana (7 giorni per la manutenzione), riduzione delle pause, straordinari obbligatori fino a 200 ore all’anno, pausa pranzo solo a fine turno, irrigidimento della disciplina. Era il nuovo corso contrattuale voluto dall’amministratore delegato Sergio Marchionne. I sindacati Fim, Uilm, Ugl, Fismic e l’Associazione quadri e capi Fiat accettarono. La Fiom si rifiutò di firmare e venne perciò esclusa dall’agibilità in fabbrica. Ai suoi iscritti fu posta una drastica alternativa: o stracciare la tessera o andare in cassa integrazione fino al licenziamento.

 

Il “modello Pomigliano” venne via via esteso a tutti gli altri stabilimenti Fiat e sempre la Fiom si rifiutò di sottoscriverlo, fino a quando, il 3 luglio di quest’anno, la Corte Costituzionale ha dichiarato contrario alla Costituzione il comportamento della Fiat. Nel frattempo, in un’intervista rilasciata a un telegiornale l’11 gennaio 2011, Matteo Renzi sentì il bisogno di dichiarare: «Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende [...] Quindi, senza se e senza ma, stiamo dalla parte di chi crea lavoro e ricchezza». Caro segretario del PD, di quale lavoro e di quale ricchezza straparli? Lo sai bene che un’automobile fabbricata in Polonia, un paio di pantaloni o una borsetta cuciti in Cina o a Prato costano così poco perché sono fatti da schiavi, che la frutta e gli ortaggi sono a basso prezzo perché sono prodotte da lavoratori privati della loro dignità, e tutti i prodotti industriali sono accessibili ai consumatori perché sono fatti da persone terrorizzate dalla paura di perdere il posto di lavoro. I prezzi bassi sono il preludio a salari ancora più bassi, e il lavoro poco retribuito è tragicamente contiguo al lavoro non retribuito. Era questo ciò che la Costituzione italiana voleva evitare. Ora è diventato sovversivo leggere la Costituzione.

Pubblicato il 

18.12.13..

Edizione cartacea

..
..
..

Rubrica

..
 
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..