Storia di classe

Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati […] gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote”.
Robert Fisk, “Il martirio di una nazione, il Libano in guerra”, 1990

Il 14 dicembre 1982 un ordigno esplosivo posto nel quartier generale delle Falangi Libanesi uccideva una trentina di persone, fra le quali il leader del partito nonché neo-eletto presidente Bachir Gemayel.
Erano i tempi bui della guerra civile e più di 300.000 palestinesi riempivano i campi profughi del Libano, esasperando le tensioni etniche che da sempre fanno da sfondo al complesso equilibrio politico del paese dei cedri. Nessuno diceva “aiutiamoli a casa loro”, perché oggi come allora queste persone una casa non l’avevano più.


Erano anche i tempi bui della guerra di occupazione israeliana, che nel giugno di quell’anno aveva preso il controllo del Sud del Libano, vanificando nella pratica l’ipocrita nome che i falchi di Ariel Sharon gli avevano dato: Operazione pace in Galilea.


Fu un cristiano maronita siriano a compiere l’attentato contro Bachir Gemayel. Ma gli altrettanto maroniti e cristianissimi miliziani delle Falangi, che da anni lanciavano appelli contro “l’invasione” da parte dei rifugiati, avevano già scelto il nemico contro il quale vendicarsi.
Il 15 settembre, in violazione degli accordi internazionali stipulati, l’esercito israeliano invade la parte ovest di Beirut, alla cui periferia sorgono anche i campi profughi di Sabra e Shatila. Campi popolati in grandissima maggioranza da donne, anziani e bambini, siccome i 15.000 membri della resistenza armata palestinese e i loro quadri politici erano stati costretti a lasciare il paese solo due settimane prima, nel contesto degli accordi a egida Onu.


Non vi sono delle stime unanimi sul numero di profughi massacrati fra il 16 e il 18 settembre del 1982. Le cifre variano dalle 500 alle svariate migliaia.


Vi sono però parecchie testimonianze per ciò che concerne i metodi adottati dai Falangisti libanesi, i quali, sotto l’occhio vigile e il braccio passivo dei soldati israeliani che illuminavano la scena a giorno, stuprarono, torturarono e uccisero. Per le Nazioni Unite si trattò di un genocidio.
In un celebre passaggio reperibile online, il giornalista britannico Robert Fisk – fra i primi a raggiungere il luogo del massacro – ci racconta come “ce lo dissero le mosche”.
Gli enormi sciami di insetti danzanti sopra i campi erano così numerosi da impedire ai giornalisti di parlare per non doverli ingoiare, e la loro presenza smisurata rappresentava solo il macabro preludio all’orrore di cui sarebbero stati testimoni.


Oggi, le mosche sembrano non dirci più nulla, anche se missioni come “ramo di ulivo” seminano ancora morte e ipocrisia, i rifugiati non sono identificati come vittime ma come colpevoli e le guerre di invasione continuano ad alimentare circoli viziosi di odio e distruzione.


Oggi, le mosche dovrebbero tornare simbolicamente a parlarci. Perché non vi è alcun buonismo nel descrivere l’orrore nell’intento di opporsi alle barbarie. Non vi è alcun buonismo nell’affermare che non vi è alternativa a una lotta che passa per l’organizzazione e la resistenza.

Pubblicato il 

12.09.18..
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