Amianto

Il cimitero del sobborgo El Salto è spoglio, trascurato. Fa un gran caldo; la stagione delle piogge stenta ad affacciarsi e tutto intorno è polveroso. La tomba di Ramon Antonio Campos Larios, 57 anni, Moncho per gli amici, è ancora fresca. Ramon è la 71esima vittima dell’amianto della Nicalit S.A. di San Rafael del Sur, una cittadina di 20.000 abitanti (che raddoppia coi dintorni) situata fra Managua e, a un passo, la costa del Pacifico.

«Fino all’ultimo gli abbiamo chiesto di far sentire la sua voce», sussurra Guillermo, uno della Commissione ex lavoratori Nicalit che mi accompagna. «Ma niente; si era illuso che la dirigenza di quello che è rimasto dell’azienda, riconoscesse qualcosa a lui o alla sua famiglia».


Lo scheletro della fabbrica è poco lontano. Sul tragitto, in ogni dove, residui della lavorazione di quel fatale mix imbiancato che il vento disperde e gli acquazzoni fanno scivolare nell’alveo del rio de Jesus. E contaminati sono i dintorni delle umili abitazioni, della scuola, persino delle vasche dell’acquedotto municipale. Mentre i tetti degli edifici, le cisterne, le stesse condutture dell’acqua potabile sono in amianto-cemento.


Ma è la gran parte del Nicaragua ad essere costruita così: soprattutto dopo il terremoto che nel 1972 rase al suolo la sua capitale. Da allora la Nicalit S.A. conobbe un’espansione esponenziale, con lucrosi profitti che il dittatore Somoza si spartiva quasi a metà con gli azionisti della Eternit S.A., diretta dallo svizzero Max Schmidheiny e (dal 1975) dal figlio Stephan. Certo, anche per i primi 117 assunti, suddivisi in due turni giornalieri di 12 ore, dovevano essere sembrati una manna quei 12 dollari alla settimana…


Fu l’architetto svizzero Paul Dambach a fondare alla periferia di San Rafael sia il cementificio Canal (1942, oggi Cemex) sia (nel 1967) la Nicalit. Come furono fin dal primo momento svizzeri gli ingegneri dell’impresa: Spreiter, Thuer, Zimmerly, Hornstein, Haggen…: solo direttori “tecnici” naturalmente, con la responsabilità legale affidata a locali.


L’area di circa 30 ettari dell’azienda, che sospese le attività nel 1993, sembra abbandonata. Dal cancello si intravede sul piazzale il monumento “al obrero Nicalit”, eretto nei tempi d’oro, e che oggi appare sinistro. Ma alcuni cartellini spuntano ancora sulla timbratura d’ingresso. Sono di una decina di impiegati che gestiscono una convenzione sottoscritta sul finire del 2000 fra l’impresa (convertitasi in fondazione) ed ex lavoratori, organizzatisi dopo le prime morti dei loro compagni.


Un accordo unilaterale capestro (valido fino al 2018) che in sintesi recita e, quando va bene, l’impresa applica, così: se la visita medica annuale cui ti sottopongo (a mie spese e senza consegnarti alcuna certificazione) rivelasse una fibrosi diffusa in entrambi i polmoni (cioè quando ti resta appena qualche mese di vita) ti pago qualche cura e un indennizzo equivalente a (circa) 125 dollari mensili, che i tuoi familiari continueranno a ricevere per tre anni dopo il tuo decesso. Tali eventuali riconoscimenti non significherebbero in ogni caso alcuna ammissione di responsabilità da parte dell’azienda; e decadrebbero nel caso di azione civile o penale da parte dell’ex dipendente; o di qualsiasi sua dichiarazione alla stampa nazionale o tanto più straniera.


Non è stato difficile per la Nicalit S.A. coprirsi con questa foglia di fico e scongiurare (finora) un procedimento giudiziario che avrebbe risonanza internazionale: con dei disoccupati malati che mai avrebbero i mezzi per pagarsi un avvocato; cui per di più è stato promesso di incamerare quei due soldi che comunque, da queste parti, fanno la differenza fra la sopravvivenza e la fame.


Per il resto è bastato rompere il fronte dei lavoratori, “comprando” alcuni membri del direttivo.
L’ottemperanza dell’accordo (che non prevede verifiche terze) si è poi rivelata del tutto arbitraria, se non fasulla: tant’è che Ramon Antonio Campos non ne è stato tra i beneficiari. E nemmeno lo è José Mercedes (uno di una quindicina di malati terminali) che, in una situazione struggente, respirando a stento, mi riceve nella sua fatiscente dimora: «La dottoressa – riferendosi alla responsabile della fondazione aziendale – mi ha detto che sono messo piuttosto male, ma che non ho diritto ad altro che a queste medicine…».


Perla Castillo, vedova di Otoniel Espinoza (deceduto nel 2009) mi racconta invece di essersi dovuta accontentare di 2.000 miseri cordobas, fattigli recapitare dal chofer della ditta, che «non coprirono neppure le spese del funerale».


Ci si chiederà: e i sindacati? E le autorità del governo dell’ex comandante guerrigliero Daniel Ortega, da sette anni di nuovo presidente? In fin dei conti fu proprio nel 1983, in piena rivoluzione, che i sandinisti imposero alla Nicalit le prime essenziali norme di sicurezza (mascherine, guanti, grembiuloni, docce con acqua calda...).
Gli ex lavoratori non si sono del resto risparmiati in questi anni nel farsi sentire: con petizioni, conferenze stampa, sollecitazioni al parlamento.


Ma, a parte il timido interesse mostrato dal sindaco di San Rafael del Sur (che peraltro non ha mai avviato alcuna indagine epidemiologica sulle sempre più numerose morti sospette di mesotelioma fra i suoi cittadini), ogni volta sull’amianto sono scesi l’indifferenza e il silenzio.


Si saranno lasciate (le autorità) ammaliare dalle generose fondazioni filantropico-ecologico-imprenditoriali che Stephan Schmidheiny (condannato in Italia a 18 anni per disastro ambientale permanente e in attesa di una sentenza definitiva, prevista il 19 novembre) ha nel frattempo disseminato in Centro e Latinoamerica (in sostituzione delle sue fabbriche di amianto) per rifarsi una verginità?


Faccio queste disperanti riflessioni mentre sulla bacheca all’ingresso di quella che fu la Nicalit scorro la lista dei 423 ex lavoratori (sui 1.848 che ufficialmente hanno varcato in un trentennio quel cancello) citati nella calendarizzazione delle visite mediche. Sono quasi tutti malati di fibrosi polmonare interstiziale; ma “purtroppo” non ancora “diffusa”. Fra di loro quelli che mi stanno accompagnando: Isayas, Humberto, Guillermo, Raul, Marcos Antonio: che non si danno per vinti e continuano a lottare. Si sono rivolti pure all’ambasciatore svizzero per il Nicaragua, Peter Zwahlen, che ricevendoli nel febbraio scorso ha detto loro che «trattandosi di una questione privata» l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe metterli in contatto con l’impresa in Svizzera.


Humberto mi invita ad assistere la domenica mattina ad una assemblea di oltre un centinaio di ex lavoratori: li sprona invitandoli a resistere; che un avvocato capace e che non si faccia corrompere forse l’hanno finalmente trovato; ma che devono raccogliere un po’ di soldi per pagarlo; perché dovrà affrontare lo studio legale Taboada, il più potente del paese, che cura gli interessi della multinazionale svizzera in Nicaragua. Non parlano di denuncia penale; ma di un processo civile per ottenere i mezzi per potersi curare e soprattutto «indennizzi» dignitosi che assicurino un futuro alle loro famiglie. «Perché in fin dei conti – scherzano fra loro – siamo come morti che camminano, in attesa di chi fra noi sarà il prossimo».

 

 

La testimonianza del medico: hanno tentato di corrompermi

 

Managua – Internista e tossicologo, specializzato in medicina del lavoro, il dott. Fernando Gutierrez è stato il primo medico, nel lontano 1995, a visitare, a titolo gratuito, un’ottantina di ex lavoratori della Nicalit S.A.
«Li sottoposi a esame radiologico e alla prova spirometrica; e a circa l’80% diagnosticai una fibrosi polmonare interstiziale. Ma le prime vittime risalgono a diversi anni prima. È che allora non si conosceva il motivo dei decessi, perché la gente si oppone a che il proprio defunto venga sottoposto ad autopsia. Morivano per soffocamento; ma raramente appariva sul certificato di morte, come capita ancora oggi, “probabile asbestosi”».
Quando si avviò il contenzioso formale con la Nicalit, lei divenne ufficialmente il medico di parte degli ex operai.   
E da allora ne visitai oltre 300. Quasi tutti interessati da fibrosi a differenti stadi. Ma il medico di parte aziendale contestava ogni volta le mie diagnosi. Quindi tutto veniva rinviato al giudizio insindacabile di una commissione anch’essa scelta dalla Nicalit, formata da un radiologo e due pneumologi, che naturalmente mi davano torto. Io dalla mia avevo il referto del radiologo; ma obiettavano che la fibrosi, per essere riconosciuta, doveva essere in tutti e due i polmoni e “diffusa”. Ma a quello stadio un soggetto è sotto ossigeno, con i polmoni ridotti a cartone; o con un carcinoma polmonare, o un mesotelioma della pleura manifesti. Fatto sta che nessun lavoratore è stato mai indennizzato come si dovrebbe dalla Nicalit; salvo un ex dipendente che era emigrato negli Stati Uniti e che tornò in Nicaragua con certificazione e biopsia delle autorità sanitarie di quel paese. Finì che a un certo punto la Nicalit decise di rinunciare alle mie prestazioni, visto che nell’accordo pattuito con gli ex lavoratori era l’azienda stessa a dover pagare il mio onorario.
Hanno mai tentato di corromperla?
Un paio di volte. Fino a che un giorno due individui vennero nel mio studio con tono minaccioso: «Ancora non hai capito contro chi ti sei messo!?».
E sul problema della contaminazione  per gli abitanti di San Rafael del Sur, e della gran parte della popolazione nicaraguense che vive ancora sotto tetti di asbesto-cemento?
Nulla di nulla. Sono stati disposti dei protocolli a livello nazionale; ma non c’è chi li faccia rispettare.
Dopo vent’anni di lotta senza risultati, che cosa si dovrebbe fare?
Ho continuato a visitare, su loro richiesta, ex lavoratori della Nicalit [mi mostra il suo schedario con le cartelle cliniche che si fermano al 2008, ndr]. Hanno tutte le carte in regola per pretendere un adeguato indennizzo per malattia professionale. Anzi, alcuni di loro ricevono già una pensione di invalidità dall’istituto di previdenza sociale: misera, ma che riconosce di fatto legalmente il loro status. Ma devono sbrigarsi, prima di morire tutti.    G.B.

Pubblicato il 

10.09.14..

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