Lula un anno dopo. Il primo dei quattro a cui fu trionfalmente eletto nell’ottobre 2002 anche se si parla già di una sua probabile ricandidatura nel 2006. D’altra parte il compito che si è proposto il primo migrante nordestino-leader sindacale-uomo di sinistra arrivato alla guida del più grande paese dell’America latina è tremendo ed è improbabile poterlo assolvere in solo quattro anni. Entrato nel palazzo presidenziale di Planalto il primo gennaio 2003, Lula da Silva ha chiuso il suo primo anno con indici ancora alti di gradimento: il 57 per cento dei brasiliani sembra approvare la sua gestione, secondo un altro sondaggio addirittura il 69 per cento. Il ministro delle finanze Antonio Palocci, l’ex trotzkista convertitosi al “pragmatismo” e alla “ortodossia”, detestatissimo dai settori più radicali del Partido dos Trabalhadores e più in generale della sinistra, è stato nominato “uomo dell’anno” dal poderoso milieux degli affari. Visti – o, si potrebbe anche dire, nonostante – i risultati raggiunti nella stabilizzazione dell’economia, Lula, in una intervista del 12 gennaio scorso, ha detto di essere adesso «più ottimista che in qualsiasi altro momento della mia vita» di fronte agli indicatori economici del 2003 e alle previsioni di miglioramento per il 2004. Il “cambio” che aveva annunciato in campagna elettorale e la soluzione dei drammatici problemi del Brasile, non si produrranno «in un colpo solo» ma «potete essere certi che il popolo brasiliano vedrà i risultati mese dopo mese». Analizzando il suo primo anno e scomponendolo schematicamente in politica economica, politica interna, politica sociale con la relativa e decisiva appendica della riforma agraria, politica estera, il risultato di somme e sottrazioni non è matematicamente certo. E neppure politicamente. In politica economica è riuscito a gestire con successo quella che ha chiamato la “eredità maledetta” del suo predecessore Fernando Henrique Cardoso, socialdemocratico di nome e liberista di sostanza, nonché a scacciare lo spettro di un possibile default all’Argentina. Non però all’insegna dell’atteso “cambio” bensì del continuismo con la politica neo-liberista di Cardoso. I risultati ci sono stati e sono sotto gli occhi di tutti. L’inflazione ridotta della metà fino al 9 per cento di fine anno (12,5 per cento nel 2002); il real stabilizzato subito sotto il rapporto di 3 a 1 col dollaro; gli stratosferici tassi di interesse tagliati punto per punto dal 26,5 per cento di inizio 2003 al 16,5 per cento di fine anno (ma sempre troppo alti per innescare la crescita); il rischio paese diviso per quattro, da 2’400 a 600 punti; le esportazioni oltre ogni record storico (73 miliardi di dollari, il 21 per cento in più del 2002) e l’eccedente commerciale a 25 miliardi contro i 13 dell’anno prima; il superavit primario pari al 5,05 per cento del Pil già alla fine di luglio, ossia ben oltre il 3,75 per cento fissato dall’Fmi, che il governo Lula aveva elevato autonomamente al 4,25 per cento; il puntuale pagamento, sempre in luglio, solo come servizio di un debito pubblico pari al 60 per cento del Pil (sceso al 57 per cento alla fine dell’anno), dei 15 miliardi di reais dovuti (più o meno 5 miliardi di dollari) dimostrando la capacità/volontà di onorare gli impegni presi dai precedenti governi di segno presumibilmente opposto. Horst Kohler e James Wolfershon, i grandi capi del Fondo monetario e della Banca mondiale, e dietro di loro George Bush, non credevano ai loro occhi. Le banche e il mercato restavano piacevolmente sorpresi. Tanto che il 15 dicembre la signora Anne Krueger, la ferrea numero due dell’Fmi, annunciava l’estensione per 15 mesi del mega-credito di 30,4 miliardi di dollari del settembre 2002 e il suo incremento con altri 6.6 miliardi freschi. Ma il prezzo pagato da questa politica economica è stato salatissimo e l’hanno pagato quelli di sempre: disoccupazione-record al 13 o 12 per cento, mezzo milione di dosoccupati in più in attesa dei «10 milioni di nuovi posti di lavoro» promessi da Lula entro la fine del 2006; salari in caduta libera, fra il 14,6 e il 16,4 per cento (835 reais in media per salariato, 250 euro); recessione economica poi divenuta tecnicamente stagnazione (uno striminzito +0,3 per cento) con il rinvio a tempi migliori della crescita del 4-5 per cento annuo, il livello minimo per intaccare gli indici di povertà. Tempi migliori che, Lula nel suo ottimismo di fine anno scorso, fissa già per quest’anno. Che, secondo le previsioni, dovrebbe vedere una inflazione fra il 4,5 e il 5,5 per cento; un tasso di crescita economica intorno al 3,5-4 per cento. Anche in politica interna Lula può vantare alcune riforme strutturali imposte a ferro e fuoco, prima di tutto ai settori radiccali del Pt, il suo partito. Come la riforma tributaria e quella previdenziale. Che hanno sanato falle, ritardi e privilegi in qualche caso scandalosi in un paese in cui il 13 per cento dei suoi 175 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro al giorno, ma che sono passate quasi nella stessa versione che il Pt di Lula aveva bocciato quando era all’opposizione di Cardoso. Riforme costose in termini politici. Tanto costose che il Partido dos Trabalhadores, un partito di sinistra nato e vissuto all’insegna della lotta al dogmatismo, ha cominciato a far ricorso all’esiziale pratica terzinternazionalista delle espulsioni dei suoi dissidenti interni. In gennaio la Direzione nazionale ha deciso di cacciare, 55 voti contro 27, i deputati Luciana Genro, Joao Baptista Babà Araujo, Joao Fontes e la storica senatrice Heloisa Helena. Anche il sindacato che fa riferimento al Pt, la Cut di cui Lula fu fra i fondatori, è entrato in fibrillazione e, fra recessione, caduta dei salari e tagli dei posti di lavoro, ha dovuto indire scioperi contro il “suo” Lula (anche per non essere spiazzato dall’altra e ben più malleabile centrale sindacale, la Força Sindical, che non ha perso l’occasione per cavalcare la tigre del malcontento). Nei settori dell’intellettualità di sinistra, storicamente organici o vicini al Pt, la politica economica del primo anno di Lula ha provocato disillusione e reazioni profonde. In molti, a cominciare dal sociologo Francisco de Oliveira che del Pt è uno dei fondatori, hanno scritto lettere pubbliche di dimissioni. E non solo per via della politica economica ortodossa. Le tentazioni di rilancio del nucleare e l’annuncio della liberazione “provvisoria” della soia geneticamente modificata (omaggio al ricco agro-businnes del Rio Grande do Sul e, dietro, alla multinazionale Monsanto) hanno gettato altra benzina sul fuoco. In questo contesto la politica sociale non poteva non essere la grande assente, anzi la principale vittima della politica economica del primo anno di Lula. Il progetto-simbolo del “cambio”, Fame Zero, che deve togliere dall’infame lista degli affamati 50 milioni di brasiliani, non è decollato. Fra le polemiche e la mancanza di fondi usati per pagare il servizio del debito. E anche la riforma agraria – un altro punto-chiave su cui Lula non può permettersi di fallire – è in stand-by. Come e più della Cut, anche l’ Mst – che in questo gennaio celebra i suoi primi 20 anni – non poteva stare a guardare. I Senza Terra di Joao Pedro Stedile sono con Lula, hanno votato per lui ma anche loro hanno deciso che la tregua è finita e la “pazienza” invocata dal “companhero presidente” si sta esaurendo mentre le occupazioni di terre aumentano. Al pari dei braccianti uccisi dalla guardia bianca dei fazenderos. La politica estera è stato il contraltare dell’ortodossia di Lula in politica economica. Innovativa, forte, dura. Sia sul vertice del Wto a Cancun in settembre che sulla crisi boliviana di ottobre; sia rispetto ai rapporti con la Cuba di Fidel e il Venezuela di Chavez che Bush vede come il fumo negli occhi, che sull’“alleanza strategica” con l’argentino Kirchner (il “Consenso di Buenos Aires” al posto del “Consenso di Washington”); sia nel tentativo di rivitalizzare il Mercosud che nello scontro con gli Usa intorno all’Alca, l’Accordo di libero commercio delle Americhe. Il primo anno di Lula è passato. Il giudizio è in chiaroscuro. Ne mancano ancora tre, o forse sette. C’è tempo.

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23.01.04..

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