Il dibattito

Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei: uno di noi o uno di loro. Non si parla di altro. Come se la polveriera del mondo fosse pronta a incendiarsi al muoversi di un burqa. E la destra radicale – quella contraria all’aborto, all’educazione sessuale per intenderci – cavalca il Leitmotiv. Seminando il germe dell’incomprensione e dell’odio. Ma pure chi si considera progressista non può esimersi dal ragionare sul fenomeno. D’accordo: le suore portano il velo, in certi paesi meridionali si porta il lutto, ma l’imposizione del burqa e del chador in alcuni paesi musulmani è una novità. Un’involuzione per quanto riguarda i diritti fondamentali delle donne che non può lasciarci indifferenti.

Siamo a Muscat, in Oman. Siamo atterrate lì per prendere un secondo volo che ci riporterà a casa. Aspettiamo di imbarcarci, parlando con la nostra compagna di viaggio: sì, forse siamo eccessivamente ridanciane, ma quella sensazione di libertà dagli impegni familiari e professionali ci rende allegre e quasi ebbre per quell’attimo di vita sospeso in un tempo senza doveri e preoccupazioni.
Uno sguardo severo ci sfiora. Ne segue a raffica un secondo. Non ci facciamo caso prese come siamo dalla conversazione e ritemprate da quelle risate salvifiche e rigeneratrici. Ma poi arriva un terzo sguardo oscuro e un quarto che trafigge. Quest’ultimo è sostenuto: la donna che ci sta guardando punta i suoi occhi nei nostri e non lo fa in maniera fuggevole, ma fissandoci con ostilità, un’ostilità volutamente esibita. «Non noti niente di strano?» abbozziamo alla nostra amica, rompendo un tabù personale: non vorremmo mica metterci a ragionare con quegli odiosi “loro” e “noi”? A noi che cosa interessa del chador, e il velo, e il niqab che non li riconosciamo neppure uno dall’altro? Nulla. E poi alcuni abiti, visto che vestiamo sempre in lungo anche di giorno, ci piacciono pure. Certo, il burqa ci fa sempre un po’ impressione, lo dobbiamo ammettere, ma è solo un istante fugace di sgomento, di disorientamento, dopodiché ragioniamo: «Ognuno faccia ciò che vuole: le libertà individuali non si toccano». Già, giammai.
La nostra compagna di viaggio ha la nostra stessa sensazione: «Ci stanno guardando male, me ne sono accorta anche io». E a guardarci male, come a voler sottolineare il loro dissenso da chissà che, non sono gli uomini. No, sono le donne velate, ricoperte da capo a piedi. Perché? ci chiediamo sorprese. Evidentemente gli sguardi sono reciproci: loro incroceranno fiammate incendiarie fuori dai loro confini e altrettanto ne sono riservate a noi in questo momento.


Intanto nel Canton Ticino da qualche settimana è entrata in vigore la nuova “Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici”, mentre in Francia sta scoppiando la polemica per quel paio di burkini comparsi sulle spiagge della Costa Azzurra. Che cosa sta succedendo? ci ripetiamo. Che cos’è tutto questo cancan? I divieti sono da analizzare perché toccano questioni centrali come la libertà, i diritti fondamentali, e fin dove uno Stato può arrivare. Occorre essere molto vigili. D’accordo.


In tutta Europa il tema è scottante, sembra essere una priorità delle agende dei politici e se ne discute in quasi ogni paese: velo sì, velo no? Come se l’Isis, il terrorismo, i problemi concreti di geo-politica di questa epoca confluissero di fatto in quei simboli esteriori dell’Islam. Del cui simulacro le donne, benedette o maledette femmine, si fanno portatrici. Grandi temi, bombe atomiche della convivenza, degli equilibri internazionale, della solidità dei mercati, della stabilità sociale che si attaccano a un pezzo di stoffa. E, guarda caso, la discussione passa dalle donne. Sono loro che indossano, per volontà o obbligo, quegli indumenti ritenuti indecenti. Sono loro a portare la croce, pardon, il burqa. E sono loro a guardarci con ostilità in quell’aeroporto arabo perché gli uomini musulmani che le conducono manco ci vedono.


Parimenti ci colpisce la dichiarazione, che immaginiamo recitata con aria solenne, da Manuel Valls: «Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna». Saremo particolarmente sensibili, ma anche qui restiamo un po’ disorientate. Scusi, signor primo ministro di quali valori precisamente sta parlando? Di quelli della grandiosa età dei Lumi, dei Voltaire, con cui la Francia ha costruito la sua democrazia e la sua civiltà con i profitti di anni di colonialismo nei paesi musulmani, ridotti a terre di sfruttamento oppresse,  oppure di quelli della Francia di oggi? Quella Francia che va fiera – per usare le parole esatte di Valls e senza aggiungere neanche una virgola – della «relazione strategica» che mantiene con l’Arabia saudita? Ovviamente comprendiamo il giubilo per gli affaroni che alla Francia permettono di rimpolpare i propri tesori, ma l’Arabia Saudita è proprio la prima della classe a depredare con il nerbo, attraverso un sistema codificato di norme punitive, le donne della loro libertà e dei loro diritti. Ma ai principi sauditi vengono sempre stesi i tappeti rossi e riservato un protocollo d’onore. Qualcuno  a livello di comunità internazionale si è mai permesso di avanzare, anche timidamente, un’osservazione per il mancato rispetto di quei diritti fondamentali?
Non è solo questione di diritti di donne che i più cinici potrebbero liquidare con sono “fatti loro”. Il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice dell’Islam oggi praticata nel mondo e con i suoi soldi, tanti e fatti anche con il commercio con l’Occidente, si finanziano  scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, se non terroristi. Il megafono lo si prende però in mano solo per denunciare il burkini o il burqa, mentre con l’altra mano si suggellano affari spesso macchiati di sangue.


Le contraddizioni e la negligenza politica e morale dell’Europa e del mondo occidentale, che vendono armi a chi poi le userà per far saltare in aria  innocenti, è lì da vedere con la nomina lo scorso anno a capo del Consiglio Onu dei diritti umani l’ambasciatore dell’Arabia Saudita. Non sono mica barzellette. Sui nodi centrali si glissa, poi si parte con le operazioni mediatiche su aspetti più formali, che fanno però un gran clamore. Rumore.


Ne abbiamo parlato con il ricercatore Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’Università di Ginevra.


Ricciardi, partiamo dal polverone di questi giorni: che ne pensa del burkini? Si può dare una risposta univoca a un problema complesso estrapolando solo gli aspetti formali della vicenda?
È una vicenda ambivalente e stiamo assistendo alla sua estremizzazione. Si cavalca il burkini perché la reazione emotiva che può suscitare è forte. La semplificazione è pericolosa perché tende a ingrossare le file del populismo. È facile appellarsi al burkini e associarlo al sottosviluppo, al nemico, al terrorista trasmettendo paura, che resta lo strumento più forte per la propaganda. Quando la Francia proclama che il burkini è contro i valori della nazione è una storpiatura, come lo è il refrain della parità dei generi. La lettura è più complessa: bisognerebbe interrogarsi, e attivare risposte politiche, su come vivono le seconde e terze generazioni, sulle banlieues. Perché il problema si trova lì e questa semplificazione, che è funzionale a certi tipi di classi dirigenti, cozza con la polpa della questione. Poi se devo esprimermi a titolo personale posso affermare di essere contrario a questi divieti, ma anche preoccupato per le imposizioni – vedi burqa – cui le donne sono sottoposte. Mica ci sarà qualcuno che pensa sia piacevole indossare a 40 gradi il burkini? È da radical chic sostenere il contrario.


Si allinea allora, ovviamente partendo da presupposti diversi, con grande parte dell’opinione pubblica...

No, non accolgo certamente le derive populiste e parto da un altro punto di vista. Constato comunque come dato di fatto la difficoltà concreta, in particolare negli ambienti di sinistra, a spingersi a criticare una manifestazione comportamentale per non essere tacciati di razzismo e di xenofobia. Non dobbiamo essere contrari al burqa per razzismo, ma per tutelare i diritti delle donne. Che poi ognuna sia libera di indossare ciò che vuole, ma appunto libera di autodeterminarsi. Invece, assistiamo a chi cavalca la questione per opportunismo politico, infischiandosene tutto sommato delle libertà individuali, e chi dall’altra nega la questione. Questi dibattiti invece dovrebbero contribuire a migliorare universalmente le condizioni di uomini e donne. Ma, evidentemente, siamo più local che global. Invece di imporre divieti sulle spiagge che esacerbano unicamente gli animi e non risolvono i problemi reali, dovremmo avere il coraggio di assumere una posizione chiara e onesta intellettualmente sul  burqa.


Glielo chiedo per dovere di cronaca, e me ne scuso, ma è una domanda scontata e va inserita nel copione. Ci troviamo di fronte a uno scontro di civiltà?
Aborro questa ennesima semplificazione. Perché si susseguono queste situazioni di pancia? Ci sono dei problemi, storicamente è così da secoli: le migrazioni, indicatori economici alla mano, sono un grande vantaggio. L’acqua non puoi fermarla con le mani e così neanche i flussi migratori. Se non ci fossero stati, ed è un fenomeno che è presente nella storia da sempre, non esisterebbero più interi pezzi di mondo. L’evolversi dei processi demografici cambia radicalmente gli scenari. E qui emerge la profonda debolezza dell’ambigua potenza europea, della sua incapacità in politica estera. Quella che era identificata come la culla della civiltà ha perso il suo ruolo. L’Europa non ha più un controllo sul Mediterraneo. È inutile negarlo: nello spazio medio-orientale sta mancando il nostro ruolo geopolitico, mentre nuove potenze, come la Cina, si affacciano sullo scacchiere internazionale. Non avendo più un ruolo, si stanno gestendo unicamente con i mezzi di comunicazione dinamiche complesse, legate ai processi di cambiamento, che rivoluzionano completamente gli scenari. Non c’è strategia, si è allo sbaraglio e  questo è il risultato: gli uni contro gli altri. In questa situazione diventa più facile intrattenere rapporti con i regimi dittatoriali, che sono poi alla base dell’involuzione delle società con, ad esempio, le libertà negate alle donne.


Dove l’Europa ha perso il treno?
Se vogliamo andare indietro nel tempo, direi che la vicenda è ferma dalla battaglia di Lepanto
nel ben lontano 1571. Si può dire, semplificando, che finì con uno zero a zero per Europa e Islam. Questo ha determinato che i due mondi si sono ritirati in se stessi e non abbiano mai più davvero interloquito. L’Impero Ottomano e quello austro-ungarico si sono dissolti con la prima guerra mondiale e un pezzo di mondo sarebbe poi esploso con i Balcani. Nel lungo periodo si possono determinare i processi di causa-effetto. L’errore recente resta l’assenza di politica estera dell’Europa, intesa in senso largo e non limitata all’Ue. Con il processo di Barcellona del 1996, nella discussione dello spazio del libero mercato, si è deciso di allargare a Est. Si è  giubilato, anche con ignoranza, per la primavera araba senza rendersi conto di quanto stava davvero accadendo.

Pubblicato il 

24.08.16..
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