Esteri

Una Repubblica sociale, femminista, ecologista, anticapitalista e fondata sulla democrazia partecipativa. È il progetto politico di Anna Gabriel, condiviso coi militanti di Candidatura d’Unitat Popular (Cup), la sinistra radicale con cui è stata eletta nel Parlamento catalano. Per lo Stato spagnolo Anna Gabriel è una criminale. La Corte suprema spagnola l’accusa di «disobbedienza» in relazione al referendum promosso dal Parlamento regionale il 1° ottobre 2017 sull’indipendenza della Catalogna. Diversi politici catalani sono detenuti con le medesime accuse, mentre altri hanno optato per l’esilio. Tra questi anche Anna Gabriel, che da febbraio ha eletto la Svizzera a terra d’esilio. Ora vive a Ginevra, «città delle Ong e della difesa dei diritti umani», ma scelta anche per ragioni giuridiche. «La Svizzera non concede l’estradizione e qualsiasi altra forma di assistenza giudiziaria per reati politici» ha spiegato il portavoce dell’Ufficio federale di giustizia Folco Galli, interpellato sul caso.


Di famiglia operaia, la 43enne Gabriel è laureata in diritto, ha lavorato come educatrice sociale e insegnato Storia del diritto all’Università autonoma di Barcellona. Attivista politica e femminista da sempre, è affiliata alla Confederación General del Trabajo, lo storico sindacato d’ispirazione libertaria.

Anna Gabriel, la Catalogna ha un suo parlamento, un suo inno, una sua bandiera e due lingue ufficiali, il castigliano (lo spagnolo) e il catalano. Come tutte le 17 regioni spagnole è una comunità autonoma. Perché la richiesta d’indipendenza?
Abbiamo un diritto all’autonomia sugli aspetti simbolici come bandiera e inno, ma non per decidere sugli aspetti centrali della vita dei cittadini e sviluppare delle politiche sociali che la maggioranza indica quali prioritarie. La popolazione catalana non ha la sovranità per decidere sulle condizioni materiali di vita della classe lavoratrice, la politica economica, culturale e i diritti sociali. Una parte significativa della sovranità dei cittadini è delegata all’Unione europea, mentre in Spagna il Tribunale costituzionale negli ultimi anni ha impedito l’applicazione di una quarantina di leggi approvate dal Parlamento. Leggi su temi quali l’eguaglianza tra uomini e donne, l’accesso universale alla sanità o porre degli argini ai cambiamenti climatici. Leggi in ambiti diversi ma sempre bloccate dal Tribunale costituzionale attraverso una lettura molto restrittiva dei diritti delle autonomie regionali. Affinché delle prospettive femministe, sindacaliste o progressiste possano svilupparsi, sono quindi necessari maggiori margini di libertà decisionali.


Viste dalla Svizzera, da quella italiana in particolare, le lotte secessioniste sono spesso associate a battaglie promosse dalle borghesie delle regioni ricche “stufe di pagare” per quelle povere. Perché il caso catalano dovrebbe essere diverso?
La Catalogna è una regione molto industrializzata in cui è radicato un movimento operaio con una lunga storia. Un movimento che non è disposto a perdere quei diritti nel lavoro e sociali faticosamente conquistati a causa delle politiche d’austerità imposte dalla Troika europea o dal governo spagnolo dominato da un partito di corrotti. Sarebbe dunque errato dare una lettura dell’indipendenza catalana quale una regione ricca ed egoista. In Catalogna, la solidarietà da sempre è inserita in una dinamica di cooperazione internazionale di base. Come catalani vogliamo poter decidere se destinare i nostri fondi alla Palestina, al Kurdistan o ai lavoratori giornalieri dell’Andalusia, non delegarla a uno Stato spagnolo la cui solidarietà dipende solo dai propri interessi economici. Aggiungo che, avendo la società catalana molti vincoli familiari e d’amicizia con altre regioni, la nascita della Repubblica fungerebbe da motore solidale e di coesione con le Regioni che più necessitano dei cambiamenti strutturali.


Nella lotta per l’indipendenza della Catalogna convergono forze che propongono due scenari di un nuovo Stato diametralmente opposti. La Cup propone di scrivere una nuova Costituzione repubblicana sociale, femminista, ecologista e la costituzionalità dei diritti sociali. Altre forze politiche indipendentiste, maggioritarie, propongono una società capitalista di stampo neoliberale. Chi vincerà?
È normale che in una società pluralista come quella catalana, ci siano movimenti politici con opinioni divergenti. Al contempo, osservo che le idee a sinistra sono maggiormente diffuse che pochi anni fa. Negli ultimi anni, vi è una crescente partecipazione della popolazione catalana alla vita pubblica. Un processo di politicizzazione che forse contribuirà a orientare verso posizioni di sinistra una parte significativa della cittadinanza. È una società sana e ricca quella che discute e decide se avere centrali nucleari o no, se avere un esercito, se restare nell’Unione europea o se avere un’educazione pubblica o privata. Il processo di costruzione della Repubblica catalana è un processo di liberazione sociale molto importante.


La recente destituzione del primo ministro conservatore Rajoy e l’arrivo del socialdemocratico Sanchez quale influenza può avere sul processo d’indipendenza catalana?
Noi abbiamo sempre detto che lo Stato spagnolo è ancorato al regime del ’78, quello nato dopo la morte del dittatore Franco. Quel regime mira a garantire l’esistenza della monarchia, la continuità dell’apparato franchista nei vertici dell’amministrazione, dell’esercito, del potere giudiziario e naturalmente del potere economico. Pensare che un cambio di governo possa modificare l’architettura del potere, è una lettura semplicistica. È pur vero che è difficile immaginare un governo peggiore di quello del Partito popolare, ma dubito che il cambio di presidente del governo possa portare a mutamenti strutturali nello Stato spagnolo.  


Lei milita nella Confederación General del Trabajo (Cgt), un sindacato ben presente nella Catalogna. Quali sono i problemi maggiori della classe lavoratrice catalana e spagnola?
La Cgt ha una tradizione storica molto importante, ma il suo radicamento è andato indebolendosi. Poiché ha dei militanti molto attivi e combattivi, forse appariamo più diffusi di quanto realmente lo siamo… (ride, ndr). Per quanto concerne i lavoratori spagnoli, come in molti paesi europei, sono confrontati con una progressiva perdita del settore produttivo, detenuto sempre più dal capitale speculativo straniero che impedisce ai lavoratori di poter incidere sulle decisioni della gestione dei mezzi di produzione. Inoltre, siamo un Paese che si sta vendendo sempre più al turismo, sacrificando enormemente il proprio territorio con la cementificazione. Sia il turismo che l’edilizia sono settori in cui la precarietà è imperante. Tutto ciò dimostra che se noi lavoratori non abbiamo potere decisionale, non potremo mai migliorare le nostre condizioni di lavoro e di vita.


Lo sciopero generale del 3 ottobre ha avuto una partecipazione di massa. Le adesioni hanno sfiorato il 90%. I sindacati e i lavoratori che ruolo giocano nella richiesta d’indipendenza?
Il 3 ottobre fu uno sciopero spontaneo, in risposta alla violenza della polizia nel referendum del primo ottobre. Nella mia decennale esperienza di scioperi, non ho mai visto un’adesione tanto massiccia che non fosse preparata in precedenza. Particolarmente impressionante è stata la partecipazione in cittadine e paesi fuori Barcellona, dove invece vi è una certa abitudine alle mobilitazioni sindacali.


I lavoratori catalani si sono mobilitati in massa a favore dell’indipendenza o perché indignati dalla repressione del primo ottobre?
La repressione ha scosso molte persone, anche non indipendentiste. Le immagini della violenza selvaggia della polizia contro persone che pacificamente chiedevano di votare, ha indignato anche lavoratori che non avrebbero votato a favore dell’indipendenza. Nel movimento indipendentista c’è una base di lavoratori che sono la maggioranza della popolazione. Anche nei contrari c’è una parte dei lavoratori catalani, che altrettanto sono la maggioranza della popolazione. La classe lavoratrice non è un soggetto unico, ma al contempo osservo i 2,5 milioni di persone che hanno votato per il “Sì” non possono essere solo dei borghesi.


Lo scorso 8 marzo in tutta la Spagna 5 milioni di donne hanno partecipato allo sciopero delle “Mujeres”. Una mobilitazione senza precedenti contro le disuguaglianze di genere in tutte le sue declinazioni (salariale, violenza e discriminazioni), ponendo la Spagna alla avanguardia del femminismo mondiale. È rimasta sorpresa di tanta partecipazione?
Sono molto orgogliosa, più che sorpresa. Da molti anni il movimento femminista si sta organizzando e rafforzando con la progressiva nascita di collettivi autogestiti da donne in tutto il territorio dello Stato spagnolo. La crescita del movimento è caratterizzata da un discorso femminista radicale, di cui la Cup è espressione in Catalogna. L’imponente adesione alla giornata dell’8 marzo raccoglie i frutti di questo lavoro precedente.


Parliamo un po’ di lei. Come vive da esiliata?
Ritengo inammissibile che una persona sia obbligata a lasciare la propria casa per fame, per guerra o perché perseguita. Nel nostro caso è una persecuzione giudiziaria che può condannarmi a 30 anni di carcere per aver organizzato un referendum. Davanti a questa persecuzione, mi sembra logico per quanto duro, andare in un luogo dove questa persecuzione politica non esista.


Quando potrà tornare a casa?
Mi piacerebbe pensare che sia oggi pomeriggio. Ma, realisticamente, vedendo i prigionieri, gli esiliati e le migliaia di persone attualmente a giudizio per il referendum, credo che il processo di democratizzazione in Spagna sarà ancora molto lungo. Ci vorrà del tempo per comprendere che le questioni politiche si devono risolvere politicamente, non con la repressione violenta. Perché quel che è in gioco non è l’indipendenza, ma la democrazia. Si sta negando il diritto alla popolazione di esprimersi con il “Sì” o il “No”, al di là di chi vinca. Credo sia inaccettabile in qualsiasi paese del mondo, ancor di più all’interno dell’Unione europea.

Pubblicato il 

14.06.18..
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