Ora che sono tornati d’attualità i muri in mattoni a vista, la produzione locale di terracotta è scomparsa. E insieme con essa i fornaciai di Riva San Vitale, della Boscherina di Novazzano, di Balerna e di Noranco, e quelli del Malcantone che emigravano in massa in Italia, rimossi perfino dalla memoria dei loro nipoti che non amano ricordare un passato di vita dura. D’altra parte, eccettuati i tetti in coppi caratteristici del Sottoceneri, le strutture in laterizio in Ticino sono sempre state poco visibili, intonacate com’erano per reggere alle intemperie e probabilmente anche per nascondere l’umile materiale sottostante: non pietre squadrate o pietrame di cava, ma terra del luogo impastata e cotta. Le colonne quattrocentesche realizzate in bei mattoni sagomati che oggi si possono ammirare nel chiostro del convento dei Serviti a Mendrisio sono rimaste coperte dall’intonaco fino a metà del Novecento. La pietra dei poveri insomma, un po’ come la scagliola dei paliotti provenienti dalla Val d’Intelvi, il marmo imitato per le chiese che non potevano permettersi il marmo vero.


Dimenticati, i fornaciai, e quasi invisibile il prodotto del loro lavoro anche perché non riuscirono mai a organizzarsi in associazioni di mestiere, rimanendo quasi sempre per metà contadini. Niente apprendistato ufficiale quindi, niente elenchi degli affiliati, niente archivi, niente dimensioni fissate da statuti per facilitare la produzione e la messa in opera. Tuttavia, pur non stabilite da alcun regolamento, certe grandezze di mattoni, pianelle e coppi sono rimaste costanti nel tempo grazie a una specie di accordo tacito «quasi a voler suggellare – scrive Sandra Eberhardt-Meli, una studiosa che ha amato la loro storia – un’unione in una corporazione non riconosciuta dalle autorità e trascurata da qualsiasi indagine storiografica».


Le misure erano dunque 18x36 o 20x40 le pianelle, 13x26 o 14x28 i mattoni, 14/17x42 o 17/21x51 i coppi. L’operaio premeva una data quantità di argilla dentro lo stampo in legno (del 10% più grande per tener conto del ritiro del materiale durante la cottura) e la lisciava facendovi scorrere sopra le dita bagnate, poi il garzone portava lo stampo sull’aia e con un abile movimento ne faceva scivolare a terra il contenuto per l’essiccazione. Per confezionare i coppi, l’argilla veniva compressa e lisciata dentro uno stampo trapezoidale e successivamente trasferita sulla sgorbia a tronco di cono per assumere la forma convessa. Il garzone afferrava la sgorbia per il manico e depositava con cautela il coppo a terra. Quando l’uso della fornace era in comune con altri utilizzatori oppure il prodotto veniva venduto insieme, ogni operaio marcava il coppo o il mattone con un segno, per esempio premendo il dito sull’estremità più larga della parte convessa del coppo, oppure con uno stampino in ferro. Se si fa attenzione, quando capita di riparare un tetto in coppi, se ne trova ancora qualcuno con tali segni. Però tutti, coppi, mattoni, pianelle, mostrano ben evidenti su una faccia il tracciato delle dita grosse e robuste di chi li ha fatti, l’unda di dii, il modo discreto dei fornaciai di lasciare qualcosa di sé nella storia.


Sergio Ermotti, presidente dell’Unione di Banche Svizzere, invece passerà alla storia per aver cercato di impedire che i cittadini francesi abbiano la possibilità di leggere su Le Monde i nomi dei loro connazionali che frodano il fisco del proprio paese depositando in segreto i loro capitali nella sua banca.

Pubblicato il 

24.08.16..
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