Vendita

«Se vogliamo salvare i commerci è indispensabile una liberalizzazione mirata degli orari. Deve essere il singolo commerciante, che conosce bene il giro dei suoi affari, a decidere se tenere aperto la sera o nei giorni festivi», così si esprimeva, sulle colonne de il Caffè, Enzo Lucibello, presidente della Disti, l’associazione della grande distribuzione. E il discorso, in questa campagna sul referendum promosso da Unia contro la nuova legge cantonale sugli orari d’apertura dei negozi, in votazione 28 febbraio, è sempre questo: il prolungamento degli orari sarebbe la condizione unica per salvare il commercio in Ticino.

 

Ma di che commercio parla, il signor Lucibello? Sabato 30 gennaio sui quotidiani ticinesi è apparso un appello, sottoscritto da 300 piccoli commercianti, che si dichiarano contrari all’apertura prolungata dei negozi. Già, perché la legge stabilita in Gran Consiglio va ad esclusivo vantaggio della grande distribuzione: «I piccoli commerci, che già oggi subiscono la forte concorrenza dei grandi magazzini e dei centri commerciali, si troveranno in un regime di orari ulteriormente deregolamentato» si può leggere nel testo. A proposito è assai significativo quanto avvenuto in Italia, dopo che il governo Monti ha introdotto la deregulation del commercio, con possibilità di tenere aperto 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. Il risultato è devastante.

 

E a dirlo non sono solo i sindacati. Basta riprendere quanto dice Confesercenti, l’associazione che rappresenta i negozianti italiani: «Un regime insostenibile per le quasi 800.000 imprese del commercio al dettaglio, che dal 2012 al giugno 2013 hanno subito una vera emorragia di chiusure: in 18 mesi il settore ha registrato un saldo negativo di quasi 32.000 mila aziende, con la perdita stimata di oltre 90.000 posti di lavoro». La liberalizzazione degli orari di apertura va a vantaggio delle grandi catene. In Svizzera, Migros e Coop controllano ormai gran parte del mercato degli alimentari. Sono loro che scelgono i prodotti e stabiliscono i prezzi. Prezzi che sono, quelli sì,  il fattore determinante, che spinge i consumatori a varcare il confine per fare la spesa.

 

In un recente sondaggio, stilato dal Forum dei consumatori svizzero, gli «orari dei negozi restrittivi» si trovano al sedicesimo posto sui diciotto criteri di preoccupazioni degli acquirenti elvetici. D’altronde che i cittadini svizzeri siano piuttosto restii alla deregolamentazione lo si deduce dal fatto che, sulle sedici votazioni cantonali tenutesi negli ultimi anni su questo tema, tredici sono state vinte dal fronte contrario all’apertura prolungata. E la paura che la legge venga bocciata è tanta anche in Ticino. La campagna è lanciata e si fa viepiù aspra. La Disti, burattinaio dei grossi commerci, lascia fare alla più “presentabile” Federcommercio. Quest’ultima accusa i referendisti di demagogia, rifiutandosi di partecipare ad un dibattito pubblico sul tema. Un rifiuto condannato da Giangiorgio Gargantini, responsabile del settore terziario per Unia Ticino e Moesano, secondo cui «nel contesto di una campagna referendaria in vista di una votazione popolare così importante questa posizione è un inaccettabile diniego di democrazia».

Pubblicato il 

04.02.16..
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