Amianto

Rivedere le assurde norme in materia di prescrizione che oggi non consentono alle vittime dell’amianto di far valere i loro diritti, istituire un fondo nazionale d’indennizzo finanziato dagli imprenditori responsabili della tragedia, rafforzare le misure di prevenzione e di tutela dei lavoratori che ancora oggi entrano in contatto con la micidiale fibra. Sono le principali rivendicazioni formulate martedì in una conferenza stampa a Berna dall’Unione sindacale svizzera (Uss) e contenute in una lettera aperta al Consiglio federale, in cui si afferma l’urgenza di promuovere un’offensiva tesa a risolvere i tanti problemi ancora sul tappeto a quasi 25 anni dalla messa al bando dell’amianto in Svizzera e si chiede la convocazione di una “tavola rotonda” tra tutti gli attori interessati per affrontare finalmente la questione del risarcimento di centinaia di vittime dimenticate.

 

Il primo grande problema irrisolto è quello delle leggi e della giuris-prudenza in materia di prescrizione, che di fatto non consentono ai malati e ai familiari dei morti d’amianto di far valere per tempo i loro diritti (per esempio nei confronti dell’ex datore di lavoro) davanti a un tribunale. I 10 anni previsti sono troppo pochi. Inoltre essi vengono calcolati a decorrere dal momento in cui la vittima ha subito l’ultima esposizione continuativa alle polveri di amianto e non quando scopre il danno alla salute, come invece vorrebbe la logica visto che le malattie asbesto-correlate (come il mesotelioma pleurico, il tipico cancro da amianto purtroppo incurabile) possono subentrare anche quaranta o cinquant’anni dopo.


Lo scorso 11 marzo la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito in una storica sentenza che leggi e giurisprudenza elvetiche in materia di prescrizione violano il diritto internazionale e pertanto vanno riviste: «Quando è scientificamente provato che una persona è impossibilitata a sapere se soffre di una certa malattia, questa circostanza deve essere presa in considerazione nel calcolo dei termini di prescrizione», scrivevano i giudici di Strasburgo.


Ma in Svizzera si continua a fare “orecchie da mercante”: proprio due settimane or sono la maggioranza borghese del Consiglio nazionale ha addirittura respinto la timida proposta del governo di allungare a 30 anni i termini di prescrizione per le vittime dell’amianto e di altre sostanze che provocano malattie con una lunga incubazione, fissandoli in soli vent’anni.


«Nessuna delle due soluzioni è adeguata», ha ricordato il presidente dell’Uss e consigliere agli Stati socialista Paul Rechsteiner sottolineando l’aggravante della non retroattività della norma: «La regolamentazione proposta non sarebbe di aiuto a nessuno che è stato esposto all’amianto prima del 2004». «Giusto sarebbe – ha proseguito – che i termini di prescrizione incomincino a decorrere solo dal momento in cui la malattia si manifesta. Si tratta di una pretesa minima e irrinunciabile se si vuol fare un po’ di giustizia».


«Consiglio federale e Parlamento devono ripensare le loro posizioni», gli ha fatto eco Luca Cirigliano, segretario centrale dell’Uss. «È totalmente inaccettabile ricorrere a termini di prescrizione brevi per escludere intenzionalmente i malati d’amianto da possibili azioni di risarcimento. Ciò lede non soltanto la dignità e i diritti delle vittime e dei loro familiari ma anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Gli argomenti sollevati dal padronato e dalle assicurazioni secondo cui termini lunghi genererebbero troppi costi alle aziende per l’archiviazione dei vecchi documenti sono «da respingere fermamente», ha aggiunto Cirigliano: «Sorge il sospetto che qualche attore usi lo strumento della prescrizione per sottrarsi alle sue responsabilità».
In attesa di conoscere le decisioni definitive del Parlamento sulla prescrizione (il dossier ora passa al Consiglio degli Stati) e tenuto conto che esse riguarderanno solo le future vittime (la Suva ha sin qui censito 1800 decessi e ne prevede altri 2000 da qui al 2030), alla politica l’Uss chiede anche «soluzioni giuste e dignitose» per le persone già malate e per i famigliari di chi è già morto ma che non hanno potuto far valere alcuna pretesa di risarcimento: per esempio a causa dell’intervenuta prescrizione, dell’origine non professionale della malattia (e dunque dell’assenza di una copertura assicurativa) o dell’impossibilità di individuare dei responsabili.


Per costoro l’Uss suggerisce l’istituzione di un Fondo nazionale d’indennizzo del danno e di riparazione del torto morale subito. Un fondo che deve essere finanziato dall’economia, in particolare da quelle imprese che hanno prodotto e venduto manufatti in amianto, e, se necessario, in parte, dallo Stato.
Per discutere i dettagli e individuare il modello più adeguato anche sulla scorta dell’esperienza accumulata in altri paesi europei (Francia, Olanda, Belgio), l’Uss invita il Consiglio federale a convocare una “tavola rotonda” che coinvolga tutti gli attori interessati.


«Nell’odierno sistema – ha denunciato dal canto suo la vicepresidente dell’Uss e co-presidente di Unia Vania Alleva – il peso della catastrofe non è ripartito in modo equo. Non si capisce per esempio perché il solo settore dei falegnami dovrebbe fare i conti in futuro con costi fino a 100 milioni di franchi (sotto forma di premi da pagare alla Suva a causa dell’aumento dei casi di malattie asbesto-correlate tra i lavoratori impegnati nella ristrutturazione di edifici con amianto, ndr) mentre i prestatori di servizi finanziari non dovranno sborsare un centesimo». Questo disequilibrio «non mancherà di avere effetti sul livello dei premi Suva nei settori dell’artigianato» e i previsti aumenti vengono già utilizzati oggi dal padronato come argomento per negare aumenti salariali. «Il che è sintomatico», ha commentato Vania Alleva, auspicando una soluzione simile a quella adottata dalla Francia, che ha chiamato alla cassa tutte le imprese per contribuire ad affrontare le conseguenze della tragedia dell’amianto.


Infine, ha ricordato la stessa copresidente di Unia, bisogna proseguire e perfezionare il lavoro di prevenzione fatto negli ultimi decenni: vista la grande quantità di amianto ancora presente nelle costruzioni realizzare prima del 1990, molti lavoratori impegnati in opere demolizione e di trasformazione di vecchi edifici corrono un «rischio di esposizione alle polveri non indifferente». «L’amianto è una bomba a orologeria» che impone di compiere ulteriori sforzi: tra i 9 obiettivi da realizzare a breve-medio termine, i rappresentanti sindacali hanno in particolare insistito sulla necessità di operare un giro di vite nell’ambito dell’approvazione delle domande di costruzione: come già succede in vari cantoni della Svizzera romanda e in Ticino (dal 1° gennaio di quest’anno) andrebbe previsto in tutta la Svizzera l’obbligo di presentare una perizia specialistica nel caso di demolizione o trasformazione di edifici o impianti costruiti prima del 1991.

Pubblicato il 

09.10.14..

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