Canapa

Legalizzare la produzione di marijuana per contrastare il mercato nero e la criminalità ad esso legata, creando delle associazioni di consumatori di canapa. Questa la proposta ginevrina di un gruppo di riflessione interpartitico. Sarebbe una prima in Svizzera.

Il mercato della droga a Ginevra è tra le principali cause della crescente sensazione d’insicurezza vissuta dalla popolazione. La canapa rappresenta una fetta importante di questo mercato e genera buona parte dei crimini registrati nella città. Inoltre si stima che la cifra d’affari del mercato nero della marijuana in Svizzera nel 2012 si sia aggirata attorno al miliardo di franchi. Un variegato gruppo di riflessione interpartitico (Ppd, Mcg, I Verdi, Ps, Udc e Plr) ha quindi condotto uno studio tra il 2012 e il 2013 e proposto un’esperienza pilota per eliminare lo spaccio di cannabis e derivati dalle strade.
Il progetto, appena presentato in conferenza stampa il 5 dicembre e ancora nella sua fase embrionale, prevede un periodo sperimentale di tre anni (possibilmente in collaborazione con altre grandi città svizzere) durante il quale sia autorizzata l’esistenza dei cosiddetti "cannabis social club", delle associazioni di produttori e consumatori di canapa, conosciute principalmente in Spagna ma presenti, più o meno legalmente, anche altrove. Gli obiettivi sono: limitare gli effetti criminogeni di un mercato aperto; mantenere un contatto personale con i consumatori; controllare la qualità/pericolosità del prodotto (livelli di Thc) e assicurarsi che la quantità prodotta non superi i bisogni individuali di consumo. Secondo l’idea, la canapa prodotta sarebbe tassata e i proventi andrebbero a finanziare la prevenzione.
I promotori riconoscono che con questa soluzione si terrebbe conto solamente di una parte del mercato delle sostanze psicoattive, ma ritengono che permetterebbe in ogni caso di aumentare l’efficacia della polizia, sgravandola della canapa e permettendole così di concentrarsi meglio su cocaina ed eroina.
Perché la scelta di creare delle Associazioni di consumatori di canapa (Acc)? Il gruppo di riflessione parte dal presupposto che il consumo di questa sostanza non sia né più né meno pericoloso di quello di alcool. Il problema da risolvere non è quindi tanto il consumo, quanto l’approvvigiona-
mento su un mercato illecito, che comporta una serie di conseguenze tra cui l’impossibilità di tutelare i consumatori da prodotti potenzial-
mente pericolosi (con alti livelli di Thc), l’esistenza di un crimine organizzato alimentato da questo mercato e i costi per la salute e la sicurezza che ne derivano. Da qui la necessità di regolare il mercato attraverso la legalizzazione della produzione privata, che sia però controllabile dalla polizia (che deve essere informata sull’identità del produttore), ciò che permette di vigilare sui livelli di Thc e di tassare i produttori per finanziare la prevenzione. Tra le soluzioni adottate da altri paesi che vanno in questa direzione, quella che ha maggiormente convinto il gruppo di riflessione è stata appunto quella delle Acc.
Come funzionano queste Associazioni? I produttori e i consumatori si raggruppano in un’associazione senza scopo di lucro. I luoghi di produzione sono conosciuti solo dai produttori e dalla polizia (per evitare il rischio di furti) e i bisogni di consumo per individuo sono definiti in anticipo (c’è una dose massima per ogni membro) in modo che l’associazione possa giustificare alla polizia la quantità prodotta. Il carattere associativo serve a evitare qualsiasi forma di commercializzazione che possa spingere il consumo (come succede invece nei coffee shop olandesi), responsabilizza i consumatori e garantisce un controllo sociale interno.
L’unico neo che il gruppo di riflessione vede nel sistema delle Acc è la gestione dei giovani tra i 16 e i 18 anni: «Includendoli nel progetto potrebbe sembrare che li si voglia incitare al consumo di canapa; escludendoli però li si lascia in balia del mercato nero, che a quel punto si concentrerebbe su di loro», si legge nel comunicato stampa. I promotori propongono quindi di non fissare alcun limite d’età e di delegare ai club il regolamento dell’accesso, proponendo due tipi di soluzione:
• i minorenni sono accettati nei club a condizione che ci sia un contatto con i genitori e un accordo da parte loro (o di chi ne fa le veci);
• i club che accettano minori devono essere obbligati a fornire le prestazioni di un educatore il quale, oltre ad accertare eventuali altre problematiche in gioco, deve assicurare al giovane un sostegno nel consumo per evitare che diventi problematico (questo tipo di soluzione è simile a quella del Portogallo, dove esiste anche una "commissione di dissuasione").
Il dibattito è aperto, a Ginevra come in altre città svizzere, e per ora questa è l’unica proposta concreta.

Pubblicato il 

18.12.13..

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