La realtà lavorativa, in Ticino, in molti settori e per importanti gruppi di lavoratori è difficilissima. Tanto difficile da far temere, a tratti, che forme più o meno velate di schiavitù facciano ancora parte del nostro mondo, come spesso ci raccontano gli articoli di area.
Si tratta di situazioni eticamente inaccettabili in una società ritenuta democratica e garantista dei principi fondamentali, di situazioni per altro ignorate e apparentemente sconosciute (colpevolmente o ingenuamente?) da una significativa parte della popolazione residente. Situazioni che comunque costituiscono la realtà quotidiana per molti.


Come insegnante in una scuola professionale mi sono spesso chiesta se non sarebbe giusto raccontare e far conoscere queste realtà, in modo dettagliato, alle mie ragazze e ai miei ragazzi, facendoli entrare anche emotivamente in queste dimensioni da molti di loro ignorate. E fino ad oggi, devo confessare, non sono riuscita a darmi una risposta convincente.


Da un lato sono certa che sarebbe molto utile e importante che le mie ragazze e i miei ragazzi possano conoscere in tutte le loro sfaccettature le diverse realtà lavorative di questo Cantone, anche quelle più difficili, perché, come futuri lavoratori, possano avere a disposizione gli strumenti per poter riconoscere preventivamente i rischi, le trappole, i metodi e i sistemi utilizzati da una parte della nostra economia. Dall’altro lato temo però che un bagno troppo profondo, anche a livello emotivo, all’interno di queste realtà possa rendere ancora più fragile la loro fiducia nel futuro e nelle loro possibilità. Perché molti, quando arriverà il momento di entrare del mondo del lavoro, saranno quasi certamente soli, con poche armi a disposizione nelle loro mani e tra queste, sicuramente, le conoscenze e competenze che avranno saputo raccogliere nella loro formazione, ma anche la fiducia in loro stessi e un po’ di speranza in un futuro possibile.


È lì il nodo che non mi permette di arrivare a darmi una risposta convincente alla domanda. Perché in fondo non sono certa di poter raccontare ai miei allievi queste realtà di abissale ingiustizia potendo offrir loro, contemporaneamente, la percezione forte che esistono strumenti per difendersi e lottare contro cose di questo genere.


Non sono sicura di riuscire a dar loro la consapevolezza che, in caso di necessità, si può scegliere di non essere soli, perché c’è una società garantista, uno Stato democratico, un Sindacato forte, una Giustizia certa. E non sono sicura di riuscire a dar loro questa consapevolezza perché tanti dei miei ragazzi, con i loro racconti, con le loro storie di vita mi dimostrano, giorno dopo giorno, di non aver mai percepito la presenza e l’esistenza di questi “strumenti di garanzia”. Per molti di loro l’incertezza, la precarietà, l’assenza di certezze è stata ed è la quotidianità, perché sono figli di genitori che non hanno mai avuto un lavoro fisso, che non conoscono i loro diritti in ambito professionale, che a stento sanno o non sanno proprio cosa sia un sindacato.
Diversi, tra le mie ragazze e i miei ragazzi, sono semplicemente i figli della precarizzazione e dell’incertezza, cioè gli orfani della solidarietà e delle certezze.


E la mia paura per loro è che di fronte ad una realtà ancora peggiore rispetto a quella con cui hanno dovuto fare i conti nella loro infanzia e adolescenza, perdano anche quel po’ di fiducia e speranza che, con pazienza, cerchiamo di insegnar loro ad avere. E così la mia domanda resta sempre lì, sul tavolo.

Pubblicato il 

02.03.16..
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