Eternit bis

L’accusa chiede che Stephan Schmid­heiny venga processato per l’omicidio volontario di 258 persone vittime dell’amianto disperso negli ambienti lavorativi e abitativi dagli stabilimenti italiani dell’Eternit, la multinazionale di cui il miliardario svizzero ha assunto il controllo a partire dal 1976. Secondo la difesa non si dovrebbe per contro celebrare alcun nuovo processo dopo che la Cassazione nel novembre 2014 ha annullato, a causa della prescrizione, la condanna inflittagli a Torino per disastro ambientale. Il giudice dell’udienza preliminare (gup) Federica Bompieri deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio martedì 14 luglio.


Una richiesta motivata la scorsa settimana in aula dai pubblici ministeri Gianfranco Colace e Raffaele Guariniello (nella foto), che hanno pure replicato puntigliosamente alla «difesa un po’ esagerata» dei legali di Mister Eternit Astolfo Di Amato e Carlo Alleva. Legali che hanno chiesto al gup di dichiarare l’accusa inammissibile e di archiviare il procedimento: a loro giudizio la celebrazione di un processo Eternit bis per omicidio costituirebbe una violazione del principio del “ne bis in idem”, un caposaldo del diritto sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui nessuno può essere giudicato due volte per gli stessi fatti. «I fatti contestati – argomentano Alleva e Di Amato – sono identici a quelli che erano stati contestati nel procedimento precedente. Compaiono dei nuovi casi di morte, ma questo non fa la differenza: la condotta addebitata all’imputato è la stessa e, come sancito dalla Cassazione, è terminata nel 1986, con la chiusura delle fabbriche».
«Non è vero. Non si tratta certamente di fatti identici», ha replicato in una minuziosa relazione il pubblico ministero Raffaele Guariniello, spiegando come si debba tenere in considerazione non solo la condotta, ma anche l’evento e il rapporto di causalità. Diverso rispetto al primo processo è anche il bene giuridico tutelato: «Nel disastro la pubblica incolumità, nell’omicidio la vita delle persone. Non c’è sovrapposizione», ha detto Guariniello, aggiungendo che il diritto alla giustizia «non esiste solo per l’imputato ma anche per le vittime dell’amianto».


Gianfranco Colace si è dal canto suo soffermato sulla posizione di responsabilità effettiva che Schmidheiny aveva in quanto numero uno della multinazionale dell’amianto. Era lui a decidere le strategie, a prendere le decisioni che i dirigenti locali dovevano poi applicare all’interno delle fabbriche e fu lui, nel 1984, a fare le trattative (non andate in porto) con Franco De Benedetti per la vendita di Eternit.


E poi c’è la questione della piena consapevolezza dell’imputato circa i rischi connessi alla lavorazione dell’amianto. Colace ha in particolare citato il convegno tenutosi a Neuss (Germania) nel 1976 per elaborare una strategia di disinformazione. Una strategia illustrata dallo stesso Schmid­heiny ai massimi dirigenti delle società del gruppo proprio in quell’occasione e che in seguito verrà messa nero su bianco in un documento denominato “Hauls 1976”, una sorta di manuale operativo dal taglio molto pratico, per aiutare i dirigenti locali a rispondere (con frasi predefinite) alle possibili contestazioni sull’amianto da parte di operai, sindacalisti, giornalisti, vicini di stabilimento e clienti. Vengono in particolare invitati ad insistere sul fatto che le argomentazioni «a discredito dell’amianto» sarebbero frutto di una «campagna diffamatoria che mette a repentaglio l’esistenza dell’azienda». Si trattava poi di consolidare nell’opinione pubblica la credenza che in certe condizioni (per esempio passando dalla lavorazione a secco a quella a umido), la produzione e il commercio di manufatti in amianto può continuare senza esporre a rischio l’integrità fisica delle persone (la favola della lavorazione in sicurezza...). In una lettera agli atti del processo il massimo dirigente di Eternit Italia Luigi Giannitrapani scrive di aver messo in atto le direttive e di aver per questo ricevuto addirittura i complimenti di Schmidheiny.


Colace ha infine ricordato che i presunti investimenti per la sicurezza e il passaggio alla lavorazione a umido hanno semplicemente significato «una trasformazione della situazione da inferno dantesco a una appena presentabile ma che in nessun modo risolveva la questione della sicurezza».


Gli interventi dei due magistrati hanno pienamente soddisfatto gli avvocati delle parti civili, che di fatto hanno rinunciato alle repliche. Commenta Laura D’Amico, legale dell’Associazione dei familiari delle vittime (Afeva): «La gestione dell’inchiesta e le argomentazioni della procura sono state encomiabili. In particolare sulla contestata violazione del principio “ne bis in idem” le considerazioni di Guariniello poggiano su basi solide perché prendono le mosse dalla sentenza della Cassazione. Sentenza che ci ha ricorda in modo molto vibrante come il processo Eternit 1 non si è celebrato per le morti dei lavoratori e dei cittadini, ma per il disastro. Ora stiamo facendo un processo diverso in cui si contestano 258 omicidi volontari». Si guarda dunque con fiducia al 14 luglio, quando il gup comunicherà la sua decisione.

Pubblicato il 

17.06.15..

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