Mancano pochi giorni alla fine della scuola. Gli esami sono alle porte, con tutte le loro incognite.
Le ragazze e i ragazzi dell’ultimo anno sono preoccupati; non solo per gli esami, ma soprattutto per il “dopo”.
Sono infatti poche le aziende che offriranno loro la conferma di un posto di lavoro, per molte ragioni diverse.
La più fondata e corretta è quella di stimolare questi ragazzi ad andare a  conoscere qualcosa di diverso dall’azienda in cui si sono formati, nuovi sistemi di organizzazione del lavoro, nuovi approcci al lavoro stesso, nuovi colleghi e nuovi cantieri. Un’occasione importante per arricchire il proprio bagaglio formativo in un periodo della vita in cui sono ancora grandi la curiosità e la disponibilità al cambiamento. O, meglio, in cui dovrebbe essere così.


In realtà oggi le ragazze e i ragazzi fanno molta più fatica di un tempo ad andarsene oltre Gottardo o oltre frontiera, a rompere quel cordone ombelicale che li lega alla famiglia e al loro territorio, quasi avessero paura ad affrontare il nuovo, il diverso. Una paura molto spesso non giustificata dalla realtà dei fatti (nella maggioranza dei casi non avrebbero nessun problema concreto, per lo meno nel mio settore, a trovare occasioni di lavoro interessanti sotto diversi punti di vista), ma una paura comunque e purtroppo ben radicata. Una paura che sembra nascere e alimentarsi dalla mancanza di abitudine al confronto, alla necessità di dover scegliere nei diversi contesti, all’assunzione in prima persona di responsabilità.
È come se questi nostri ragazzi si sentissero sicuri solo su sentieri ben tracciati e delimitati, dove le scelte possibili siano ridotte al minimo o addirittura inesistenti.


Ma è colpa loro, della società e delle famiglie o esistono precise responsabilità anche da parte nostra come istituzioni e formatori?


In altre parole, come scuola e come aziende di tirocinio, e ancor prima come istituzioni che studiano e concretizzano i percorsi formativi, li stiamo davvero formando al meglio?
Questo continuo rendere sempre più stretti i paletti entro cui istradare il loro percorso formativo, imposti dalle diverse riforme della formazione professionale, è davvero utile al loro futuro lavorativo?
Definire sempre più nel dettaglio che cosa fare e come farlo è il modo giusto per formarli al mondo del lavoro di domani?


Più gli anni passano e più sono convinta del contrario, perché il futuro che li aspetta è davvero complesso e certamente poco lineare. E non sono gli automatismi o i tunnel formativi ad aiutarli a crescere in vista di queste sfide.


Non credo quindi che formarli in modo sempre più programmato e rigido sia la scelta giusta.
Ma per rimettere in discussione questi modelli è necessario un lavoro profondo, articolato a diversi livelli.
Un lavoro che sarebbe bello costruire dal basso: direttamente dai giovani e dal mondo del lavoro.
Un lavoro che credo sia importante e urgente intraprendere. Ma c’è qualcuno che ha voglia di raccogliere la sfida?

Pubblicato il 

18.06.14..
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