Fare in fretta, muoversi, non causare nessun ritardo o rallentamento: le nostre vite sottostanno sempre di più a questa costrizione, assimilata sin dall’infanzia come il nostro dovere. Vi è un disciplinamento delle esistenze che si esprime in questi orari sempre più dinamizzati, un vero e proprio regime temporale cui sembra ci si debba assuefare; un ordine mobile da assecondare con il fiato corto, quasi indiscutibile e indiscussa legge dell’esperienza tardo-moderna, imposta nel corpo e nell’anima con lo stampo di istituzioni, mezzi di trasporto e new media.


Ora, è indubbio – lo ha sottolineato da ultimo il sociologo Harmut Rosa – stiamo vivendo un’ accelerazione di questo assoggettamento, dove a tecnologie sempre più veloci corrispondono ritmi di vita sempre più sfrenati. Al fast food si accompagna il power nap, ossia la versione abbreviata e iperconcentrata della vecchia, cara  pennichella; da programmare sullo smartphone, e da effettuare direttamente sulla scrivania, per non perdere tempo. Nell’“alta velocità” si simbolizza pertanto una condizione generalizzata, che va ben al di là del mondo dei trasporti, e che informa di sé anche costruzioni architettoniche non di rado aerodinamiche (vi è ad esempio una strana somiglianza fra i vagoni dell’alta velocità cinese e lo spettacolare Acquatic center progettato a Londra da Zaha Hadid). Da questo punto di vista, il mondo del lavoro dopo taylorismo e toyotismo  ha esercitato ed esercita, ancora una volta, il ruolo di laboratorio.

 

Nella vertiginosa diffusione dei contratti a termine e nelle pratiche di telecontrollo e sorveglianza digitalizzata della produttività, il tempo estraniato manifesta e impone la sua sovranità, il suo porsi come un autoritario potere assoluto. Ciò non bastasse quanto a produzione dell’infelicità, ne consegue che l’intera vita è messa al lavoro, sottomessa a quel regime prestazionale multiplo che ora si indica con il termine multitasking. Nate, almeno  in teoria, per consentire di svolgere più velocemente i lavori e favorire il tempo libero, le “nuove” tecnologie sono in realtà usate oggi per chiamare a svolgere più lavori e più compiti nel medesimo tempo, secondo una paradossale stratificazione simultanea di compiti e doveri cui i corpi rispondono non di rado con quella indebita accelerazione cardiaca continua e a vuoto che soffriamo come stress.

 

In sostanza, sempre di più guidiamo, guardiamo lo smartphone e magari al contempo mangiamo un panino; o ancora sediamo davanti a un monitor che già di per sé innesca simultaneamente molteplici compiti di segretariato, e-mail, controllo transiti eccetera, e al contempo rispondiamo al telefono e lavoriamo, sempre al tempo stesso, a uno sportello reale. Per non parlare del cosiddeto spazio domestico, dove ai compiti di accudimento e sostentamento si aggiungono varie tele-prestazioni, trasformando il “mondo interno” in una sorta di laboratorio per misurare i limiti di sostenibilità della frammentazione prestazionale dell’umano.

 

Il multitasking, che pur potrebbe offrire altre potenzialità, si profila come la forma attuale dell’alienazione, forma estremamente invasiva, dove ogni residuo “tempo libero” – un concetto ormai del tutto superato – sembra di fatto gravato da una sorta di ipoteca, e ogni vitale perdita di tempo si trasforma in un debito-colpa che galoppa furioso e minaccia di travolgerci. L’emancipazione non può insomma più essere pensata senza lo scandalo di una diffusa e radicale decelerazione.

Pubblicato il 

24.09.15..
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