Edilizia

S’infiammano gli animi in vista del rinnovo del contratto nazionale mantello dell’edilizia (Cnm) che tutela 80mila operai, in scadenza quest’anno. Il padronato sembra non aver ancora digerito la conquista del 2003 del prepensionamento a 60 anni. Dopo aver provato a indebolirlo in occasione dell’ultimo rinnovo del 2014, ora torna all’attacco chiedendone la posticipazione a 62 anni o una riduzione del 30% delle rendite.
Ne parliamo con Dario Cadenazzi, responsabile Unia Ticino e Moesa dell’edilizia, nonché membro della delegazione nazionale della trattativa col padronato.

 

Dario Cadenazzi, la Società svizzera impresari costruttori sostiene che l’attuale finanziamento del prepensionamento non è più sostenibile e dunque bisogna tagliare drasticamente.
La Ssic utilizza un problema temporaneo di finanziamento per smantellare il prepensionamento. Non si può leggere altrimenti la proposta di ridurre del 30% la rendita del prepensionamento oppure spostare a 62 anni il diritto. Vorrei far notare che già cinque anni fa avevamo chiesto al padronato di sedersi per trovare una soluzione a un problema facilmente prevedibile. Hanno sempre rifiutato. Questo ritardo ha acuito i problemi di finanziamento, mentre se fossero state decise per tempo, le soluzioni sarebbero risultate molto meno incisive. Non è da escludere che il rifiuto padronale nel discutere la soluzione nei tempi giusti sia stata una strategia voluta per arrivare ora nell’emergenza a proporre misure drastiche.


Nel 2015 poi ci fu un accordo, con l’aumento dei contributi per il fondo prepensionamento dell’1,5% per il padronato e di mezzo punto percentuale per l’operaio.
Il padronato fu allora costretto a cedere alle pressioni degli operai legate al rinnovo del Contratto nazionale mantello. Purtroppo fu una soluzione tampone decisa in fretta e furia. Ora gli operai sono disposti a far loro parte affinchè il problema del finanziamento sarebbe definitivamente risolto, purchè non si tocchi l’età e la rendita diretta.


Perché il problema del finanziamento è legato alla generazione del baby-boom degli anni 60 che si avvicina al pensionamento, giusto?
Sì, oltre al ritardo accumulato di cui parlavo prima. Ma esaurito il picco di prepensionati, si potranno diminuire i contributi perché finanziariamente sarà di nuovo sostenibile.


A scatenare le preoccupazioni degli edili, anche la recente disdetta dell’Istituto collettore Lpp di non voler più affiliare in automatico il secondo pilastro degli edili in prepensionamento.
Quella disdetta è semplicemente illegale. L’istituto collettore ha l’obbligo per legge di assicurare il secondo pilastro a chi è stato escluso dalla propria cassa pensioni. È un compito sancito dal mandato legale dell’Istituto collettore. Per questo, Unia e Syna interverranno per ripristinare la legalità. Vorrei anche precisare che la disdetta dell’Istituto collettore non c’entra nulla con il prepensionamento.


L’attacco padronale si limita al solo prepensionamento?
No, dalle dichiarazioni di Gianluca Lardi, presidente nazionale della Ssic, lo si capisce chiaramente. «Questo contratto è rigido, è vecchio. Dobbiamo buttarci il passato alle spalle, introducendo flessibilità». Va ripetendo il mantra della flessibilità, naturalmente a senso unico. Gli operai la flessibilità la conoscono già, quella di un portafoglio che si sgonfia sempre più mentre il potere d’acquisto crolla, conoscono la flessibilità della schiena in cantiere, delle ore in cui devi essere a disposizione, del dover cambiare le vacanze perché c’è da lavorare, del dover lavorare la notte e il sabato. Ma questo non basta al padronato. Ora per flessibilità intendono poter lavorare fino a 50 ore la settimana, di poter declassare i lavoratori nelle qualifiche, o poter pagare meno i lavoratori anziani che non rendono come un giovane e “bisogna tenerne conto”, come lascia intendere la controparte. Sono questi gli argomenti che l’associazione padronale porta avanti nelle trattative sul rinnovo contrattuale, coprendoli con la parola magica della flessibilità.


Il sindacato come sta reagendo?
Con l’unica arma a disposizione dei lavoratori, la mobilitazione. Solo con l’impegno dei muratori si è riusciti a conquistare il prepensionamento e a difenderlo negli anni. In una prima fase, stiamo informando gli edili su quale sia la posta in gioco, sia sui cantieri che attraverso una decina di assemblee in varie località. Sabato 23 giugno vi sarà invece una manifestazione nazionale a Zurigo per ribadire che il prepensionamento a 60 anni e le rendite non si toccano. Gli edili sanno bene quanto valga quella conquista e non sono disposti a cedere.

 

4 muratori su 10 arrivano invalidi alla pensione


Si dice che la morte sia democratica perché, prima o poi, tocca a tutti. Vero, ma la questione temporale, il prima o il poi, è rivelatrice delle disparità sociali di fronte all’appuntamento con la morte.
Nel 2000 fece scalpore uno studio pubblicato dal Dipartimento della solidarietà e dell’impiego del Canton Ginevra, intitolato “Mortalità prematura e invalidità secondo la professione e classe sociale a Ginevra” realizzato dal dottor Etienne Gubéran e dallo statistico Massimo Usel. Lo studio verteva sull’osservazione di oltre 5mila persone residenti nel cantone romando, suddivise in 28 categorie professionali. Scopo della ricerca era analizzare quante persone, dal loro 45esimo compleanno al momento di andare in pensione a 65 anni, fossero decedute o diventate beneficiarie di una rendita d’invalidità.


Dai risultati emerse una realtà terrificante. Gli addetti alle pulizie, alla pavimentazione stradale e i meccanici d’auto avevano un tasso d’invalidità attorno al 25%. Peggio ancora per gli operai di fabbrica con un tasso del 31%, mentre nella costruzione si raggiungeva il 40%. Quattro edili su dieci arrivavano alla pensione da invalidi.


Per dare un’idea della disparità, il tasso d’invalidità tra gli scienziati raggiungeva il 3%, per gli architetti e ingegneri il 4%, mentre tra i direttori e quadri superiori al 6%. Anche di fronte alla morte, la disparità era evidente. Un muratore su cinque moriva tra i 45 e i 65 anni, a fronte di un tasso del 12-14% tra architetti, ingegneri o dirigenti.


La pubblicazione della verità statistica del peso del lavoro usurante sulla salute irruppe nella lotta sindacale volta all’ottenimento del prepensionamento a 60 anni nell’edilizia, in quegli anni al suo apice. Dopo una serie di scioperi estesi in tutto il paese, nel 2003 il prepensionamento diventò una realtà. Oltre a rappresentare un importante progresso sociale, particolarmente innovativo fu il suo finanziamento. A differenza degli oneri sociali equamente divisi tra impresa e salariato, il prepensionamento era finanziato dall’impresa quattro volte tanto quanto versava l’operaio. Oggi, dopo le necessarie misure di risanamento introdotte nel 2015, l’impresa versa il 5,5% sul salario, mentre l’operaio l’1,5 per cento.


Pubblicato il 

16.05.18..
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