Le previsioni snocciolate in questi giorni sull’economia, da quella mondiale a quella nazionale, non lasciano sperare. Il Fondo monetario internazionale abbassa la sua precedente previsione di crescita. Altrettanto fa la Banca mondiale. Gli Stati uniti sono in decelerazione: calano sia le importazioni sia le esportazioni. Nell’Unione europea i segnali di ripresa sono timidissimi, insufficienti per portare la disoccupazione al di sotto del dieci per cento. La Cina registra la crescita più debole da venticinque anni e ha perso la funzione di locomotiva che le veniva attribuita. Il comunicato finale del G20 (i venti più potenti e ricchi paesi del mondo), rilasciato negli scorsi giorni dopo la riunione di Shanghai, ammette che la lista dei “rischi al ribasso” per la crescita è lunga ed elenca: flussi di capitali volatili, crollo dei prezzi delle materie prime, spirale delle tensioni geopolitiche, potenziale contraccolpo dell’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea, aumento dei rifugiati in alcune regioni”. In Svizzera siamo a crescita zero, con disoccupazione in aumento.


A questa prospettive si contrappongono due constatazioni paradossali: esiste una crescita; quella crescita è il cancro dell’economia. Per capirci, si deve esemplificare. Per esemplificare, bisogna dare delle cifre.
Un trilione di dollari (o mille miliardi di dollari) è il valore dato all’economia finanziaria (quella che diciamo anche “di carta” o “di moneta virtuale”). 78 bilioni (o 78 mila milioni di dollari) è invece il valore dato all’economia reale, cioè alla ricchezza materiale prodotta in un anno nel mondo dall’investimento in capitali fissi (macchine ecc.). 13 a 1 è quindi il rapporto esistente nel mondo tra Finanza ed Economia reale secondo i dati ricavabili dalla Banca mondiale. Anche il più deviato degli economisti neoliberisti o degli affaristi o dei politici obnubilati dal giudizio inappellabile dei mercati non può non ritenerlo abnorme, illogico.


La Finanza è assurdamente sovradimensionata rispetto alle necessità dell’economia reale e quindi non può essere che esplosivamente speculativa. Di fatto è quella che crea la fragilità attuale di tutto il sistema e che pone sempre più i cosiddetti valori finanziari all’epicentro di nuove susseguenti crisi, come dimostrano il passato e le ultime settimane. Pochi economisti e rari politici insistono sulla necessaria disintossicazione finanziaria. Nessuno vuol però porre regole al divino intoccabile mercato e alla libera circolazione dei capitali (a quella degli uomini, sì).


L’ammontare dei dividendi versati dalle 14 maggiori società svizzere ai propri azionisti lo scorso anno supera i 40 miliardi di franchi. L’aumento del rendimento medio reale è stato per gli azionisti del 5 per cento. I salari reali sono piatti da trent’anni. La crescita della ricchezza va quindi da una sola parte, quella del capitale.
Zurich Assicurazione è sempre stata campione svizzero nel versamento di dividendi, con un rendimento annuo superiore all’8 per cento. In questi giorni, mantiene invariato il versamento dei dividendi (2,56 miliardi) ma per poterlo fare “economizza” ristrutturando ed eliminando ottomila posti di lavoro, di cui 750 in Svizzera.
Conclusione: nessuno può ammettere che in tutto questo ci sia un filo di razionalità, benché si presentino l’economia o il mercato come razionali. Tutti dovrebbero domandarsi se l’economia sia ancora al servizio dell’uomo. Degli azionisti sicuramente.

Pubblicato il 

02.03.16..
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