Je suis Charlie. Come tanti altri, che hanno manifestato o espresso la loro solidarietà sui social media, sono rimasta profondamente colpita da questo attacco ingiustificabile contro Charlie Hebdo e contro la libertà di espressione. Sono rimasta anche scioccata dal massacro al supermercato kosher Hipercacher delle quattro persone, uccise solo perché ebree.


Oggi, io sono anche Raif. Un giovane saudita che ha creato un forum online per discutere pubblicamente del suo paese e del rigoroso islamismo applicato in esso. Ma in Arabia Saudita la libertà d’espressione non è garantita, criticare il governo è un crimine e Raif Badawi è stato condannato a dieci anni di carcere e 1000 frustate.
Ironia della sorte? Due giorni dopo l'attacco contro Charlie Hebdo, mentre molti capi di Stato partecipavano a Parigi alla marcia di solidarietà, mentre il numero due della diplomazia saudita presentava le condoglianze a François Hollande a nome del suo governo, Raif Badawi subiva in pubblico, a Gedda, una prima serie di 50 frustate. La condanna prevede 50 frustate ogni venerdì per 20 settimane.


La comunità internazionale ha alzato la voce. I governi degli Stati Uniti e della Francia, seguiti in Svizzera dal Dipartimento federale degli affari esteri, hanno chiaramente condannato questa pena ingiusta che viola il divieto di tortura. Era ora. Amnesty International da mesi sta conducendo una campagna per ottenere la liberazione di Raif. Solo in Svizzera sono state raccolte 9.000 firme, consegnate all’ambasciata saudita a metà gennaio per chiedere alle autorità di rinunciare all'esecuzione della pena.


Venerdì 16 gennaio, la seconda serie di frustate è stata annullata per "motivi di salute". Raif non si era ancora ripreso dalle prime 50 per sostenere una nuova fustigazione. Un rinvio di qualche giorno. Che cinismo da parte delle autorità saudite!


Tuttavia, secondo le informazioni ricevute da sua moglie, rifugiata in Canada con i loro tre figli, il caso di Raif dovrebbe essere rivisto dalla Corte Suprema saudita. Solo la pressione dell'opinione pubblica e diplomatica sulle autorità e la giustizia di questo paese permetteranno a Raif di essere liberato e di ritrovare la sua famiglia.
La libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma che non è mai garantito. Le persone che la esercitano si trovano spesso nel mirino dei fondamentalisti o delle autorità. A volte pagano con la vita il coraggio di parlare. È urgente difenderli. Essere Charlie è anche essere Raif oggi, e altri blogger, vignettisti e giornalisti domani.

Pubblicato il 

29.01.15..
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