Processo Eternit

Stephan Schmidheiny ha provocato consapevolmente un disastro ambientale che ha ucciso, sta uccidendo e continuerà a uccidere migliaia di persone che hanno respirato le polveri di amianto immesse negli ambienti di lavoro e di vita dalle sue fabbriche Eternit in Italia. Ma lui non va punito perché, con la chiusura degli stabilimenti nel 1985, ha smesso di delinquere e dunque «il reato è estinto per prescrizione maturata antecedentemente alla sentenza di primo grado». Così ha deciso mercoledì sera a Roma, chiudendo una giornata processuale drammatica, la prima sezione penale della Corte di cassazione. La condanna a 18 anni di carcere che era stata inflitta al magnate svizzero dal Tribunale d'Appello di Torino nel 2013 è così annullata e con essa tutti i risarcimenti alle vittime.

 

Erano da poco passate le 21 quando il presidente della Corte Arturo Cortese, asciutto e distaccato, ha letto il brevissimo dispositivo della sentenza. In pochi minuti «Nel nome del popolo italiano» (naturalmente) ha “liquidato” più di 3000 morti, migliaia di malati e famigliari confrontati con la tragedia dell'amianto. «L'udienza è tolta», i rappresentanti delle associazioni delle vittime, i malati e i sopravvissuti, le vedove e gli orfani venuti in massa a Roma per assistere all'ultimo atto di quello che era stato definito il “processo del secolo”, possono tornarsene a casa: l'appuntamento con la giustizia è perlomeno rinviato.


Ma nonostante l'ennesima offesa, l'ennesimo insulto alla loro storia, alle loro battaglie e alle loro sofferenze, la reazione è come sempre composta. Solo qualcuno trova la forza di sfogarsi a parole: “vergogna, vergogna”, “questa è la giustizia dei padroni”, “avete ucciso un'altra volta i nostri morti”, hanno gridato in aula. Gli altri scoppiano in un pianto collettivo e in ordine si incamminano verso i pullman che durante la notte li riporteranno a Casale Monferrato, la città martire che Stephan Schmidheiny ha avvelenato e a cui ha lasciato in eredità tonnellate e tonnellate di amianto dopo aver chiuso la fabbrica nel 1986 (su istanza di autofallimento), oltre che una lunga, interminabile scia di lutti.


Qui si contano mediamente una nuova diagnosi e un morto di mesotelioma (il tipico cancro da amianto) alla settimana. Proprio alla vigilia della sentenza della Cassazione è toccato a un ragazzo di soli 28 anni, nato dunque nel 1986, quando la fabbrica era ormai chiusa e Schmidheiny aveva già “smesso” di delinquere, come incredibilmente hanno ritenuto i giudici dell'Alta Corte.


Un decisione la loro che era nell'aria sin dal primo pomeriggio, quando la richiesta di «annullamento senza rinvio» (cioè senza rifacimento del processo) della sentenza di condanna era stata avanzata dal Procuratore generale della Cassazione Francesco Mauro Iacoviello, suscitando stupore (persino tra gli avvocati difensori di Schmidheiny) e sgomento. Pur dicendosi convinto che «l'imputato è responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte, vi sono delle ragioni di diritto che non consentono di condannarlo. Contrariamente alle valutazioni fatte dai giudici di primo e secondo grado, il reato è terminato con la chiusura della fabbrica, cioè quando è cessata l'immissione massiccia di polvere di amianto nell'ambiente» e di conseguenza il periodo di prescrizione (cioè il periodo entro il quale un reato può essere perseguito, nel caso concreto 12 anni e mezzo) va calcolato a partire da quella data. Questo significa che il reato era già prescritto prima del processo di primo grado, come hanno poi ritenuto anche i giudici della Cassazione.


«L'istituto della prescrizione – ha commentato Iacoviello – non risolve i problemi della giustizia sociale» (che vorrebbe la condanna del colpevole) ma «nel diritto ha la sua ragion d'essere». «Piegare il diritto alla giustizia, può fare giustizia oggi ma creare mille ingiustizie in futuro», ha ammonito il Procuratore generale, sottolineando la particolare delicatezza di questo processo, «il primo in Italia, con implicazioni e attese notevoli, non solo per le persone offese ma anche per la comunità scientifica». «La vostra decisione creerà un precedente – ha detto rivolgendosi alla Corte – e il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto».


Inutili si sono rivelati i tentativi dei legali di parte civile di ricostruire il comportamento criminale di Schmidheiny sull'arco di decenni: ha lavorato per occultare le evidenze scientifiche, per boicottare e screditare il lavoro degli scienziati, per influenzare le politiche delle istituzioni in materia di legislazione sull’amianto, per disinformare i lavoratori e l'opinione pubblica sulla sua pericolosità, per tenere lontano da sé le vicende giudiziarie mettendo in piedi una rete di spionaggio e di manipolazione dell'informazione. Per non parlare delle terribili condizioni di lavoro che imponeva all'interno delle sue polverose fabbriche Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli.


È poi un dato di fatto che ex lavoratori e cittadini continuano ad ammalarsi e a morire e ad essere esposti ad un pericolo incontrollato a causa delle condotte attive e omissive di Stephan Schmidheiny. È pertanto fuori luogo far cessare le sue responsabilità al momento della chiusura degli stabilimenti esentandolo così dalla pena. Bisogna invece interrogarsi per capire «in che misura la possibilità di morte si è significativamente innalzata a causa della dispersione di fibre», ha tuonato l'avvocato Maurizio Riverditi. Seguendo il ragionamento del Procuratore generale, «non celebreremmo più alcun processo in cui vi è il dubbio che l'evento si produca a distanza di anni dalla condotta (per esempio in seguito ad un errore medico)», ha aggiunto Sergio Bonetto, invitando la Corte anche a tenere conto della figura dell'imputato, «non certo uno sprovveduto». «Non ha mai ammesso alcuna colpa e si è difeso dal processo invece che nel processo. Di lui non si dispone nemmeno dell'indirizzo», ha aggiunto.


Tutte queste considerazioni sono però rimaste inascoltate, al contrario di quelle del Pubblico ministero e dei legali del miliardario svizzero.
«Pur compiangendo per primi le morti avvenute, va applicata la legge», ha affermato l'avvocato Franco Coppi sostenendo la tesi dell'avvenuta prescrizione e ribadendo, in coro con il suo collega Astolfo Di Amato, come Schmidheiny sia stato «la vittima di un pregiudizio della magistratura italiana che nei processi di primo e secondo grado ha voluto a tutti i costi individuare in lui il responsabile di una strage» quando la colpa sarebbe in realtà di «chi ha gestito l'azienda prima di lui».


E alla fine l'hanno avuta vinta: in due ore scarse di camera di consiglio la Corte ha emesso il verdetto più favorevole che “Mister Eternit” si potesse immaginare, come sottolinea la sua portavoce Elisabeth Meyerhans in un comunicato stampa uscito pochissimi minuti dopo la lettura della sentenza. E lui, da chissà dove, ha dichiarato di «avere la certezza che il prematuro abbandono della lavorazione dell'amianto è stata la cosa migliore e più importante che ho fatto come imprenditore». E aggiunge Meyerhans: «Nonostante l'assoluzione, Schmidheiny intende proseguire con il programma di risarcimento per i cittadini e i lavoratori ammalatisi a causa dell'amianto dei quattro stabilimenti italiani della Eternit e per i loro congiunti».


Una dichiarazione che da sola conferma come nell'entourage del magnate elvetico la regola sia ancora oggi la disinformazione e la distorsione della verità, perché Schmidheiny non è stato affatto “assolto”. Ha semplicemente schivato la condanna «per intervenuta prescrizione», hanno stabilito i giudici. E non «per non aver commesso il fatto».

 

Le vittime: non ci arrenderemo

«O ci arrendiamo o ricomiciamo. Abbiamo preso un pugno nello stomaco, ma dobbiamo reagire e andare avanti». Bruno Pesce, coordinatore del Comitato vertenza amianto e leader storico delle battaglie sindacali e sociali in difesa della salute dei lavoratori e dei cittadini e per la giustizia a Casale Monferrato, non ha dubbi e nonostante tutto guarda con ottimismo al futuro.
«Il pubblico ministero ha detto che alla giustizia va anteposto il diritto. Il diritto dei più forti che prevale sul diritto dei più deboli, aggiungo io.
Sarebbe ora, e lo diremo alla  Commissione Giustizia del Senato da cui saremo sentiti a breve, che lo Stato nei suoi atti legislativi e nei suoi comportamenti debba considerare un po’ di garantismo non solo per chi commette reati spaventosi come questi, ma anche per chi li subisce! È forse un’eresia?».
«Poiché la colpa c’è e purtroppo ci sono ancora centinaia di vittime che non sono ancora cadute nella rete della prescrizione, c’è lo spazio per l’avvio di un nuovo processo, stavolta per omicidio», prosegue Pesce. Persino Franco Coppi, che è stato rispettivamente è l’avvocato di poveracci come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi, ha ammesso che Schmidheiny è colpevole ma che il reato è prescritto. In un processo per omicidio lo dovranno dunque condannare».  

 

 

Ora il processo per omicidio

«Cerchiamo di perseguire la giustizia all'insegna del diritto, coniugando le due cose». È la promessa del sostituto procuratore di Torino e artefice dello storico processo Raffaele Guariniello, all'indomani della sentenza della corte di Cassazione. Il procuratore ha sottolineato che «le sentenze, soprattutto quelle della Cassazione, non devono essere mai criticate ma sono un punto di partenza per fare dei passi avanti». Proprio giovedì il magistrato ha chiuso le indagini sul cosiddetto Eternit bis, l'inchiesta per omicidio volontario di 256 persone morte per patologie legate all'amianto. «Ai parenti dico che non devono sentirsi abbandonati e non devono disperarsi. Bisogna andare avanti e la delusione deve diventare la base per reagire», ha dichiarato.
Il nuovo processo ha davanti a sé una lunga strada, in parte però già percorsa: I nomi delle vittime sono tutti scritti sui faldoni pieni di documenti medici che attestano la causa della morte e il nesso di causalità tra l'esposizione all'amianto e il decesso e contengono informazioni sulla storia professionale di ciascuno negli stabilimenti Eternit italiani. Secondo indiscrezioni una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio nei confronti di Schmidheiny sarebbe imminente o addirittura già avvenuta.
Parallelamente Guariniello e il suo pool stanno lavorando anche un “Eternit ter”, che riguarda i lavoratori italiani morti dopo aver lavorato nelle fabbriche svizzere di Niederurnen e Payerne.     c.c.

 

Pubblicato il 

23.11.14..

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