Razzismo istituzionale

Per la prima volta in Svizzera un giudice si è occupato della controversa questione di un controllo di polizia su una persona di colore quale possibile violazione del divieto costituzionale di discriminazione razziale. Lunedì scorso il tribunale distrettuale di Zurigo ha respinto il ricorso del 42enne Mohamed Wa Baile contro la multa inflittagli per non aver mostrato un documento d’identità ai poliziotti che l’avevano fermato. La sua spiegazione, secondo cui verrebbe controllato solo a causa della sua pelle scura, per il Tribunale non sarebbe provata. Ma la vicenda non è affatto conclusa. Anche perché il giudice ha sostanzialmente condiviso la motivazione dell’imputato.

Davanti all’entrata del tribunale c’erano almeno 200 persone in attesa di poter entrare per assistere all’udienza. Erano in prevalenza sostenitori dell’Alleanza contro il “racial profiling”, un’organizzazione che si batte contro ogni forma di controlli su persone la cui etnia o religione viene percepita dai poliziotti in modo “differente”. «Essere fermati, interrogati e perquisiti, ovunque ed in ogni momento, fa parte della quotidianità di molte persone di colore, specialmente se giovani», ha scritto l’Alleanza in un appello a Confederazione, Cantoni e Comuni affinché vengano create le condizioni legali per vietare i controlli sulle persone in assenza di sospetti.
La vicenda di Mohamed Wa Baile è emblematica. Nato in Kenya, a Mombasa, Wa Baile è cresciuto e vive a Berna . Si è laureato in letteratura inglese all’università di Friburgo e in islamistica all’università di Berna. È cittadino svizzero, ma è di religione musulmana ed ha la pelle scura. Lavora come bibliotecario al Politecnico federale di Zurigo, perciò fa il pendolare da Berna. Ed ogni mattina, quando verso le 7 arriva alla stazione centrale di Zurigo, senza volerlo attira l’attenzione delle pattuglie di polizia che scrutano il flusso frettoloso dei pendolari che scendono dal treno.


Anche la mattina di giovedì 5 febbraio 2015, come numerose altre volte, Wa Baile viene fermato, identificato, interrogato e perquisito come un sospetto criminale, lì, davanti alla gente che passa e guarda incuriosita la scena. È ormai un’esperienza che lui conosce molto bene, ma che non riesce a capire ed accettare. «Sono diventato svizzero da oltre dieci anni, ma vengo continuamente fermato e controllato dalla polizia, che sia in treno, mentre vado al lavoro, in biblioteca, in farmacia o davanti all’asilo dei miei figli», dice Wa Baile. Normalmente si lascia controllare in pubblico e fa quello che la polizia gli ordina, senza opporre resistenza. Tuttavia è davvero pesante per lui essere costantemente oggetto delle attenzioni della polizia, indipendentemente dal suo comportamento.


Ma quella mattina Wa Baile non ci sta, è stufo di questo ennesimo trattamento umiliante: chiede agli agenti se stanno cercando qualcuno che gli somigli e, ricevuta una risposta negativa, si rifiuta di dare le sue generalità perché ritiene immotivato e ingiusto che venga fermato sempre lui, solo perché è scuro di pelle. Soltanto dopo aver trovato nel suo zainetto la sua tessera Avs, lo lasciano andare. Ma in seguito gli verrà inflitta una multa di 100 franchi, più 150 di spese amministrative, per non aver mostrato i documenti.


Lui si rivolge all’Ombudsman, che gli consiglia di opporsi legalmente. E in tribunale giustifica così il suo ricorso: «Voglio difendermi contro il fatto che io, come altre persone di pelle scura, veniamo continuamente controllati dalla polizia. Voglio impegnarmi per una Svizzera nella quale tutti sono trattati in modo eguale».
Al giudice unico Claudio Maira il kenyano-svizzero rivolge la domanda: «Lei sa come ci si sente ad essere stoppato e controllato dalla polizia nel mezzo del flusso di pendolari alla stazione centrale?» Precisa di non aver definito razzisti i poliziotti, ma di ritenere ingiustificato e discriminante essere sottoposto a controllo solo per il colore della pelle. Nel suo rapporto, il capo della pattuglia di polizia ha scritto di aver fermato Wa Baile perché insospettito dal fatto che distoglieva lo sguardo «come chi abbia qualcosa da nascondere». Il giudice chiarisce di avere il compito di valutare soltanto l’aspetto penale dell’accaduto, non di stabilire se la polizia svolga i suoi controlli con un “racial profiling”. Nel caso specifico, il controllo sembra giustificato dal poliziotto in modo credibile e «il giudice non può trarre la conclusione che sia stato motivato dal colore della pelle».
Tuttavia, ha aggiunto il giudice Maira rivolto all’imputato, «il mio compito è applicare la legge, non fare politica. Capisco e rispetto il suo desiderio. Vada avanti nella sua battaglia per un mondo libero da pregiudizi. Ma lo faccia con i mezzi dello stato di diritto».


Al termine dell’udienza, il difensore di Wa Baile, l’avvocata Magda Zihlmann, dichiara che ricorrerà al Tribunale cantonale, anche perché sulla stessa vicenda è in corso un procedimento di diritto amministrativo, sospeso in attesa che si chiarisca l’aspetto penale. Importante, per l’Alleanza contro il “racial profiling”, è che se c’è razzismo istituzionale nella polizia, esso venga riconosciuto e condannato. A tal fine, il processo sul caso di Wa Baile rimane «esemplare per tutta la Svizzera».

Pubblicato il 

09.11.16..
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