Venezuela

La vera partita comincia adesso. E si annuncia molto difficile per il Venezuela bolivariano e tendenzialmente socialista, sia pure del particolare “socialismo del XXI secolo”. Ma assai inquietante anche per l'America latina progressista o di sinistra (a cominciare da Cuba), e per l'America latina in generale nel caso il “Venezuela saudita” e motore generoso dell'integrazione latino-americana entri in uno stato di fibrillazione destabilizzante.

 

Del resto era immaginabile che la drammatica scomparsa di Hugo Chávez, il carismatico e solitario leader della rivoluzione democratica vinto dal cancro il 5 marzo scorso, potesse avvenire senza conseguenze e che il passaggio al dopo-Chávez fosse indolore e lineare.
Il candidato chavista Nicolas Maduro, erede designato del “Comandante”, suo “figlio” e suo “apostolo”, ce l'ha fatta. Per un soffio, ma ce l'ha fatta. 7.505.000 voti per lui, 7.270.000 per il candidato dell'opposizione Henrique Capriles, 50,7% contro 49%, secondo i dati ufficiali diffusi lunedì dal Consiglio nazionale elettorale e contestati da Capriles. 1,7% cento e 235.000 voti di differenza su quasi 15 milioni di voti.


Nelle elezioni presidenziali dell'ottobre 2012 Chávez aveva (stra)vinto ancora, lasciando Capriles 10 punti e 1,6 milioni di voti indietro (55% contro 45%), domenica scorsa Maduro ha perso, rispetto a sei mesi fa, più di 4 punti e Capriles li ha guadagnati. Almeno un milione di voti hanno cambiato candidato.
È il vecchio e sempre valido discorso del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.
Di certo il successo di Maduro è troppo striminzito per poter parlare, come ha fatto, di «trionfo elettorale». Però, nonostante l'assenza del padre, il Venezuela chavista ha tenuto e ha vinto anche queste elezioni, 17 su 18 dal 1998 (l'unica sconfitta il referendum costituzionale del 2007).


Il voto di domenica e il successo di Maduro sono stati giudicati trasparenti e legittimi, non solo dal Cne, che per la sua matrice chavista è visto con sospetto dall'opposizione, ma anche dalle varie missioni di osservatori internazionali. Capriles, che ha chiesto il riconteggio manuale di “voto per voto” non fidandosi di quello elettronico (richiesta fatta propria dal Dipartimento di Stato Usa e dall'Osa, l'Organizzazione degli Stati Americani, noto come il Ministero delle colonie degli Stati Uniti), si è rifiutato di riconoscere per il momento la vittoria di Maduro e ha invocato la piazza. Dovrà rassegnarsi, in attesa delle prossime presidenziali del 2019, a meno che non voglia correre l'azzardo della destabilizzazione (peraltro non nuova, come ha rivelato di recente WikiLeaks riportando i cablogrammi inviati nel 2006 dall'ambasciatore Usa sull'andamento dell’operazione “Destabilize Venezuela”), contraddicendo però quell'immagine recente di recupero democratico suo e dell'opposizione in cui si è impegnato.


Il problema non sembra essere tanto Capriles. Il problema è Maduro. Che non ha la personalità, il prestigio e l'olfatto politico di Chávez. E che si troverà di fronte a scelte difficili in un paese diviso in due e orfano di Chávez. Il margine con cui ha vinto è così stretto che non potrà non tenerne conto nel realizzare il suo programma: sicurezza di fronte a una violenza allarmante (16.000 morti in un anno), lotta alla corruzione diffusa e alla inefficienza della burocrazia, rilancio e diversificazione di un'economia in affanno (inflazione al 20-30%, debito pubblico al 55% del pil, deficit fiscale al 12%) e troppo dipendente dal petrolio (e da un prezzo del barile che se scendesse sotto i 100 dollari sarebbe un disastro), conferma non così scontata dell'alleanza fra civili e militari forgiata da Chávez, coltura dei germi di “poder popular” in chiave anti-burocratica, ruolo del Psuv come fucina di dibattito politico e non solo come rampa di carriera politica, mantenimento dei costosi programmi sociali all'interno (con relativa ed esorbitante spesa pubblica) e dei costosi programmi di sostegno al sogno dell'integrazione latino-americana.


Dentro il campo popolare e chavista, la cui unità è tutta da dimostrare, potrebbe essere già cominciata una resa dei conti. Diosdado Cabello, il grande rivale di Maduro per l'eredità di Chávez e “relegato” alla presidenza dell'Assemblea nazionale, non ha perso tempo per dire che i risultati di domenica impongono «una profonda autocritica».
Il presidente Maduro dovrà portare avanti i sogni e i programmi di Hugo Chávez ma senza Hugo Chávez. Dovrà camminare con Chávez ma andare anche oltre Chávez. Non potrà fermarsi, in una sorta di rivoluzione nella rivoluzione.

 

Pubblicato il 

19.04.13..

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