Giustizia

Il peggiore compleanno della mia vita, quello del 2001. Ero a Genova dall'inizio della settimana, chiamato a moderare il dibattito d’apertura del controsummit del movimento no-global in occasione del G8. C’era una marea di giovani da ogni angolo d’Europa. Tutte quelle persone, e le moltissime altre piovute in città nei giorni seguenti, avrebbero dato vita a una settimana di politica, dibattiti e manifestazioni, per disvelare imbroglio e pericolosità della globalizzazione neoliberista. Una settimana drammatica in una Genova blindata da polizia, carabinieri, finanzieri, forestali, operativi a terra, in mare con mezzi da sbarco, in cielo con elicotteri. Rispondevano agli ordini della politica, e se il premier era Berlusconi, comandante della piazza era il suo vice, Fini, fulgida figura fascista prima di abiurare i saluti romani.

 

Un esercito mai visto, pronto a scatenare una guerra contro chiunque – pacifisti, ambientalisti, migranti, lavoratori, sindacalisti – avanzasse critiche alle politiche criminali degli 8 grandi del mondo, assediati e blindati in una zona rossa inaccessibile persino a chi voleva dare l’ultimo bacio alla moglie morente ricoverata in ospedale. Un incubo.


Da cronista, dentro e fuori la zona rossa, ho visto la violenza in divisa di chi dalla politica aveva ricevuto l’ordine di dare una lezione definitiva alla protesta. Bisognava convincere un paio di generazioni di ragazzi che la politica è cosa da “grandi”. Gli 8 grandi. Ho visto i cavalli ruffiani della reazione di Stato, i black block, lanciare cross sotto rete perché i tutori del disordine potessero schiacciare meglio un popolo inerme. Il venerdì in piazza Alimonda ho visto il corpo senza vita di Carlo, ammazzato da un carabiniere passato alla storia politica come eroe, non come assassino. Un’ora dopo quella morte la Cgil vigliaccamente ritirò la sua adesione alla manifestazione del sabato. La Fiom di Claudio Sabattini, riunita in assemblea con il popolo no-global, la confermò. E il sabato Genova fu invasa da uomini donne e bandiere, famiglie con bambini, frati suore e miscredenti, ragazzi alla prima uscita politica. Furono fatti a pezzi e intossicati dai candelotti lacrimogeni lanciati da terra e dagli elicotteri.


Verso le 20 sembrava tutto finito, rientrai in casa dalla compagna che mi ospitava in piena zona rossa. Sfinito, disgustato, con i piedi così gonfi da una settimana di marce, corse, fughe che faticai a togliermi le scarpe. Aprimmo una buona bottiglia per festeggiare, finalmente, il mio compleanno. Nel giorno sbagliato. Feci appena in tempo ad alzare il bicchiere e a mettere qualcosa nello stomaco che squillò il telefonino, era una militante no-global: “Corri alla Diaz, ci sono strani movimenti di blindati. Avvisa tutti i giornalisti che conosci”. Rimisi in qualche modo le scarpe, attraversai la zona rossa e mi infilai in una città piena di auto distrutte, vetrine infrante, cassonetti rovesciati e bruciati, genovesi increduli alle finestre, un’aria fetida che bloccava la gola, e gli operai smontavano le grate che per una settimana avevano protetto 8 elefanti ammaestrati dalla finanza.

 

Arrivai alla Diaz mentre da tutte le strade affluivano camionette e blindati. In breve la scuola fu circondata, bloccati l’ingresso e l’uscita. Un elicottero sopra le nostre teste faceva ruotare le pale in un fragore d’inferno puntando a terra un fascio di luce. La polizia sfondò la porta d’ingresso, fuori si urlava “assassini”. Entrarono in massa, iniziò l’inferno che noi fuori intuivamo dal fracasso, dalle urla, dai messaggi dei ragazzi alle finestre del primo piano: “Sotto ci stanno massacrando”. Poi i macellai salirono anche lì. Quanto durò la “macelleria messicana” non lo so, un tempo infinito in una scenografia più cilena che messicana con quel faro puntato sulla strada ormai piena di giovani arrivati da tutta la città, dal campeggio no-global, dalle case.

 

A metà massacro scese il “portavoce” di De Gennaro con in mano la pettorina di un militare: “Guardate il taglio, è stato uno di quelli ad accoltellare un collega, abbiamo trovato due molotov e armi improprie”. Nessuno era stato accoltellato e le molotov le avevano portate i poliziotti, in compenso cominciarono a uscire a decine i ragazzi picchiati, grondanti di sangue, chi piangeva, chi urlava. Molti erano ancora infilati nel sacco a pelo quando la furia dei militari in divisa e in borghese senza piastrine identificative si era scatenata su teste, gambe, braccia. Alle donne urlavano “troia” e colpivano i maschi al basso ventre. Quando entrai nella scuola a “operazione” conclusa lessi “Dux” su un muro, mentre su un armadio un giovane aveva scritto con il suo stesso sangue “assassini”. Una dopo l’altra ci passarono di fronte un’ottantina di barelle, e a noi impotenti non restava che urlare “bastardi”. Chissà che ora era quando anche l’ultimo ferito venne caricato sull’ultima ambulanza e, camminando schierati come plotoni d’esecuzione, i poliziotti abbandonarono la scena. Anche l’elicottero volò via, portando con sé il frastuono delle pale e quel fascio di luce maledetto. Giustizia era stata fatta.

 

Non bastava l’assassinio di Carlo, non bastavano le bastonate in piazza, nelle strade e nei carrugi di Genova, i candelotti sotto i tunnel. Non bastavano gli arresti di due giorni di guerra. Volevano chiudere in bellezza per dimostrare che la democrazia era ormai un lusso insostenibile.


Quando tornai a casa, a piedi con i piedi ancor più gonfi, non trovai più le grate e i controlli a delimitare la zona rossa, il rosso era rimasto tutto alla Diaz, il sangue di chi credeva che un altro mondo fosse possibile. Sul tavolo della sala, il vino del buon compleanno era ormai caldo.


Ancora oggi mi capita di svegliarmi di soprassalto in preda a un incubo: rivedo l’elicottero, il faro, il frastuono e tutto quel sangue. Dovevamo proprio aspettare l’Europa per sapere che alla Diaz erano stati torturati degli innocenti? E dovevamo aspettare un presidente del Consiglio del Pd per sentir ripetere che De Gennaro “ha tutta la nostra fiducia”?

Pubblicato il 

23.04.15..
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