Sempre più tedeschi scelgono di venire a lavorare in Svizzera. Nessuno si stupisce più se la commessa di un grande magazzino parla un tedesco impeccabile, come pure la giovane cameriera in un ristorante lungo la costa del lago dei Quattro cantoni. È facile incontrare tedeschi nei pressi di un'università o in un grande ospedale. La maggior parte di questi immigrati è ben qualificata. Molte persone finiscono così a dirigere importanti imprese elvetiche. Negli ultimi anni anche molti operai specializzati hanno deciso di superare il Reno per sfuggire alla disoccupazione che in alcune regioni della Germania supera il 15 per cento. Anche sui cantieri si sente quindi sempre più parlare tedesco, non solo nella zona di confine dove i frontalieri sono di casa da sempre, ma anche in altre regioni del paese.

Gli svizzeri si stanno abituando a questa nuova presenza. Le statistiche parlano chiaro. Negli ultimi cinque anni l'immigrazione dalla Germania è molto aumenta. Se nel 1999 i tedeschi con un permesso annuale o di residenza erano poco più di 104 mila, nel 2005 erano già più di 157 mila. La crescita continua: alla fine di agosto dell'anno scorso si è superata quota 166 mila, precisa a Berna l'Ufficio federale delle migrazioni.
Ha fatto scalpore pochi mesi fa la notizia che a Zurigo, i tedeschi hanno scalzato gli italiani e sono diventati il gruppo straniero più numeroso. Si scopre così che nella città della Limmat un professore su tre del Politecnico federale è tedesco. Anche moltissimi ingegneri che lavorano in Svizzera sono arrivati dalla Germania. Solo nel periodo da settembre 2005 ad agosto 2006 ne sono giunti 770. Molti vengono per assumere funzioni dirigenziali. Ormai non stupisce più nessuno sapere che il responsabile della Swisscom, il 43enne Carsten Schloter, è tedesco, come pure quello del Credit Suisse, Oswald Grübel, e Christoph Franz della Swiss.
La Svizzera non può più fare a meno neanche di medici o infermiere tedeschi. Nel 2001 c'erano in Svizzera già 2 mila 500 medici tedeschi. Senza di loro praticamente il nostro sistema sanitario non funzionerebbe, affermano gli esperti del settore. I tedeschi tendono poi a far venire colleghi che conoscono. Solo negli ultimi 12 mesi sono arrivati oltre 650  medici tedeschi. Praticamente sono presenti in tutti gli ospedali del paese.
«Negli ultimi anni la maggior parte dei tedeschi che sono venuti a lavorare avevano una buona o un'ottima qualifica», precisa a Berna Dominique Boillat, portavoce dell'Ufficio federale delle migrazioni.
Molte delle persone che decidono di venire provengono dalla Germania orientale. In quelle regioni del paese la disoccupazione è mediamente del 15 per cento contro una media nazionale del 9,6 per cento. Nel 2005, la Svizzera è diventata il primo paese d'emigrazione della vicina Germania.
Se un tempo immigravano da noi soprattutto italiani, spagnoli ed ex jugoslavi, adesso la situazione è cambiata. Negli ultimi anni il numero degli italiani in Svizzera è in ribasso. Molti hanno raggiunto l'età del pensionamento e hanno deciso di rientrare in patria. Molti lavoravano sui cantieri dove ora scarseggia mano d'opera qualificata. «Io dovevo andare in pensione adesso, ma resto ancora altri sei mesi per finire questo progetto» precisa ad area un capocantiere italiano a Berna. Il suo datore di lavoro fa fatica a trovare un sostituto per lui in questo periodo di forte produzione.
Con lui lavorano alcuni spagnoli, due giovani svizzeri assunti a tempo determinato, ma c'è anche un tedesco che è arrivato da poche settimane. È stato assunto da un ufficio di lavoro temporaneo.
È un esempio tipico, che si riscontra un po' ovunque. «Praticamente non c'è cantiere dove non incontro almeno un tedesco», precisa ad area Franco Panciroli, sindacalista di Unia nella regione zurighese. I tedeschi sono non solo qualificati ma in più parlano la lingua del posto e si integrano facilmente.
Dai cantieri spariscono gli italiani, ma se ne vanno anche molti spagnoli, che trovano sempre più opportunità di lavoro nel loro paese. «In primavera me ne ritorno in Galizia dove ho una casa» afferma un operaio di Berna convinto di poter trovare un lavoro adeguato per mantenere la sua giovane famiglia in patria.
Solo il gruppo portoghese continua ad aumentare. «Proprio recentemente un'impresa di Soletta ha deciso di assumere un gruppo di portoghesi», afferma Vincenzo Giovannelli, esperto sindacale della regione confermando questa tendenza statistica.
Vista questa situazione, molte imprese edili hanno cercato nuova mano d'opera e con l'arrivo della libera circolazione è stato più facile reclutare personale tedesco qualificato.
«Il numero di questo lavoratori aumenta sempre più», constatano i sindacalisti che conoscono bene la realtà. «La situazione è cambiata molto dal 2005 ad oggi», afferma Panciroli, che ormai deve far i conti ogni giorno con arrivi dalla Germania. Si tratta per lo più di persone tra i 20 e i 50 anni. Alcuni vengono solo per poche settimane, ma altri cercano un'occupazione fissa. Sono attratti dal lavoro e dai buoni guadagni. In Germania un lavoratore edile guadagna meno che in Svizzera.
Arrivano da soli, ma chi trova un lavoro fisso tende a portare anche la famiglia. «Cominciamo ad avere anche i primi casi di persone che ricevono le indennità di disoccupazione», precisa Giorgio Benelli che lavora a Olten in una Cassa di disoccupazione.
Questi arrivi nell'edilizia principale o secondaria hanno fatto aumentare il lavoro per chi deve controllare il rispetto delle condizioni di lavoro. In molti casi è stato constatato che le persone assunte non erano pagate adeguatamente. «Abbiamo avuto casi di capocantieri che erano pagati come un caposquadra», si lamenta Giovannelli. Altri ricevono meno della paga minima fissata nel contratto. Molti non sono consapevoli di questo e vanno dai sindacati per informarsi. Finiscono con l'iscriversi. «Facciamo molti nuovi membri tra i lavoratori tedeschi dell'edilizia», affermano i sindacalisti interpellati. L'aumento si fa effettivamente sentire anche nelle statistiche del sindacato Unia, dove il numero dei membri tedeschi è in forte crescita.

E i cantieri cambiano volto

Basta parlare con un sindacalista di Berna o con uno di Basilea o della Svizzera orientale per scoprire che la musica è sempre la stessa: sui cantieri svizzeri, soprattutto nella Svizzera tedesca, si incontrano sempre più lavoratori provenienti dalla Germania. «Non c'è cantiere dove non ne incontri uno» affermano ormai concordi molti sindacalisti di Unia che abbiamo interpellato. Sono giovani e meno giovani che vengono in Svizzera soprattutto dalle regioni dell'ex Repubblica democratica tedesca, alla ricerca di un lavoro che da loro scarseggia. Molti hanno un'ottima formazione. Alcuni restano solo poche settimane, altri finiscono col fare radici. C'è chi li definisce i nuovi stagionali.

Per capire di più questo fenomeno in piena espansione abbiamo avvicinato Roland Siedler, segretario regionale di Unia a Berna. Può spiegarci come è mutata la situazione negli ultimi anni ?
La buona congiuntura degli ultimi anni ha aumentato la domanda di personale qualificato. Molti italiani sono andati in pensione e non sono più sui cantieri. Tanti galiziani hanno fatto ritorno negli ultimi tre anni in patria, dove hanno la possibilità di guadagnare bene. Per trovare mano d'opera qualificata molti datori lavoro hanno puntato verso la Germania e in particolare verso i länder dell'ex Germania orientale, dove molti edili sono disoccupati.
Come arrivano queste persone ?
Nel 2005, quando la situazione ha cominciato a cambiare qui a Berna, sono arrivati prima di tutto persone attive nell'artigianato, vale a dire piastrellisti, gessatori, pittori e idraulici. Sono stati assunti attraverso uffici di lavoro temporaneo. Poi sono arrivati lavoratori autonomi. Alcuni arrivano con un camioncino, dove oltre agli attrezzi hanno anche un letto per dormire la notte. Sono persone che lavorano come e quando vogliono. Contro di loro possiamo fare ben poco, perché sono muniti di un tesserino rilasciato dalle autorità tedesche che conferma che sono veri lavoratori autonomi. Non sono sempre sicuro che sia così.
E nell'edilizia principale ?
In passato avevamo molti lavoratori temporanei, ma l'anno scorso sono aumentate le imprese che lavorano in trasferta. Nel 2005 nella regione di Berna, che comprende buona parte del cantone, avevamo solo 3 imprese di questo tipo. In poco tempo, questo numero è aumentato massicciamente. Da maggio a novembre del 2006 erano una ventina. Con l'aumento della quantità sono aumentate le infrazione del contratto collettivo di lavoro. Molte persone ricevono meno di quanto spetti loro. Abbiamo avuto il caso di una scuola a Ostermundigen, nell'hinterland bernese, dove una di queste imprese aveva risanato l'edificio dall'amianto. Ai 13 dipendenti, che erano rimasti qui solo 3 settimane, spettavano 35 mila franchi più di quello che avevano ricevuto e la ditta ha dovuto pagarli.
Dovete controllare di più, ma non è sempre facile visto che queste persone restano solo poco tempo ?
Sì, non è un lavoro facile. In questi ultimi due mesi, abbiamo incontrato un nuovo fenomeno: sempre più spesso troviamo falegnami provenienti dalla Repubblica Ceca e dalla Slovacchia. A St. Imier, durante un controllo abbiamo trovato falegnami slovacchi che lavoravano per circa 4 franchi all'ora per un'impresa di Thun. Adesso stiamo cerchiamo di capire cosa sta succedendo.
Quali infrazioni constatate maggiormente ?
Molti non ricevono i minimi salariali fissati nei contratti. Ma, devo dire che per i lavoratori temporanei la situazione sta migliorando grazie anche ai molti controlli e ai pagamenti cui sono state costrette le imprese. Invece, è peggiorata la situazione nelle imprese in trasferta dove non c'è solo il problema delle paghe, ma anche del tempo di lavoro.
Dove vivono queste persone quando restano qui solo poco tempo ?
Ci sono le situazioni più disparate. Proprio la settimana scorsa in un cantiere di Libefeld, alla periferia di Berna, ho trovato lavoratori che erano qui con il loro camioncino dove avevano un letto. Dormivano nel garage dell'edificio che stavano costruendo. Molte persone alloggiano negli edifici che un tempo erano occupati dagli stagionali italiani, spagnoli o jugoslavi. Altri vivono in pensioni a buon mercato, che magari sono gestite da tedeschi, o si dividono un appartamento.
Ci sono quelli che lavorano solo poche settimane, ma anche altri che hanno un lavoro fisso o comunque prolungato nel tempo.
Sì adesso ci sono anche queste persone. Questi lavoratori sono pagati meglio. L'anno scorso in un cantiere per la pavimentazione stradale qui nella città di Berna vi lavoravano in 35 e oltre la metà erano tedeschi assunti per un lungo periodo. Queste persone cercano alloggi migliori e alcuni cominciano a portare qui la famiglia.
Sono interessati al sindacato ?
In genere possiamo parlare bene con loro e sanno che cos'è un sindacato. Quando vedono che qui c'è un contratto e che sono pagati meno di quanto è previsto non sono contenti. Vedono positivamente i nostri controlli. Si rendono conto che quello che facciamo è importante. Devo dire che anche le imprese tedesche sono molto cooperative anche se devono pagare di più. Accettato i loro errori e versano quello che devono. Staremo a vedere adesso cosa succedere con i cechi o gli slovacchi. Il sindacato in questi ultimi anni ha intensificato l'informazione anche nelle regioni d'origine di queste persone per spiegare cosa li attende in Svizzera e a chi possono chiedere aiuto.
Era preparata a questa situazione o a questo rapido cambiamento ?
Se qualcuno sette anni fa mi avesse detto che oggi sui cantieri svizzeri, ma anche in altri settori, ci sarebbero stati così tanti lavoratori tedeschi non gli avrei creduto. È veramente notevole quanto è successo e ciò che sta succedendo. Con l'apertura ai nuovi paesi dell'est, non è escluso che nei prossimi anni ci siano altri cambiamenti. La domanda è se riusciamo veramente con le commissioni tripartite a imporre le nostre disposizioni sull'orario e i salari. Finora ci siamo riusciti, ma molto resta da fare. Con gli strumenti che abbiamo è possibile tenere la situazione sotto controllo, ma naturalmente noi a Berna abbiamo il vantaggio di non confinare direttamente con la Germania.

Arrivati per caso, rimasti per scelta

Klaus-Peter Rausch, 47 anni

Klaus-Peter Rausch è un uomo di 47 anni. Ha due figli ormai adulti che vivono in Germania. È uno dei tanti tedeschi che negli ultimi anni ha cercato fortuna in Svizzera. Lui è arrivato come temporaneo nel 2003. Non era la prima volta che decideva di tentare una nuova strada. Prima della caduta del muro di Berlino, aveva lasciato la Germania dell'est e si era trasferito con la famiglia nella Germana occidente. Per 13 anni ha lavorato come gruista senza problemi, ma poi è arrivata la crisi e il licenziamento. «Trovare un nuovo lavoro per un uomo della mia età non era facile. Sono rimasto disoccupato per circa un anno», confida ad area Rausch che adesso vive nella regione zurighese.
Alle fine ha deciso di bussare anche alla porta di un ufficio di lavoro temporaneo in Svizzera. «Nell'agosto del 2003 sono riuscito a trovare un'occupazione come gruista» in un cantiere svizzero. Da allora lavora come temporaneo. «Con la prima ditta di lavoro temporaneo non mi sono trovato bene, ma adesso sono abbastanza contento», afferma. Quando ha avuto un problema si è rivolto al sindacato Unia. «Ho fatto bene. Mi hanno aiutato», precisa. Durante il periodo invernale non lavora: «ma in questi giorni mi hanno richiamato. Tra poco riprenderò». Pochi mesi dopo essere venuto in Svizzera lo ha raggiunto la moglie. In Germania lavorava in una tipografia e anche lei era rimasta senza lavoro. Adesso ha ottenuto un'occupazione a tempo indeterminato. Con il lavoro sono migliorate anche le condizioni di alloggio. «In un primo tempo ho vissuto in una semplice pensione», ricorda Rausch. «Per qualche mese mia moglie ed io ci siamo dovuti accontentare di una stanza».
Adesso la coppia abita in una casa monofamiliare. «Siamo stati fortunati. Noi cercavamo qualcosa per subito e i proprietari sono stati contenti di affittarci la casa. La regione dove vivo adesso è molto bella», afferma sentendosi ormai di casa nell'hinterland zurighese. La famiglia Rausch non ha intenzione di rientrare in Germania. «Il nostro lavoro è qui», afferma. Per questo non escludono neppure di restare per sempre in Svizzera.

Bernd Schlemmer, 44 anni

«Sono arrivato in Svizzera un po' per caso», racconta ad area Bernd Schlemmer, un tedesco di 44 anni che vive ormai da due anni a Wetzikon nel canton Zurigo. Anche lui fa il gruista. «In Germania avevo realizzato un progetto pilota per il reinserimento professionale di disoccupati». C'era chi pensava di venire a lavorare in Svizzera, ma per molti fare questo passo era difficile. «Chi parte si lascia alle spalle la famiglia, gli amici e tutta la  rete sociale». Comunque, alcuni erano partiti ed erano venuti a fare i gruisti in Svizzera. «C'era chi si lamentava. Allora quando il mio progetto stava finendo, ho deciso di venire a vedere quali erano le ragioni». In Germania il gruista è la persona più importante sul cantiere, mentre qui in Svizzera non è così. Per questo la gente faceva fatica a capire. «Quando sono venuto ho parlato con datori di lavoro. Uno di loro mi ha offerto un posto fisso come gruista. Io ho una formazione di costruttore di macchine, ma avevo anche la patente per guidare una gru. Ho deciso di accettare».
Dal maggio del 2005 Schlemmer vive in Svizzera. È originario della Germania orientale, ma ha vissuto molti anni a Berlino. Non è sposato. «Ho ancora un alloggio a Berlino», precisa lasciando intuire che il legame con la Germania è forte. Nella capitale tedesca ha fatto anche politica attiva: «ma adesso non voglio più farla». In Svizzera ha cercato subito di integrarsi. «Volevo conoscere i miei diritti e avevo un problema con il permesso di lavoro». Ha contattato Unia. Si è iscritto al sindacato e ha cominciato a partecipare alla vita della sezione. «Ora presiedo il gruppo dei lavoratori esteri della sezione e faccio parte del comitato sezionale». Gli succede di essere nominato delegato. All'ultima assemblea nazionale degli edili di Unia non ha esitato a prendere la parola e a difendere le sue convinzioni. Il suo intervento, pronunciato in buon tedesco, ha reso evidente che le cose sono cambiate in fretta sui cantieri svizzeri. Gli italiani continuano ad essere una fetta importante, ma le nuove leve arrivano dal Portogallo e dalla Germania.


In strada a cercare lavoro

di Tommaso Pedicini
da Monaco di Baviera

Giovani e vecchi in fila davanti a un ufficio di collocamento pronti a picchiarsi per un impiego a giornata, disoccupati in piedi, nel freddo dell'alba di una qualsiasi periferia, in attesa dell'arrivo dei caporali per stabilire chi oggi può lavorare e chi invece deve tornarsene a casa, sempre che una casa ce l'abbia.

No, non è la Germania di Weimar e della grande depressione, ma la Repubblica federale del 2007, il paese "modernizzato" dalle riforme sociali di Gerhard Schröder prima e della Grosse Koalition poi. La terza potenza economica del pianeta, la locomotiva europea che negli ultimi mesi si è rimessa in moto, il campione del mondo delle esportazioni presenta sul suo territorio (e spesso a poche centinaia di metri di distanza tra loro) realtà in completa contraddizione tra loro. Il paese dei top manager di Deutsche Bank, Allianz, Siemens e Telekom, che si aumentano gli stipendi a proprio piacimento dopo aver "ristrutturato" le rispettive imprese a scapito dei lavoratori, è lo stesso paese in cui almeno quattro o cinque milioni di persone (la stima è dell'Istituto federale di statistica) conducono un'esistenza miserabile, con un lavoro talmente mal pagato che non permette di arrivare a fine mese o con un sussidio sociale insignificante rispetto al costo della vita.
Nella Germania di Angela Merkel, attualmente alla guida dell'Unione europea e del G8, il lavoro a giornata legale e quello in nero, offerto da reclutatori senza scrupoli, sono l'ancora di salvezza a cui si aggrappa un esercito di disperati, tedeschi e stranieri. Visto però che gli impieghi a giornata offerti dagli uffici distaccati dell'Agenzia federale del lavoro sono decisamente pochi (da una stima dell'Agenzia stessa sembra che le offerte bastino solo per 80 mila giornalieri), non stupisce che il lavoro a giornata illegale stia vivendo un vero e proprio boom. A confermarlo è stato un articolo pubblicato di recente dal settimanale Der Spiegel, ex giornale d'assalto che, tra un'ode al libero mercato e una sviolinata al potente di turno, ogni tanto, si ricorda del dovere giornalistico dell'inchiesta.
Secondo quanto riportato dal settimanale e verificato da chi scrive parlando con assistenti sociali e addetti degli uffici di collocamento, l'identikit del lavoratore a giornata è il seguente: maschio, tra i 45 e i 55 anni, per lo più senza qualificazione professionale e, se fino a qualche anno fa si trattava soprattutto di stranieri, oggi il lavoratore a giornata è spesso tedesco. In molti casi si tratta di disoccupati di lunga durata che a metà mese hanno consumato il loro magro sussidio sociale e devono inventarsi un modo per tirare avanti. Per loro anche la strada dell'emigrazione in altri paesi europei o in altri continenti, intrapresa sempre più spesso da medici, ricercatori e operai specializzati, risulta impercorribile: mancano le informazioni e le conoscenze linguistiche, il capitale iniziale con cui finanziare il trasferimento e spesso anche la necessaria speranza nel futuro.
Il mercato del lavoro nero a giornata ha luogo di solito in una strada o una piazza alla periferia di una grande città. Qui, già prima dell'alba, si riuniscono decine di uomini assonnati in attesa dell'arrivo dei furgoni dei caporali. La contrattazione è rapida e spietata. Le cifre che circolano per lavorare una giornata intera in un cantiere oscillano attorno ai 50 euro. Spesso la giornata dura anche 14 o 15 ore. Chiaramente niente contributi, niente assicurazione contro gli infortuni, niente pasti e, spesso, nemmeno il rispetto delle norme di sicurezza. I caporali in realtà non contrattano più di tanto ma si limitano a osservare divertiti la gara al ribasso nelle richieste salariali dei potenziali giornalieri. Non è raro che tra gli uomini in attesa scoppino risse perché qualcuno tra loro sbanca la concorrenza offrendo le proprie braccia anche per soli 40 euro. A volte capita che i tedeschi minaccino gli stranieri clandestini, che si offrono per cifre irrisorie, di rivolgersi alla polizia. Ma è un'arma spuntata, nessuno chiamerebbe mai i poliziotti, che, a loro volta, solo di rado compiono qualche retata negli uffici di collocamento illegali all'aria aperta e tanto meno nei cantieri dove avviene lo sfruttamento. Nei casi più tragici può anche capitare che, dopo una giornata passata a scaricare carriole di sabbia, a dipingere le mura di una casa o a ripulire da cima a fondo un palazzo, i giornalieri vengano truffati, ricevendo meno della miseria contrattata o addirittura nulla con l'aggiunta di minacce e percosse in caso di protesta.
A sentire storie come queste, viene da chiedersi cosa sia cambiato per una parte (neanche poi così piccola) della popolazione tedesca dagli anni della grande depressione a oggi. Una novità, in realtà c'è, la propria forza lavoro oggi si può vendere, o meglio svendere, non solo mettendosi in fila per strada, ma anche navigando in internet. Consultando i siti specializzati nel mercato del lavoro, assieme a una serie di offerte e richieste "normali", è possibile trovare annunci del genere: «Sono robusto, economico, e accetto qualsiasi lavoro» o «Lavoro in cantiere e a casa, provatemi gratuitamente» o ancora «Cerco lavori a giornata di qualsiasi specie, costo pochissimo, non vi pentirete di avermi ingaggiato». I mezzi di comunicazione sono cambiati ma le frasi sono le stesse che comparivano sui cartelli appesi al collo dei disoccupati tedeschi nei primi anni Trenta.
Anche questa è la Germania del 2007, anno secondo dell'era Merkel.

Pubblicato il 

26.01.07..

Edizione cartacea

..
..

Dossier

..
..
 
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..