La multinazionale Glencore, leader mondiale dell'estrazione e del commercio di materie prime, ha la sua sede a Baar (canton Zugo) dove in totale sono registrate  diciassette filiali del gruppo. Secondo uno studio pubblicato recentemente, Glencore è la più importante società elvetica. Essa è attualmente molto criticata: la sua cifra d'affari esorbitante è fortemente legata a dei comportamenti poco trasparenti nei paesi in via di sviluppo.

Glencore è in effetti sospettata di utilizzare delle astuzie fiscali per evitare di pagare le imposte in alcuni dei paesi in via di sviluppo nei quali è attiva, rimpatriando gli utili in Svizzera. Ma la multinazionale deve anche rispondere ad altre accuse che le piovono addosso dai quattro angoli del pianeta. Imputazioni che riguardano pure le filiali straniere di Glencore, come la congolese Katanga Mine Limited (Kml). Quest'ultima, controllata al 74 per cento da Glencore, violerebbe sistematicamente i diritti umani e gli standard ambientali. Glencore non ha però alcuna responsabilità giuridica per il comportamento della Kml. Come potrebbe il diritto svizzero correggere queste situazioni e rendere Glencore responsabile per i suoi atti e per quelli delle sue filiali?

Diritto senza frontiere

Glencore non è che un esempio. Altre multinazionali svizzere (Nestlé, Syngenta, Axpo, Roche e così via) sono accusate di violare sistematicamente i diritti umani e gli standard ambientali nei paesi in via di sviluppo. Una situazione scandalosa che nuoce gravemente alla reputazione del nostro paese. In Svizzera, paese che ospita il più grande numero di multinazionali per abitanti al mondo, siamo confrontati a un vuoto legislativo. Le sociétà elvetiche che non rispettano i criteri sociali e ambientali nei paesi stranieri non devono renderne conto alle autorità della Confederazione.
Per dare alla legislazione elvetica i mezzi necessari per giudicare questi casi, una coalizione di Organizzazioni non governative (Ong) ha recentemente lanciato la campagna "Diritto senza frontiere". La globalizzazione del commercio non è stata accompagnata da una mondializzazione del diritto. L'autoregolamentazione non basta, "Diritto senza frontiere" domanda al Consiglio federale e al Parlamento di creare delle basi legali più vincolanti che dovrebbero inoltre permettere alle vittime di questi abusi di accedere alla giustizia. La separazione giuridica tra casa madre e filiali deve essere eliminata.

Il commercio di materie prime

Il settore del commercio delle materie prime, che si caratterizza per una grande opacità e per i rischi che crea all'uomo e alla natura, sta diventando la "prossima piaga della Svizzera". Un libro recentemente pubblicato dalla Dichiarazione di Berna (Db) indaga su questo settore ancora poco conosciuto ma che è oramai uno dei più importanti della nostra economia.
La Svizzera ospita centinaia di società attive nel commercio di materie prime, soprattutto nei cantoni di Zugo e Ginevra. Queste società generano il 3 per cento del Prodotto interno lordo (Pil); tra il 1999 e il 2009 hanno moltiplicato per quindici la loro cifra d'affari. Si stima che queste società presenti nel nostro paese controllano tra il 15 e il 25 per cento del commercio mondiale di materie prime. Dato che operano soprattutto in zone fragili, in regioni politicamente instabili o in paesi in guerra, numerosi sono gli episodi di non rispetto dei diritti dell'uomo e della natura.
Vi sono società implicate nell'accaparramento e nell'usurpazione di terre. Altre sono accusate di avere inquinato enormi territori in Africa. È il caso per esempio della lucernese lucernese Trafigura, una società che commercia petrolio e che è la terza società svizzera per cifra d'affari. Trafigura è stata condannata per aver trasportato in Costa d'Avorio tonnellate di rifiuti tossici provenienti dall'occidente. Migliaia di persone sono rimaste contaminate, almeno diciassette sono morte.

Una fiscalità in questione

Le attività di queste multinazionali non hanno soltanto degli impatti diretti negativi per i paesi poveri. Attraverso la loro sistematica politica di sottrazione fiscale, queste società privano interi paesi delle risorse necessarie al loro sviluppo. La Svizzera partecipa a questo saccheggio attraverso una fiscalità molto bassa che attira nel nostro paese le multinazionali attive nel commercio di materie prime. Zugo è l'esempio più conosciuto. Una legge fiscale favorisce la presenza di holding e di società bucalettere (società che sono prive di qualsiasi attività commerciale sul territorio svizzero). Una holding non paga l'imposta cantonale sugli utili; essa si limita a versare un contributo dello 0,114 per cento (cifra calcolata per una holding che dispone di un capitale e di riserve di due milioni).
Una casa madre, la holding Glencore International Ag per esempio, detiene parti di capitali di altre filiali giuridicamente indipendenti. Glencore si installa quindi in un paradiso fiscale, all'occorrenza Zugo, in modo da esonerare dalle imposte i suoi utili e quelli delle sue filiali che vi sono trasferiti. Un'ampia serie di tecniche d'ottimizzazione fiscale (più o meno legali) permette così di trasferire gli utili da un paese in via di sviluppo a Zugo: scambi infragruppo, transazioni fittizie, manipolazione dei prezzi con lo scopo di diminuire gli introiti di una filiale là dove l'imposizione fiscale è più alta. In Svizzera, la legislazione permette alle società di non dover documentare le loro transazioni interne.
La filiale di Glencore in Zambia, la Mopani Copper Mine (Mcm), è accusata di aver gonfiato i suoi costi d'utilizzo di una miniera, di aver dichiarato una produzione di cobalto sorprendentemente troppo bassa e di aver venduto del rame ad un prezzo più alto rispetto a quello di mercato ad un suo unico cliente: Glencore. In questo modo Mcm non paga alcuna imposta sugli utili allo stato zambiano. Gli utili sono tuttavia trasferiti alla casa madre di Zugo. Uno studio valuta ad una cifra fra i 400 e i 440 miliardi di dollari le perdite fiscali annuali per i paesi in via di sviluppo. Questi ultimi sono così colpiti su due fronti: la distruzione del loro ambiente e il sabotaggio delle loro risorse naturali da un lato; la frode fiscale dall'altro.
Il libro della Db, la campagna "Diritto senza frontiere" e un maggior interesse da parte dei media hanno fatto suonare l'allarme. La Svizzera, centro mondiale delle attività di commercio sulle materie prime, deve dotarsi di una legislazione più vincolante ed esigere una più grande trasparenza fiscale da queste società. In particolare i legami di proprietà e i proprietari finali di tutte le imprese dovrebbero essere conosciuti. I cantoni dovrebbero inoltre rendere pubblici i tassi d'imposizione di cui beneficiano queste società.
Le pressioni internazionali potrebbero spingere a creare una legislazione di questo tipo. Gli Stati Uniti e l'Unione europea stanno adottando delle leggi volte a garantire una più grande trasparenza finanziaria nel settore del commercio delle materie prime. Per impedire l'emorragia fiscale che viene fatta loro subire dai paradisi fiscali, Usa e Ue dovrebbero contribuire a regolare le pratiche dei trasferimenti di utili.
La Svizzera saprà prendere l'iniziativa o reagirà solo quando sarà messa spalle al muro, come nel caso del segreto bancario?

Relazioni pericolose. Anche per la Svizzera

Negli ultimi 10 anni, la Svizzera è divenuta la piattaforma principale del commercio di materie prime, senza che l'opinione pubblica o i responsabili politici ne prendessero coscienza. Il volume degli affari conclusi essenzialmente nell'Arco lemanico e nella regione di Zugo nel commercio di petrolio, gas, carbone, minerali e prodotti agricoli è 15 volte maggiore a quello che si riscontrava nel 1998. Attualmente, 7 delle 12 imprese svizzere più grandi in termini di cifra d'affari sono attive nel settore del commercio o dell'estrazione di materie prime. Questa progressione è stata possibile soprattutto grazie ai vantaggi offerti dalla Svizzera: privilegi fiscali, forza della piazza finanziaria, debolezza delle regolamentazioni e lassismo delle autorità nell'applicazione degli embarghi internazionali.
È soprattutto nei paesi in via di sviluppo ricchi in materie prime, in cui però fanno difetto « governance » e regolamentazioni in ambito sociale e ambientale, che le imprese del settore fanno i più grandi disastri. Per le popolazioni povere, costrette a vivere a stretto contatto con i residui tossici delle miniere e delle installazioni di produzione, l'estrazione e il commercio di materie prime è sinonimo di pericolo di morte. Ma proprio perché gli affari maggiori vengono fatti nelle zone di conflitto e/o con regimi discutibili, queste attività non sono esenti da rischi nemmeno per la Svizzera. La corruzione, l'evasione fiscale, la speculazione o le violazioni dei diritti umani rappresentano dei rischi importanti per per il buon nome della Svizzera nel mondo. Dopo il segreto bancario, il commercio di materie prime potrebbe diventare la prossima piaga della Svizzera.
La propensione a prendere parecchi rischi da parte dei dirigenti del settore è confermata da diversi esempi, anche recenti. In Libia, l'impresa ginevrina Vitol si è affrettata per instaurare delle buone relazioni commerciali con l'opposizione e garantire loro un credito di 500 milioni di dollari per la fornitura di prodotti petroliferi. Nel Sud-Sudan, dove la trasparenza nel commercio di petrolio sarebbe primordiale per la costituzione dello Stato e per il processo di pace, Glencore ha concluso, due giorni prima della dichiarazione d'indipendenza ufficiale, un affare piuttosto dubbioso con la compagnia petrolifera statale.

"Materie prime", il libro "Rohstoff: das gefährlichste Geschäft der Schweiz" ("Materie prime: l'affare più pericoloso della Svizzera") è il libro edito in tedesco e francese dalla Dichiarazione di Berna (Db) sulla responsabilità internazionale delle multinazionali con sede in Svizzera. Può essere ordinato dal sito della Db, www.evb.ch.

Pubblicato il 

23.12.11..

Edizione cartacea

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