A briglie sciolte

Qualcuno forse dirà: “Ancora le elezioni italiane... ma non è già stato detto tutto?”. Difatti molto si è detto, ma spesso a sproposito. Mi limito ad un solo esempio: laRegione (6.3) titola “Verso la fine delle sinistre europee”, commentando poi che mancava solo il Pd a completare la desolazione delle sinistre. Ora, se si voleva parlare delle vecchie socialdemocrazie, ci può stare. Ma se si parla di “sinistra europea”, l’estensore di quelle righe deve aver avuto perlomeno le traveggole. Come la mettiamo difatti con i successi della sinistra radicale in Portogallo, Spagna, Grecia, Olanda eccetera, con il brillante risultato di Mélenchon e con la Gran Bretagna, dove il grande capitale mantiene al potere una pur indebolita Theresa May, pur di non provocare nuove elezioni, che porterebbero al potere Corbyn, che promette nazionalizzazioni à gogo?


Ma torniamo all’Italia: il disastro della sinistra viene da lontano. Tutto è iniziato quando Occhetto e D’Alema, in un attacco di panico alla caduta del muro di Berlino, hanno distrutto il glorioso Pci, provocando una reazione a catena che a poco a poco ha dissolto tutto quel tessuto organizzativo che garantiva la presenza della sinistra nel territorio. Questa triste parabola si è poi conclusa con quel personaggio, che già in queste colonne un paio di anni fa avevo definito come tragicomico, e cioè Renzi, che scambiando gli operai di Mirafiori con Marchionne ha distrutto quel poco di sinistra che rimaneva nella classe dirigente del Pd, realizzando tutta una serie di “riforme” anti-sociali, risultando quasi peggio di Berlusconi. La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha dichiarato che molti dei suoi quadri più combattivi hanno votato 5 Stelle. Questo commento spiega meglio di tante elucubrazioni il risultato elettorale: di fronte all’incombente pericolo di un ritorno al potere del Centro-destra, nel quale la figura dominante è sempre più Salvini con i suoi toni da ventennio fascista, buona parte dell’elettorato Pd, soprattutto nel Mezzogiorno, è migrato verso l’unica forza che poteva impedire questa sciagura e cioè i 5 Stelle.


Ma come la mettiamo però con il risultato della sinistra radicale, che sommando Liberi e Uguali e Potere al Popolo arriva ad uno scarso 5%? Potere al Popolo, appena nato, meriterebbe un discorso a parte. Il macroscopico insuccesso di Leu si spiega invece sia con l’enorme ritardo, con cui, dopo anni di cincischiamenti, i fuoriusciti dal Pd si sono mossi, sia con l’aver scelto come portabandiera un ingessato e poco comunicativo Pietro Grasso, presidente di quel Senato, che buona parte dell’opinione pubblica ritiene inutile. Leu è quindi apparsa come un’operazione di riciclaggio di personaggi ormai squalificati, a partire da D’Alema.


La rinascita della sinistra italiana richiederà tempi lunghi, l’abbandono d’ogni atteggiamento radical chic ed un ritorno ad occuparsi seriamente dell’enorme crisi sociale che attraversa la penisola. Bisognerà cioè ricostruire quel tessuto sociale, cominciando col mettere in rete la miriade di associazioni esistenti, mettendo al centro quello che, in questo periodo di neoliberismo, deve essere il valore fondante della sinistra, cioè la solidarietà, e senza avere paura di usare qualche tono populistico, lasciando questa idiosincrasia ai redattori di Repubblica.

Pubblicato il 

15.03.18..
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