Penso spesso al futuro delle mie (poche) ragazze. E quando questo avviene non posso non ripensare a me, e a tante altre con me, alla loro età, al loro e al nostro essere donne nel presente e soprattutto alle loro e alle nostre aspettative (più che speranze) per il futuro.


Il presente per noi era lotta, era imporre, a volte con rudezza e poca tolleranza per le opinioni (contrarie) altrui, i nostri modi di essere. Era la certezza di poter cambiare alla radice le cose, era il lavoro per costruire una società in cui l’approccio, il modo d’essere, pensare, lavorare, vivere in pubblico come in privato delle donne trovasse posto nella società tutta. Era la certezza di poter e dover cambiare la società, le sue priorità, la sua organizzazione, i suoi tempi e i suoi metodi di lavoro, i suoi servizi, nonché la sua cultura.


Poi il mondo è cambiato e come donne, e io tra loro, ci siamo di fatto arrese, limitandoci a continuare a combattere per la conquista dei diritti universali per le donne (parità di salario, diritto al lavoro, congedo maternità, diritto alla prevenzione e all’assistenza medica, all’aborto eccetera), scivolando così da una battaglia per cambiare la società ad una battaglia per i diritti di cittadine. Una battaglia non ancora finita, visto che nel fine settimana si voterà per mantenere o abolire il diritto alla copertura della Lamal per l’aborto.


Battaglie importanti, certo, ma che, a posteriori e con la inutile saggezza del poi, non avremmo dovuto accettare di combattere come donne perché erano battaglie di tutti, profondamente legate alla società attuale, utili a tutti, non solo alle donne.
In questo modo però, in nome del realismo, la nostra certezza di poter e dover cambiare il mondo è finita in un profondo pozzo scuro, spesso e volentieri dimenticata anche da noi stesse.


Un pozzo che, oltretutto, diventa sempre più profondo perché la società (ma non sarebbe più onesto dire il capitalismo e/o il neoliberismo?) è riuscita a cambiare le donne stesse, obbligandole a nascondere o addirittura a far perder loro alcune specificità, quel loro modo di riuscire ad essere parte della società mantenendo un modo diverso di essere, nelle relazioni tra loro e con gli altri, nella scala dei valori, nei ritmi della vita e del lavoro (ben diversi da quelli della cultura dominante, anche fosse solo per necessità biologiche). E potrei aggiungere altri aspetti, se lo spazio lo permettesse.


Ma per le donne d’oggi non è più così. E la colpa è nostra che non siamo riuscite ad imporre niente del modo di essere delle donne. Le donne si sono così adattate alle relazioni, al modo d’essere, ai tempi, ai sistemi di lavoro, addirittura al modo di fare politica degli uomini, senza lasciare alcuna impronta della loro specificità in questa società.


Per questo, quando guardo le mie ragazze e penso al loro futuro, mi sento, come generazione, profondamente colpevole. Perché in loro non vedo più traccia delle nostre aspettative ma nemmeno delle nostre speranze. Per loro è infatti totalmente normale pensarsi lavoratrici, madri, mogli, donne iper-performanti, con corpi perfetti, con grandi competenze professionali, con capacità educative eccelse, con tempi serratissimi di vita, con un’autonomia difesa giorno per giorno. Un’autonomia finalizzata però ad essere il più possibile uguali (ma da tutti i punti di vista!) agli uomini anche se, dentro di loro, continuano a sapere di essere diverse. Per questo dovremmo vergognarci di fronte a loro.
Per tutto quello che non siamo riuscite a fare per noi e soprattutto per loro!

 

Pubblicato il 

05.02.14..

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