Parità

Quando nel 1976 la Commissione federale per le questioni femminili diventò operativa, le donne sposate necessitavano ancora del consenso del marito per esercitare un’attività lucrativa. Non esistevano statistiche sulla discriminazione salariale e le donne vittime di violenza domestica non godevano di alcuna protezione. Sembra Medioevo.  Ma anche 30 anni dopo c’è ancora tanta ma tanta mancanza di uguaglianza, vale a dire ingiustizia, che fa male, indigna e offende tutte le donne (e forse anche gli uomini). E questo nonostante quest’anno si festeggi il ventesimo dell’introduzione dell’articolo che a parole sancisce l’uguaglianza e la parità salariale fra donne e uomini. Che dovrebbero avere gli stessi diritti. Per ora solo a parole, perché a Berna la revisione della legge è stata stralciata dal programma di legislatura 2016-2019.

Se è impensabile oggi dover chiedere al proprio marito il permesso per essere attive professionalmente, resta inconcepibile che nel 2016 a parità di formazione e ruolo una donna in Svizzera continui a essere penalizzata a livello salariale. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2012 le donne hanno guadagnato il 18,9% in meno degli uomini nel settore privato e il 13,6% in quello pubblico. E circa il 40% di questi divari è dovuto a comportamenti discriminatori. Inaudito. Ciò significa che la Costituzione e la struttura giuridica creata per correggere le disparità non proteggono abbastanza. «Se la Legge sulla parità (LPar) mantenesse le sue promesse, i procedimenti basati su questa legge sarebbero numerosi. Ebbene, non possiamo dire che sia effettivamente così» sottolinea la giudice federale Florence Aubry Girardin, nel libro “La parità tra donne e uomini nei rapporti di lavoro . 1996 – 2016: 20 anni di applicazione della LPar”.


Non funziona, non è abbastanza, le donne sono ancora fortemente e ingiustamente discriminate in un paese che si pretende sviluppato e moderno. E ci spiace, ma non lo è proprio in questo ambito. Ce lo dicono i dati ufficiali, ma invece di correggere il tiro e impegnarsi in una risoluzione della problematica situazione, la politica glissa senza vergogna. Il Consiglio nazionale nelle scorse settimane ha stralciato dal programma di legislatura 2016-2019  la revisione della Legge sulla parità. Quella che era attesa: la parità salariale tra uomo e donna non è un’opzione che può essere semplicemente scartata a piacere, ma un principio sancito dalla Costituzione all’articolo 8 che ne richiede l’applicazione nei fatti. La revisione è fondamentale poiché in 20 anni dalla sua adozione ha avuto deboli effetti sulla discriminazione salariale, facendo perdere alle donne e alla società importanti risorse economiche. I tentativi volontari di coinvolgere le aziende in questo processo sono falliti.
Un’evidenza che aveva portato a ritenere perfezionabile la legge, tanto da voler coinvolgere le aziende nel tentativo di autoresponsabilizzarle. Con un progetto di modifica, la revisione della LPar era stata posta in consultazione il 18 novembre 2015, prevedendo l’obbligo per i datori di lavoro con 50 o più dipendenti di effettuare ogni quattro anni un’analisi dei salari nelle loro imprese e di farla verificare da servizi di controllo esterni. La riforma legislativa escludeva volutamente controlli diretti da parte dello Stato, aspetto che era stato criticato da Unia. Per il sindacato le proposte del governo erano troppo deboli, in quanto di fatto non prevedevano l’obbligo di porre rimedio alle disparità accertate, né sanzioni per gli inadempienti, ma rappresentavano comunque un passo avanti.


Ma la Svizzera – ricordiamo ultimo paese europeo a introdurre una legge sul congedo maternità – dimostra un’altra volta di tirare il freno a mano quando si tratta delle donne e dei loro diritti. In modo scandaloso. La legge in venti anni ha dimostrato di non riuscire, formulata in questo modo, a essere uno strumento sufficientemente forte per porre fine a un riuscire da sola a mettere un argine chiaro e netto alle disparità salariali. A un problema per le persone che lo subiscono e anche per l’immagine di un paese. Dapprima un tentativo di riforma, poi il dietrofront.


La difficoltà – secondo l’avvocato Rosemarie Weibel,  specializzata nella materia – è in parte dovuta non solo alla reticenza delle vittime per paura di ritorsioni da parte del datore di lavoro, ma anche all’approccio dei giudici: «Molti giudici non vedono la discriminazione, non c’è la sensibilità nel riconoscerla, nel voler accettare che le donne, sì, continuano a essere discriminate come indicano i dati dell’Ufficio federale di statistica. Si assiste fra gli addetti ai lavori a un processo di relativizzazione della questione. Sono d’accordo con Aubry Girardin quando sostiene che bisognerebbe lavorare sull’informazione e introdurre giornate di formazione continua destinate ai giudici di prima istanza, affinché questa disposizione giudiziaria sia maggiormente conosciuta ed entri nella prassi giudiziaria. E poi, certo, la legge va comunque perfezionata in molti suoi aspetti. Su questo non si discute, ma occorre anche un cambiamento di mentalità fra chi è chiamato ad applicare la legge».


Occorre che la  vittima in quanto tale non sia caricata di tutto il fardello: ora, chi è toccata dalla disparità, deve agire, ha la responsabilità dell’azione. Le donne, quindi, devono avere il coraggio di affrontare il proprio datore di lavoro con il rischio di perdere il posto, di essere stigmatizzate e con la paura di non trovare un altro impiego. Ecco, se non nel 2016, magari nel futuro immediato dovrebbero essere messe in vere condizioni di protezione.

Pubblicato il 

09.06.16..
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