Se guardo retrospettivamente al 2013 sono tante le immagini e le vicende riferite al tema della migrazione che hanno suscitato in me, come in molti altri, emozioni forti, a partire dalla immane tragedia di Lampedusa del 3 ottobre (e mi riprometto di leggere presto, in questo 2014, il libro di Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli, che racconta la vita e la morte di Samia Yusuf Omar, giovanissima, poverissima e straordinaria atleta somala morta in mare mentre tentava di andare a Londra per partecipare alle Olimpiadi 2012).

 

Ma c’è una vicenda in particolare che mi ha colpito, certamente più marginale e di portata meno drammatica di altre, e che tuttavia mi è sembrata emblematica. La vicenda è questa. Nello scorso novembre, i media ticinesi hanno riportato la notizia secondo la quale un richiedente l’asilo proveniente dal Mali – e dunque certamente protagonista anch’egli di quel viaggio infernale lungo le rotte della migrazione e nelle acque del Mediterraneo – si sarebbe per errore introdotto nella caserma di Isone dei granatieri, corpo d’élite dell’esercito svizzero.

 

Probabilmente era arrivato chissà come a Rivera, e privo di punti di riferimento e orientamento, era salito sul primo bus avvistato. Tutta la stampa ha posto l’accento su un particolare di questa storia: e cioè che, resosi conto della situazione, l’uomo avrebbe orinato sulla piazza d’armi. La sottolineatura di questo dettaglio e i relativi commenti sono stati pressoché univoci, di sdegno e di stigmatizzazione per l’affronto che il giovane avrebbe espresso nei confronti della Svizzera, di cui l’esercito permane evidentemente efficace simbolo riassuntivo. Nessuno, nella mia mini indagine, mi risulta abbia preso in considerazione un’altra possibilità, alternativa alla volontà di offesa al nostro Paese: e cioè che il richiedente l’asilo abbia forse fatto ciò perché impaurito per una situazione inattesa e inquietante, fonte di ansia e angoscia per chi si ritrovi – tanto più se proveniente da un paese tormentato come il Mali – improvvisamente e inerme in mezzo a uomini armati.

 

Mi ha insomma colpito che il gesto dell’uomo (un atto di per sé umiliante, per chi lo pratica, perché espone allo sguardo altrui la propria intimità corporale) non sia stato visto da nessuno con un altro sguardo, secondo un’altra prospettiva. Nessuno ha saputo porre un’alternativa all’associazione negativa, avversativa, che scatta automaticamente. Nessuna pietas, nessun barlume di comprensione, compassione umana per l’umanità dell’altro: questo ho visto nel tristissimo episodio di Isone. Quanta pena per quel ragazzo, per la sua paura: possibile che non sia venuta in mente, e nell’animo, a nessuno?

Pubblicato il 

05.02.14..

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