L'editoriale

“Una regolamentazione nazionale del finanziamento dei partiti e delle campagne di voto non è conciliabile con la specificità del sistema politico svizzero”. Con questa considerazione parecchio creativa, il Consiglio federale spiega la decisione di respingere l’iniziativa popolare per una regolamentazione nazionale che garantisca trasparenza sulle finanze dei partiti e dei comitati di votazione, nonché sull’origine e sull’ammontare delle donazioni più ingenti. Come se i cittadini non avessero il diritto di conoscere i legami d’interesse della politica, come se non ci fosse bisogno di un po’ di trasparenza in un’epoca di crescente sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni, come se l’astensionismo non fosse un problema, come se il processo di formazione delle opinioni fosse un aspetto secondario in un sistema fondato sulla democrazia diretta.


Un sistema che conosciamo sin dalla Costituzione del 1848 e che ci fa eterni campioni del mondo delle urne, ma che necessita di essere sempre curato e adeguato per garantire un senso al voto popolare. È intollerabile che il finanziamento dei partiti rimanga una sorta di pianeta oscuro, in cui l’economia privata può “donare” in totale discrezione e in modo diffuso. La maggior parte delle imprese quotate al Swiss Market Index finanzia i partiti, rivela l’ultima inchiesta di Actares (Associazione di azionisti per un’economia sostenibile) relativa agli anni 2015 e 2016: a farla da padrone sono le banche (per esempio Credit Suisse dà a tutte le formazioni politiche, mentre Ubs solo a quelle che “sostengono l’economia di mercato”), le assicurazioni (a partiti e singoli candidati che rappresentano i loro interessi) e l’industria farmaceutica, che ammette il suo ruolo ma che non fornisce alcuna indicazione sui destinatari e sui criteri di elargizione. Totalmente riservati restano invece i doni fatti ai comitati di votazione, sempre più spesso determinanti per l’esito di una consultazione, perché è evidente che una campagna di 1 milione è più efficace di una di 10.000 franchi.


Il quadro è assai incompleto, ma dice già molto sull’origine di certe decisioni prese dai “rappresentanti del popolo” in Parlamento, sulla disparità di mezzi nelle campagne referendarie e sul perché della crescente disaffezione nei confronti della politica. È insomma la posizione del Consiglio federale a essere “non conciliabile” con il nostro sistema di democrazia diretta. E non l’iniziativa sulla trasparenza!

Pubblicato il 

08.02.18..
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