Fisco e lavoro

Sede di importanti aziende della moda, il Ticino ha approfittato delle enormi ricadute fiscali generate da questo settore. In un recente rapporto, l’ong Dichiarazione di Berna (Db) parla di «cannibalismo fiscale», sostenendo che questi benefici siano stati garantiti dalle pratiche di ottimizzazione aggressiva sostenute dal Cantone. Facciamo una panoramica della situazione, in un contesto in cui gli statuti speciali fiscali di cui godono le multinazionali sono destinati a scomparire.

Negli ultimi due decenni in Ticino si è sviluppata una vera e propria Fashion Valley, con una  trentina di marchi dell’industria dell’abbigliamento che hanno installato una o più società nel Cantone. Un fenomeno iniziatosi nella seconda metà degli anni ‘90, quelli di Marina Masoni e degli sgravi fiscali, e che ha già fatto molto discutere per l’impatto pesante sul territorio e per le condizioni di lavoro non sempre eccellenti riscontrate in questo settore. Svantaggi, però, passati in secondo piano, controbilanciati dall’importante indotto fiscale: secondo il Consiglio di Stato, questo settore è infatti «il più importante per il Cantone in termine di gettito fiscale diretto/indiretto». Secondo l’associazione di categoria TicinoModa, alla cui presidenza nel 2015 è stata nominata proprio l’ex consigliera di Stato, il settore genera 90 milioni di franchi di gettito (esclusa l’imposta federale diretta) per una cifra d’affari che si aggira attorno ai 10 miliardi di franchi.

Marchi da amministrare

In passato, in Ticino vi era già un’importante industria tessile, camicerie e maglierie presenti soprattutto nel Mendrisiotto. Oggi circa duemila persone sono ancora attive nella produzione, la maggioranza delle quali alle dipendenze dalla Consitex Sa. Ma questa società del gruppo Zegna, attiva nella regione dagli anni ‘70, resta un caso a sé. La gran parte delle grandi aziende della moda non sono venute in Ticino per produrre abiti. Alcune hanno scelto la regione per stabilirvi dei depositi logistici per stoccare la merce, esentasse, per poi distribuirla nei negozi di tutto il mondo. Altre, come dimostrano gli scopi sociali iscritti a registro di commercio, sono attive nell’amministrazione di marchi, licenze e diritti di proprietà intellettuale. Un’attività di tipo terziario, di fatturazione, considerata particolarmente sensibile da un punto di vista fiscale: attraverso delle transazioni tra società dello stesso gruppo, è in effetti possibile trasferire in Svizzera, dove la fiscalità è più vantaggiosa, gli utili realizzati in altri paesi.

 

La concessione dei diritti di proprietà intellettuale è sovente utilizzata per giustificare questo tipo di trasferimenti. Un’astuzia fiscale, perfettamente legale, che permette all’azienda che detiene il marchio di trasferire in Svizzera gli utili e allo stesso tempo di diminuire i margini delle succursali straniere. In questo senso, un caso di particolare interesse riguarda una filiale ticinese di Armani, la Ga Modefine Sa di Mendrisio. Creata nel 2001 e cancellata nel 2013, la ditta si occupava delle attività di commercializzazione all’estero dei prodotti registrati Giorgio Armani. Nel rapporto annuale 2013 della casa madre milanese, balza all’occhio un’informazione: una spesa straordinaria di 235 milioni di euro versati dal gruppo per saldare un contenzioso con il fisco italiano in relazione alla Ga Modefine. Per le autorità fiscali della Penisola la filiale ticinese sarebbe dovuta essere considerata fiscalmente domiciliata in Italia. Così, per evitare «lunghi e pesanti contenziosi fiscali», la società ha deciso di trovare un accordo per saldare quanto dovuto all’Agenzia delle entrate tra il 2002 e 2009. E non si tratta di briciole: fanno circa 29 milioni di euro “di multa” all’anno per otto anni! Non male per un’azienda che impiegava qualche decina di persone specializzate nella «gestione e sfruttamento di marchi di fabbrica».

Statuti fiscali speciali

Nonostante il loro peso economico, le grandi aziende modaiole si tengono lontane dai proiettori e restano discrete quando si tratta di dettagliare i loro affari. Per non parlare degli speciali statuti fiscali con i quali sono tassate, uno dei segreti di Stato meglio custoditi alle nostre latitudini. Le autorità affermano che non è vero che queste imprese pagano poche tasse, essendo esse tra i più grandi contribuenti cantonali. Quello che però non viene detto è la proporzione di quanto pagato rispetto agli utili realizzati. Secondo fonti concordanti, diverse aziende della moda stabilite in Ticino sono considerate "società principale". Si tratta di uno speciale statuto fiscale applicato a livello federale a quelle aziende – 124 in Svizzera – che hanno stabilito qui il loro quartier generale. Aziende che fabbricano e vendono all’estero i loro prodotti, tramite intermediari o società appartenenti allo stesso gruppo.

 

In sostanza, queste aziende pagano le imposte sugli utili realizzati dal gruppo in tutto il mondo ad un tasso molto favorevole in Svizzera, evitando di pagarle nei paesi dove la fiscalità è più alta. In Ticino una dozzina di società beneficerebbero di questo statuto, la gran parte delle quali sarebbe attiva nella moda. Il dato preciso non è comunicato poiché, ci fanno sapere da Bellinzona, «in una realtà molto piccola quale il Ticino qualsiasi indicazione numerica favorirebbe l’identificazione del contribuente». Sul piano cantonale lo statuto di "società principale" può essere combinato con quello di "società mista", che permette di pagare le imposte sugli utili realizzati all’estero a dei tassi preferenziali. Tutto ciò permette a queste aziende di essere tassate ad un indice stimato tra il 5 e il 13%, un tasso vantaggioso se comparato a livello internazionale.

 

Stando all’Ufficio federale delle contribuzioni, in Ticino le società principali e miste generano 120 milioni all’anno di introiti fiscali. Una cifra importante: si tratta di circa un terzo delle entrate fiscali cantonali generate dalle persone giuridiche. Ma anche per i Comuni dove sono impiantate queste aziende le ricadute del settore sono importanti. Secondo nostre informazioni, la Luxury Good International Sa (Lgi) contribuisce a circa i tre quarti degli introiti fiscali di Cadempino. Nel 2014 il gettito fiscale totale di questo comune è di circa 13 milioni: sono stati quindi quasi 10 i milioni che l’azienda avrebbe versato nelle casse del comune. Cadempino, con il suo moltiplicatore al 53%, è d’altronde considerato il paradiso fiscale del Ticino ed è in testa alla graduatoria degli indici di capacità finanziaria dei comuni ticinesi. Le imposte vanno anche agli altri comuni dove la ditta è presente, come Sant’Antonino. Da quando è arrivata, il moltiplicatore del comune è passato dall’80 al 65%. E l’impatto dell’azienda si è fatto subito sentire: se nel 2013 le entrate fiscali per le persone giuridiche erano di circa 900.000 franchi, nel 2014, con l’arrivo di Lgi, si è passati a quasi 2,5 milioni. A Stabio, nel 2013, l’anno d’arrivo di Vf Corporation, le entrate fiscali dalle persone giuridiche sono aumentate del 36%, passando da 3,9 a 5,3 milioni di franchi. Come riportato nel consuntivo 2014 del comune del Mendrisiotto, «la progressione fiscale registrata dalle persone giuridiche è dovuta essenzialmente agli ottimi risultati ottenuti dal settore "fashion"».
Pressioni internazionali

Ma la festa potrebbe presto finire. Il problema dell’ottimizzazione fiscale non è solo svizzero: è internazionale e riguarda non solo il settore dell’abbigliamento. Negli ultimi anni decine di multinazionali hanno giocato con le falle e i limiti della legge, consigliati da schiere di specialisti in ingegneria fiscale, moltiplicando filiali e transazioni interne per rimpatriare i loro utili in Paesi come la Svizzera. A livello internazionale sono così state lanciate varie iniziative per limitare queste pratiche e fare rientrare nelle casse pubbliche i milioni sottratti al fisco. Nell’ottobre 2015, l’Ocse ha presentato il suo arsenale di misure destinate a limitare l’ottimizzazione fiscale abusiva dei grandi gruppi. Un pacchetto di azioni concrete battezzato Beps ("Base Erosion and Profit Shifting"), che avrà delle conseguenze anche in Svizzera. Le nuove esigenze di trasparenza obbligheranno infatti a condividere con le autorità estere i ruling, ovvero gli accordi, oggi ritenuti super-segreti, sul trattamento fiscale tra autorità e fisco. Presto inoltre i discussi statuti fiscali speciali scompariranno, per evitare la disparità di trattamento tra imprese svizzere e estere tanto criticata dall’Ue.

 

È la famosa terza riforma della fiscalità delle imprese (Rfi III), che è stata sottoposta al parlamento nel dicembre 2015. Una riforma che prevede sì di sopprimere le facilità fiscali più discutibili ma che ne legittimerà altre che (per ora) sono accettate a livello internazionale. È il caso del "licence box", una misura di protezione fiscale che concede un’imposizione privilegiata dei redditi generati dalla proprietà intellettuale. Per Olivier Long­champ, esperto in fiscalità per la Dichiarazione di Berna, «lo scenario secondo cui le differenti entità di un gruppo devono essere considerate come indipendenti sul piano fiscale è lungi dall’essere messo in causa dalla Rfi III». Quello che è certo è che, per evitare l’imposizione discriminatoria tra società svizzere e multinazionali, vi sarà un abbassamento generale delle imposte per tutte le imprese.


*L’autore dell’articolo ha collaborato al rapporto pubblicato  dalla Dichiarazione di Berna.

Pubblicato il 

21.01.16..
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