Finalmente è chiaro il significato della parola “investimento”. È quella cosa che non può essere fatta se in un dato paese c’è la piena occupazione: «Viviamo una crisi particolare, caratterizzata da alta inflazione, caduta dei dati macroeconomici in assenza di disoccupazione. È una situazione non standard, non buona per gli investimenti», si poteva leggere ai primi di gennaio su un nostro quotidiano a proposito della Russia. Ad affermarlo era un economista di quel paese critico verso il proprio governo. Nella stessa pagina un altro esperto aggiungeva: «...la Russia si è guadagnata la fama di Stato imprevedibile, dove non sono difesi i diritti degli investitori, non sono applicate le norme internazionali, qualsiasi interesse economico è vittima della politica».
Probabilmente senza rendersene conto, i due economisti hanno descritto lo Stato democratico ideale: quello appunto in cui è la politica a governare l’economia, in cui non sono applicate le micidiali direttive del Fondo monetario internazionale, dove i diritti degli investitori vengono dopo i diritti dei cittadini e dove la piena occupazione e un robusto potere contrattuale dei lavoratori determinano una sana inflazione che favorisce i redditi da lavoro a scapito delle rendite.


Luciano Gallino, docente di sociologia all’università di Torino, distingue gli investimenti nel senso proprio del termine dai cosiddetti “investimenti” a breve scadenza in cui si sono specializzati i cosiddetti investitori istituzionali. I primi sono quelli che le imprese private da sole non farebbero mai se non fossero aiutate o costrette o sostituite dallo Stato: quale impresa sarebbe disposta a investire per spostare il traffico merci dalla strada alla ferrovia o per risolvere il problema del riscaldamento terrestre o per smaltire la massa di rifiuti galleggianti estesa per 8 milioni di chilometri quadrati nell’Oceano Pacifico, se la logica in cui si muove è il rendimento più alto possibile nel minor tempo possibile?


All’origine “investire” significava “ricoprire di ornamenti” e nel latino medievale dare a qualcuno i mezzi per svolgere un compito importante: se si trattava di un cavaliere, l’usbergo, la cotta, gli speroni, l’elmo, la spada, lo scudo; nel caso di un vassallo, un oggetto che simboleggiava il territorio che gli veniva dato in possesso, come una corona, uno scettro, una bandiera. Poi via via ha assunto l’accezione comune oggi di impiego di capitali in un progetto economico. Ma conservando sempre in sé qualcosa dell’antico significato di dare, contribuire, mettere a disposizione, ed è pensando a tale residuo nobile che lo studioso torinese parla di investimenti “nel senso proprio del termine”, opponendolo a quello riduttivo e volgare di pura e semplice speculazione finanziaria.


Come quella realizzata nel 1827 dal capitano Theodor Canot con il commercio degli schiavi dalla costa della Guinea a Cuba: 220 schiavi, di cui tre morirono durante il viaggio, dunque 217, acquistati a 49,5 dollari l’uno e rivenduti a 357. Le spese del viaggio di andata e ritorno, tutto compreso, furono di 39.981 dollari e il ricavato di 81.419, con un utile netto in sei mesi di 41.438 dollari: un interesse annuo del 207,2% sull’ammontare del capitale impiegato. Bisognerebbe pensare a questo quando si usa con leggerezza una parola che è costata e costa sangue in molte parti del mondo. Luciano Gallino, sociologo nel senso proprio del termine, è mancato nel novembre del 2015.

Pubblicato il 

04.02.16..
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