“No, caro Max, non siamo noi a diventare idioti, è questa realtà che lo diventa sempre di più .” Così l’anziano Herbert Marcuse in una lettera all’ancor più anziano Max Horkheimer, quest’ultimo al termine non solo del ventennale periodo che trascorse nel Canton Ticino ma anche della sua esistenza.

 

La frase di Marcuse, pensatore radicale che era diventato punto di riferimento per i movimenti di protesta attorno al ’68, esprime certo grande disillusione e pessimismo. E non meno pessimista, anzi, era diventato anche l’amico Horkheimer: la realizzazione della ragione illuministica nelle società del “capitalismo di Stato” gli sembrava sempre più coincidere con il trionfo dell’ automazione, con l’estinzione di ogni autonomia di giudizio, ovvero appunto con l’“eclissi della ragione”...

 

Che fare? Non nascondere questo capovolgimento, non coprirlo con false illusioni e troppo facili e ottimistiche speranze di reale superamento dialettico dell’idiozia del reale, ma piuttosto avviare un confronto con la funzione critica che il pessimismo, costi quel che costi, può comunque assolvere. Certo, non è una risposta, né una diagnosi, spendibile in termini immediatamente politici. Il pessimismo è di destra? Ma siamo sicuri che l’ottimismo sia sempre ancora necessario e opportuno alla sinistra? Si può cercare ancora di coniugare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della pratica... ma non sono sicuro che oggi questa sia ancora la via adeguata.


Il rischio di riproporre schemi velleitari e/o strumentali, oltre che troppo inclini alla conciliazione e al compromesso, è evidente. In molte espressioni e visioni contemporanee, e anche nell’astensionismo cronico di tutte le democrazie, cova un’anima pessimistica che andrebbe riconosciuta come tale, compresa  nel suo intreccio con l’ idiozia di un reale totalmente amministrato. Il pessimismo può anche implicare, in modo magari del tutto contraddittorio, la nostalgia per un'altra realtà. Per quanto strano possa sembrare, transitando dalla filosofia all’arte visiva, la tarda diagnosi di Marcuse e Horkheimer sull’idiozia crescente del reale mi  porta a ricordare un’altra posizione radicale, seppur diversissima,  ovvero quella di un Andy Warhol, che con la serialità dei suoi ritratti di fatto criticava senza veli l’arte e tutta la cultura ancora impegnata nella produzione di simboli e di figure buone e troppo buone, o umane e troppo umane,  per l’immaginario. 

 

Le sue opere a partire dagli anni Sessanta dicono che non c’è più nulla oltre alla riproduzione, nessun fondamento, nessun soggetto reale, nessuna unicità. Il mondo con le sue gerarchie senza valori è un regno di feticci, maschere e simulacri. Lo stesso Warhol  aveva predetto che a  ciascuno sarebbe stato concesso di diventar famoso per un quarto d’ora… l’epoca dei social networks, dell’esibizionismo illimitato della cinica  politica degli spot  ha ora largamente confermato e superato questa sua previsione sarcastica. “No, caro Max, non siamo noi a diventare idioti, è questa realtà che lo diventa sempre di più...”.

Pubblicato il 

25.09.14..

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