Controllo sociale

Elvezia diventa uno Stato ficcanaso e il Parlamento applaude. Entro la fine di marzo sarà approvata la revisione totale della Legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni (Lscpt), mentre la Legge federale sulle attività informative (Lain) ha passato a pieni voti nel 2015 l’esame delle camere.

Le due norme, che in parte si sovrappongono e per certo si completano, introducono piccole e grandi novità che faranno della Confederazione un luogo in cui è ragionevole provare un sottile disagio ogni volta che impugneremo un telefono cellulare o ci colleghiamo ad internet. Grazie all’uso di avanzate tecnologie per la sorveglianza legittimato da Berna, infatti, potremo essere certi che potenzialmente, in ogni istante qualcuno ci legge e ci ascolta. Il percorso della nuova Lscpt si è iniziato nel 2013 e da allora il Parlamento ha esaminato a più riprese il testo apportando modifiche non sostanziali, mentre le ultime, trascurabili divergenze fra le Camere sono state appianate nelle ultime settimane. Diventa legale l’utilizzo da parte dello Stato di “cavalli di Troia” GovWare, programmi che sorvegliano l’attività di un computer e trasmettono i dati ad una centrale di controllo governativa. Avranno una base legale gli Imsi Catchers, i dispositivi per l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche cellulari che alcune polizie cantonali già utilizzano. La nuova Lscpt amplia il ventaglio dei soggetti obbligati a fornire su richiesta delle autorità i dati relativi alle comunicazioni elettroniche che transitino per le proprie infrastrutture. Non solo chi mette a disposizione spazio per siti internet e gestisca caselle di posta elettronica, soggetti che la nuova legge sanziona con multe salate in caso di non ottemperanza, ma anche aziende che abbiano una rete interna di comunicazione (le cosiddette “intranet”) nonché alberghi, ospedali e persino chi si ritrovi a possedere o gestire un collegamento senza fili alla rete cui altre persone possano collegarsi: da quella di un’associazione culturale, fino alla nostra wlan domestica. Grazie alle nuove leggi, d’altronde, lo Stato ha il diritto di intercettare anche le chat e le conversazioni via Skype.


Amnesty International definisce i provvedimenti «gravi violazioni dei diritti fondamentali e del diritto alla privacy» e il Commissario per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa ha inviato una lettera farcita di cortese inquietudine ai presidenti del Consiglio nazionale e degli Stati. In particolare preoccupa la possibilità di intercettare i flussi di dati che passino per l’estero allo scopo di effettuare analisi di intelligence in base a parole chiave. Dato che quasi tutte le comunicazioni svizzere, telefoniche e digitali, transitano per altri paesi, l’intera popolazione sarà gioco forza sottoposta ad una silenziosa e preventiva sorveglianza di massa. Basterà, insomma, fare una banale ricerca con Google e utilizzare un vocabolo sospetto, per finire sotto la lente di ingrandimento dei James Bond di casa nostra. Dulcis in fondo, le nuove regole mettono a repentaglio il segreto professionale di categorie che lavorano in ambiti sensibili come avvocati, personale medico e del mondo dell’informazione, dato che non è previsto alcun meccanismo per proteggerne le comunicazioni.


La revisione totale della Lscpt si inserisce a meraviglia nel quadro da Grande Fratello che la nuova legge sui servizi segreti aveva anticipato e si fa fatica a rintracciare il principio di proporzionalità nelle misure che le due leggi portano nel nostro ordinamento. Nonostante le rassicurazioni del Consiglio federale e i distinguo delle Commissioni parlamentari, il ricorso a metodi tanto invasivi non è limitato a reati gravi. La giustificazione dei provvedimenti è il terrorismo nell’era digitale, nonostante la Svizzera sia stata oggetto di minacce solo aneddotiche.


Uno stato dell’arte rassicurante che è confermato dall’annuale “Swiss Lawful Interception Report”, il rapporto sulla sorveglianza pubblicato dall’organizzazione Società Digitale, dove si legge che in Svizzera lo Stato ricorre alle intercettazioni soprattutto nell’ambito di inchieste per violazioni alla legge sugli stupefacenti (34,6%) e per reati legati al patrimonio (21,1%). La sorveglianza serve ad indagini per terrorismo nel 2,2 per cento, per organizzazioni criminali nell’1,6 per cento e per pornografia e pedofilia nello 0,7 per cento dei casi.


Costi milionari


Il Rapporto 2016 di Società Digitale, appena pubblicato in tedesco nel sito www.digitale-gesellschaft.ch, mette inoltre in rilievo le differenze fra le regioni del paese, consultabili anche in italiano sotto forma di mappa interattiva. Ginevra è campione degli spioni: sorveglia quattro volte più degli altri cantoni. Il Ticino ricorre ad intercettazioni nel 45,9 per cento dei casi per indagini legate alla droga, secondo solo a Friburgo e Vaud. Da Airolo a Chiasso l’attività di sorveglianza riguarda quasi esclusivamente la telefonia mobile e il costo delle operazioni nel 2015 ha superato 1.430.000 franchi, cifra che colloca la Svizzera italiana al quinto posto della top ten nazionale di quanti denari i cantoni spendano per misure di sorveglianza.


Il tema tornerà al popolo grazie al referendum “No allo Stato ficcanaso”, per il quale con ogni probabilità dovremo pronunciarci il 25 settembre. Nata in seguito all’approvazione della Legge federale sui servizi segreti, la votazione è promossa da Verdi, Gioventù socialista, Partito pirata e le organizzazioni per i diritti digitali. Il referendum darà una seconda opportunità a partiti e parlamentari per assumere un profilo coerente e magari un po’ più coraggioso. Il Partito pirata ha pubblicato un’analisi che mette a confronto le dichiarazioni fatte dai candidati al portale Smartvote con il voto, una volta eletti in Parlamento, sulla nuova legge sui servizi segreti. Colpisce che ci si possa dichiarare contro la sorveglianza di massa e poi astenersi o votare a favore, come hanno fatto 29 parlamentari.

Pubblicato il 

17.03.16..
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