Il commento

C’è vita a sinistra in Italia? E se c’è, dove si nasconde? Chi la rappresenta? E infine, può essere rinvigorita dal risultato straordinario del referendum che ha salvato la Costituzione antifascista dalle crociate revisioniste di Matteo Renzi? Dato che la vittoria del No non ha provocato il minacciato crollo delle borse, l’esplosione dello spread e il fallimento dell’Ue, in attesa che il presidente Mattarella inizi le consultazioni alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi, possiamo soffermarci sullo stato di salute della parte della politica e della società che più ci sta a cuore.

 

Se per sinistra intendiamo i partiti organizzati che si battono dalla parte del lavoro e delle componenti più fragili e spremute della società, non si può non prendere atto della debolezza del fronte, indebolito dalla rottamazione di ideali e dai passaggi nel campo avverso. Un fotomontaggio ben ideato mostra un “ieri” e un “oggi”: ieri una foto di Enrico Berlinguer tra due operai Fiat, oggi una foto di Renzi tra Marchionne e John Elkann. Qualcosa di sinistra nel Pd rimane, intrappolato dentro una gabbia che lo neutralizza. C’è in Parlamento il gruppo di Sinistra italiana formato dalla parte di Sel non saltata sul carro renziano e da qualche transfuga Pd. Fuori resiste un nucleo del Partito della rifondazione comunista (Prc) e qualche gruppo nato negli ultimi anni a fini elettorali, come l’Europa con Tsipras, rappresentata a Strasburgo. E infine sopravvive una galassia di gruppetti comunisti, trotzkjsti, ambientalisti, autoreferenziali e poco radicati. L’impressione di chi scrive è che anche mettendo insieme questi frammenti non ne deriverebbe un progetto credibile alternativo al neoliberismo: la parte più sofferente del Paese, lavoratori, precari, studenti, disoccupati, pensionati resta priva di rappresentanza politica. Il nuovo contesto nato dalla vittoria referendaria potrebbe offrire alle deboli sinistre politiche un’opportunità. Potrebbe.


Se per sinistra si intende invece quella parte di società non rassegnata allo stato di cose presente e impegnata nell’organizzazione di resistenze, conflitti, proposte per modificarla, il quadro si fa meno buio. Partendo dal referendum, va riconosciuto alla Cgil il coraggio per aver tagliato il cordone ombelicale che l’ha troppo a lungo legata al “partito di riferimento”, schierandosi per il No. Una scelta non scontata che per una volta non ha lasciato sola la Fiom a combattere con la parte migliore della società civile. Sembra riaprirsi un dibattito positivo in vista del congresso Cgil che potrebbe spostare a sinistra politiche e organigrammi. Le Camere del lavoro dovrebbero aprirsi alla società, trasformandosi in case comuni della sinistra, capaci di fornire idee e ossigeno anche a una rinata rappresentanza politica. E la Fiom non resterebbe più sola nella costruzione di una coalizione sociale.

Pubblicato il 

06.12.16..
..
..
 
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..