Terrorismi

È guerra? Questo termine viene ormai utilizzato da tutti in Francia, dal presidente Hollande al primo ministro Valls, dalla destra all’estrema destra. Anche la sinistra del Ps lo ha adottato quasi all’unanimità e molti della “fronda” contro le derive liberiste del governo voteranno a favore dell’estensione dello stato di emergenza per tre mesi. La sinistra della sinistra, i Verdi, non sembrano più in grado di farsi ascoltare nell’appello a rispettare lo stato di diritto nonostante le circostanze. Peggio, la tattica politica prende a tratti il sopravvento, a poche settimane dalle elezioni regionali del 6 e 13 dicembre, che sono state confermate da Hollande all’indomani del massacro del 13 novembre.

 

Il governo riprende proposte fatte da destra e estrema destra, i Républicains di Sarkozy sbandano e si spaccano in una rincorsa del Fronte nazionale, Marine Le Pen riparte in campagna elettorale sicura di essere al centro del panorama politico.
La Francia vive ore di angoscia. Ma la resilienza dei parigini potrebbe essere una lezione per i politici dell’opposizione, che sembrano aver perso il senso della misura. Agli attacchi simultanei di venerdì sera, che hanno fatto centinaia di vittime, 132 morti e più di 300 feriti e colpito indiscriminatamente soprattutto dei giovani in bar, ristoranti e in un luogo di spettacolo, il Bataclan dalla lunga storia, alla strage evitata per poco allo Stade de France, questo mercoledì ha fatto seguito l’assalto a un appartamento nel centro di Saint-Denis. Un raid durato varie ore, una terrorista si è fatta esplodere, come già altri sette kamikaze negli attacchi di venerdì 13.


La risposta del governo è su due fronti: interno ed esterno. Ma entrambi sono sul modello statunitense della war on terror. A livello internazionale, Hollande ha operato una svolta nelle alleanze. Ormai, l’alleanza per combattere Daesh è con la Russia, che finora era stata tenuta a distanza da Parigi, a causa del sostegno di Putin al dittatore Assad. Putin ha annunciato un “coordinamento” con l’intervento francese, che triplica le forze con l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale, al largo della Siria.

 

Hollande ha anche chiesto “solidarietà” ai partner europei, invocando per la prima volta nella storia della Ue, l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona. Per il ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, «la Francia non può essere dappertutto contemporaneamente», Mali, Centrafrica, Iraq, Siria. La risposta è stata positiva, all’unanimità, «un atto politico di grande ampiezza» per Le Drian. Ma non tutti i partner accettano il termine “guerra”: ci sono le reticenze della Gran Bretagna, sebbene sia l’altro grande paese militare (e nucleare) della Ue, David Cameron deve fare i conti con il voto contrario del parlamento quando propose l’intervento in Siria. La Germania frena, Angela Merkel non vuole passare alla storia come la cancelliera della guerra. Tanto più che anche in Germania l’estrema destra soffia sul fuoco e comincia a diffondere il veleno del parallelo tra rifugiati e terroristi.
Sul piano interno, la Francia è in stato di emergenza per tre mesi. Ma Hollande vuole andare oltre, mettendo però dei paletti. Intanto, lo stato d’emergenza sarà modificato per «adattare il suo contenuto all’evoluzione delle tecnologie e delle minacce», ha precisato il presidente. In particolare, saranno facilitate le perquisizioni e i domiciliari extragiudiziari. Stato di emergenza significa una restrizione delle libertà. La legge, che risale al ’55 e alla guerra d’Algeria, attribuisce poteri eccezionali alla polizia. Nella nuova versione, dovrebbe venire eliminato il controllo della stampa. Il clima è sempre più teso, anche per l’avvicinarsi della Cop21, con 195 delegazioni di paesi del mondo e 120 capi di stato e di governo presenti all’apertura il 30 novembre. Le manifestazioni, previste dalle ong ambientaliste, saranno molto probabilmente proibite. Hollande vorrebbe anche una riforma costituzionale, proposta che ha spiazzato i Républicains. La riforma mira a stabilire un “regime civile di stato di crisi”, che sia una via di mezzo tra stato d’emergenza e stato d’assedio, regolati dagli articoli 16 e 36 della Costituzione. Ma giuristi e costituzionalisti sono molto prudenti e critici. Molti si chiedono: che senso ha fare leggi sotto l’onda delle emozioni? La Francia non rischia di perdere l’anima, in questa limitazione delle libertà? Il rischio è di arrivare a un regime in deroga ai diritti fondamentali per lottare contro il terrorismo, che potrebbe prendere la forma di un Patriot Act alla francese. Hollande vorrebbe “costituzionalizzare” delle “punizioni” eccezionali per i terroristi: la perdita della nazionalità francese per i bi-nazionali condannati e l’istituzione di un “visto di ritorno” per i francesi coinvolti in atti di terrorismo all’estero, in pratica una proibizione a tornare in patria. Sulla perdita della nazionalità c’è la limitazione della regola Onu che vieta di creare degli apolidi. Sul “visto di ritorno” c’è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che stabilisce che “nessuno può essere privato del diritto di tornare sul territorio dello stato di appartenenza”. È anche allo studio la proposta della destra di “internamento” o di “braccialetto elettronico” per individui schedati “S” (a rischio radicalizzazione), cioè considerati pericolosi, senza però che abbiano ancora commesso nessun reato grave. Hollande, nei discorsi dopo l’ondata di attentati, non ha mai fatto riferimento diretto all’islam. La jihad che arriva in Francia rischia di accrescere l’amalgama tra cittadini di religione musulmana e terroristi. «Non vorrei che venisse stabilito un legame tra banlieues popolari e terrorismo», ha auspicato Claude Bartolone, presidente dell’Assemblée nationale e candidato alla presidenza della regione Ile-de-France. Gli attentati, pensati in Siria ma organizzati in Belgio, hanno messo di nuovo in luce la rete jihadista che opera in Europa, mentre di fronte le polizie della Ue tardano a coordinarsi con efficacia in questo conflitto asimmetrico.

Pubblicato il 

19.11.15..
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