Quali conseguenze per i cittadini e le cittadine della crisi dei mercati finanziari? Quali saranno le ripercussioni concrete sui posti di lavoro, sulle piccole e medie industrie, degli investimenti speculativi sulle casse pensioni e della recessione economica in generale? E ancora, chi sono i responsabili di questo di­sastro finanziario dalle dimensioni mondiali? Ma soprattutto, chi sarà chiamato alla fine alla cassa? Sono queste alcune delle numerose domande che si pongono e preoccupano le donne e gli uomini in Svizzera, come in molti altri paesi.
Intanto all'inizio di questa settimana la ministra dell'economia Doris Leuthard si è risvegliata da un sonno un po' troppo profondo. L'ha fatto ammettendo finalmente che, sì, c'è crisi, ma senza varare un vero piano di rilancio economico. Con lei l'intero governo svizzero tace, seguito a ruota dai partiti borghesi, che si limitano alle timide misure presentante dal Consiglio federale nell'ambito del preventivo 2009 della Confederazione.
Sedere a Berna all'assemblea federale di  questi tempi fa invero un po' specie. Soprattutto dopo aver  assistito al dibattito parlamentare sul pacchetto di misure finanziarie previste dalla Confederazione e dalla Banca nazionale per salvare l'Ubs dal tracollo. È infatti stato più facile trovare una maggioranza disposta a salvare l'Ubs a qualsiasi prezzo e senza condizioni, piuttosto che un accordo politico a favore  di un vero rilancio economico a tutela delle famiglie, delle piccole e medie industrie, dei lavoratori e delle lavoratrici di questo paese. Eppure molti cittadini, oltre a chiedersi se sarà possibile salvare Ubs e quanto costerà al contribuente svizzero questo salvataggio, si aspettavano che governo e parlamento chiamassero  in causa i principali responsabili di questa crisi e dessero sufficienti garanzie per i soldi pubblici! Non solo: non è stata accettata nessuna delle condizioni poste dalla sinistra, in particolare dal partito socialista – che ha quindi respinto il credito – per concedere il prestito convertibile di 6 miliardi di franchi della Confederazione (la limitazione dei salari dei manager e dei bonus, ma anche trasparenza sullo stato di salute della banca e impegno dell'Ubs ad attribuire crediti alle piccole e medie imprese a condizioni accettabili). Addirittura, la richiesta avanzata a gran voce da esponenti politici di diverse aree prima del dibattito parlamentare di chiedere la restituzione dei bonus percepiti immeritatamente dai manager e alti dirigenti di Ubs negli anni scorsi è stata respinta, con il voto determinante della presidente del consiglio nazionale Chiara Simoneschi-Cortesi e degli altri ticinesi presenti alla camera bassa Pelli (assente al primo voto, ma presente  in seconda battuta), Abate, Bignasca e Cassis.
Di fronte allo choc provocato della crisi finanziaria anche i più grandi detrattori dello Stato reputano necessario un intervento dello Stato  per salvare una banca. Eppure la responsabilità incombe sia a chi ha gestito le banche sia allo Stato, che ha lasciato prosperare un sistema senza nessun controllo. Da tutto ciò sarebbe urgente trarre delle lezioni, ma proprio il dibattito tenutosi alle Camere federali dimostra come non ci sia la volontà di rimettere in discussione un sistema finanziario che chiaramente non funziona. A Berna, sotto la cupola di palazzo federale, non si è nemmeno discusso se le misure proposte siano la migliore soluzione per migliorare le condizioni del mercato dei crediti. Di fronte alle possibili perdite sui cosiddetti titoli tossici  dell'Ubs, l'impegno di 60 miliardi di franchi pubblici per riacquistare gli attivi invendibili  delle banche è un'opzione veramente valida? Nemmeno gli Stati Uniti si muovono più in questa direzione e preferiscono piuttosto investire nel capitale delle  banche.
Ma soprattutto, ed è questa la domanda alla quale il parlamento non ha risposto: mettere 68 miliardi dei soldi dei contribuenti, senza avere garanzie e contropartite è responsabile?


* Consigliera nazionale socialista

Pubblicato il 

19.12.08..

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