Non so quanto sia oggetto di lettura tra gli economisti, i politici e forse gli stessi sindacalisti il Rapporto mondiale sui salari 2016/17 dell’Ufficio internazionale del lavoro di Ginevra (sottotitolo: Les inégalités salariales au travail); eppure varrebbe la pena di occuparsene perché, anche al di là dei numerosi grafici e tabelle o degli annessi tecnici di metodo, fa capire o conferma ciò che si va rilevando da tempo (anche da alcuni nostri statistici), ma che sembra realtà da ignorare per non mettere in discussione il sistema economico-finanziario dominante, ritenuto senza alternativa. Il senso di quel rapporto forse sta proprio lì: passando in esame 130 paesi che sono in quel sistema, i risultati finiscono per assumere un valore pressoché univoco universale. Che dovrebbe portare a concludere che qualcosa ciurla nel manico.


Il primo risultato ci dice che il ritmo di crescita dei salari medi reali continua a diminuire. In quattro anni passa dal 2,5 per cento allo 0,9 per cento. Il lavoro è svilito. Si sa che, di converso, è invece maggiormente retribuito il capitale (guadagni di capitale, dividendi, profitti). Sono cifre medie “mondiali”, che nascondono le disparità regionali e settoriali. Dovessimo ad esempio tener conto della Grecia (-25 per cento), dell’Italia (-6 per cento) e della Gran Bretagna (-7 per cento, motivo della Brexit), emergerebbero situazioni più gravi.


Un altro risultato rileva le diseguaglianze nella ripartizione del valore aggiunto. La crescita dei salari negli ultimi decenni è sempre rimasta al di qua di quella della produttività del lavoro, che crea ricchezza. Quindi c’è stato un continuo calo della parte dei salari nella distribuzione della ricchezza creata (valore aggiunto). Attribuibile a diversi fattori: globalizzazione, progresso tecnico, indebolimento sistematico delle regole sul mercato del lavoro (diritto del lavoro), ma anche pressione esplosiva dei mercati finanziari che vogliono una parte sempre maggiore dagli investimenti (finanziarizzazione dell’economia). Sta di fatto che la “parte” di ricchezza concessa al lavoro continua a diminuire “con una tendenza a lungo termine”, in tutti i paesi. Strutturale, di sistema, quindi.
Un terzo risultato è dato dalle forti ineguaglianze salariali sul lavoro. Il metodo che si segue è quello di dividere in dieci gruppi (decili) i salariati. In Europa, ad esempio, il 10 per cento dei salariati meglio retribuiti ricevono in media il 25,5 per cento della massa salariale totale, quasi quanto quella destinata al 50 per cento dei meno retribuiti. La disparità tra uomo e donna si aggira sempre in media sul 20 per cento.


Si rileva che là dove si è introdotto un salario minimo o là dove la politica promuove la contrattazione collettiva, le ineguaglianze tendono a diminuire. È da ritenere. Ci sarebbe però anche un’altra considerazione semplice e logica da aggiungere che, in maniera invece assurda, è ignorata dalla ideologia e dall’economia imperanti: il salario nel breve periodo può essere visto, sì, come il costo o il compenso del lavoro, ma è al tempo stesso il reddito dal quale le famiglie traggono il potere d’acquisto per esprimere la domanda dei beni. Quella stessa domanda che è diventata una delle priorità nei summit delle principali organizzazioni mondiali preoccupate dalla stagnazione, dalle crisi sociali, dai populismi. O che, se osserviamo gli ultimi dati, è un pilastro che tiene in piedi il celebrato pil svizzero. Siamo in una logica economica, inevitabile anche per i dogmatici del sistema.

Pubblicato il 

30.03.17..
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