La massiccia offensiva dell'esercito pakistano contro i Talebani nella frontiera Nord Occidentale del paese ha travolto l'economia locale, lasciando migliaia di persone senza lavoro.

Dopo settimane di scontri in Buner, Swat, Malakand e basso Dir, le imprese dell'area hanno subito gravi dissesti, chiudendo battenti in centinaia. A pagare dazio è stata soprattutto l'industria del marmo, che da queste parti rappresenta la principale fonte di occupazione. Dalla prima metà di maggio – quando la spinta delle truppe di Islamabad si è intensificata –, moltissime fabbriche per la lavorazione del prezioso minerale hanno sventolato bandiera bianca, assieme a gran parte delle miniere estrattive disseminate nelle valli. L'allarme è stato lanciato da Farukh Majeed, presidente della All-Pakistan Marble Industries Association (Apmia), che stima in 1200 le attività costrette a chiudere, 400 solo in Buner. Se consideriamo che ciascuna azienda occupa in media 20 persone, si contano almeno 24.000 operai (e relative famiglie) rimasti senza lavoro e salario, anche se i numeri sono ben maggiori considerando i lavoratori in nero a giornata, esclusi dai dati ufficiali, cui viene fatto sistematicamente ricorso. L'onda d'urto della crisi dell'industria del marmo ha coinvolto anche altre aree del Pakistan, non interessate dall'offensiva anti-Talebani, dove funzionano società di trasporti, produttori di macchinari per il taglio e la lavorazione, e uffici commerciali, costretti a robusti tagli al personale, e in alcuni casi a sospendere la produzione. Emblematico il caso del colosso del marmo di Tippy a Khatro, nel distretto di Lasbela (Balochistan), chiuso da un mese e mezzo a causa del blocco dei rifornimenti dalle miniere del Nordovest, dopo 20 anni di attività pressoché ininterrotta. Lavorando 100.000 tonnellate di marmo al mese, la chiusura di Tippy ha coinvolto migliaia di operai, compresi i trasportatori che ogni giorno facevano spola con 100-150 camion da e per Karachi. Secondo gli analisti, l'industria del marmo navigava in cattive acque già prima dell'inizio dell'offensiva militare, a causa della flessione della domanda da Medioriente, Stati Uniti ed Europa, e del conseguente calo delle esportazioni. Tuttavia, un alto dirigente dell'Apmia, Mohammad Arif ha sottolineato come il 50 per cento delle chiusure e dei licenziamenti sia una conseguenza diretta degli scontri in atto tra esercito e guerriglia Talebana.
Il crollo dell'occupazione nella North-West Frontier Province, è solo uno degli aspetti della grave crisi umanitaria che ha colpito l'area negli ultimi mesi, quando le forze di sicurezza pakistane sono scese in campo dopo la 'sveglia' giunta dagli Stati Uniti, da mesi impegnati al di là del confine afgano per limitare l'azione dei Talebani in Pakistan, dove trovano le condizioni per riorganizzarsi e dedicarsi al proselitismo. Stando alle dichiarazioni di Islamabad, la Nwfp sarebbe stata liberata dai guerriglieri, con "migliaia" di caduti tra le fila del nemico, ma si tratta di cifre indicative, che non considerano l'incidenza delle vittime civili, falciate dai bombardamenti aerei e dai colpi di artiglieria nei loro villaggi, allo stesso modo dei Talebani. Così, mentre i militanti riparano più a nord, due terzi della popolazione locale ha cerca riparo e cibo più a sud, innescando un massiccio esodo di disperati. Secondo le stime dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, il numero dei profughi registrati dal 2 maggio ad oggi è di un milione e mezzo, poi altri 553 mila dall'agosto del 2008. Purtroppo la situazione non tornerà a normalizzarsi tanto in fretta, a causa dell'instabilità dell'area, dove i Talebani sono riusciti a penetrare con efficacia nel substrato sociale, attirando nelle proprie fila molti giovani che si identificano più nei barbuti guerriglieri dell'Afghanistan, che nei militari giunti da Islamabad al soldo delle autorità statunitensi.

Pubblicato il 

19.06.09..

Edizione cartacea

..
..
..
..
 
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..