Diritto e rovescio

“Essere prigionieri, non è questo il punto. Il punto è non arrendersi”, scriveva nel 1948 il poeta comunista Nazım Hikmet dalla prigione di Bursa. La lotta in corso in decine di prigioni degli Stati Uniti dimostra che le sue parole restano di attualità. Ancor di più in un paese dove i detenuti sono 2,4 milioni (25% del totale della popolazione incarcerata nel mondo), in enorme maggioranza neri e latinos poveri, e dove il movimento potrebbe rapidamente generalizzarsi.


La mobilitazione è cominciata il 9 settembre scorso, nel 45esimo anniversario della rivolta del carcere di Attica. L’obiettivo è di porre fine alla schiavitù carceraria. I lavoratori prigionieri percepiscono infatti salari che variano da 0,23 a 1,15 dollari. In alcuni stati, il lavoro dei carcerati è addirittura gratuito. È il caso in Louisiana, dove per rimediare alla gigantesca fuga di petrolio nel Golfo del Messico, la multinazionale British Petroleum ha ottenuto che i lavori venissero affidati a 20.000 prigionieri, che hanno passato settimane di sessanta ore in mezzo a prodotti tossici, senza protezione e senza guadagnare un centesimo. Le paghe da fame e le condizioni estreme del lavoro nelle carceri americane hanno un impatto che va ben al di là dei muri della prigione. Questa situazione permette infatti di massimizzare i profitti di chi sfrutta il lavoro dei detenuti (tra gli altri McDonald’s, Wall Mart, Microsoft, Nintendo...), aumentare la pressione sui salari dei lavoratori in libertà e fare dell’incarcerazione di massa uno strumento per ridurre il costo della forza lavoro. Oltre allo sfruttamento per le imprese private, il lavoro dei detenuti viene utilizzato per garantire il funzionamento delle carceri, rendendo di fatto i prigionieri complici dell’istituzione carceraria.


Nonostante le condizioni inumane e l’assenza di salario, rifiutare il lavoro è tutt’altro che facile per i detenuti americani. Come hanno indicato i diretti interessati nell’appello alla giornata del 9 settembre: “Se non accettiamo le condizioni imposte, siamo puniti. Hanno forse rimpiazzato la frusta con lo spray al pepe, ma molti altri supplizi non sono mai stati aboliti”. Il termine “schiavitù” è quindi più che appropriato. Come chiamare altrimenti un lavoro in condizioni inaccettabili, pagato poco o nulla e imposto con la minaccia di sevizie fisiche?


Le difficoltà di comunicazione tra le prigioni, la repressione contro i leader del movimento e l’assenza di sostegno dei grandi sindacati non hanno impedito il successo della mobilitazione. L’appello del 9 settembre è stato seguito da oltre 20.000 prigionieri, in 50 carceri di 25 Stati americani, secondo i dati diffusi dal Comitato per l’organizzazione dei lavoratori prigionieri dell’International Workers of the World (Iww). In molte prigioni, le azioni sono ancora in corso e migliaia di detenuti continuano a rifiutare il lavoro.
Dalle carceri americane ci arriva una lezione di organizzazione, coraggio e dignità. Sfidando la marginalizzazione e l’isolamento, i detenuti hanno saputo costruire un movimento di massa e formulare rivendicazioni radicali. Una lotta esemplare, che dimostra che, nonostante le sbarre e i muri, i prigionieri hanno coscienza di essere, prima di tutto, dei lavoratori. Lavoratori in lotta, che hanno scelto di non arrendersi e che non vanno lasciati soli.

Pubblicato il 

22.09.16..
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