Lavoro e dignità

Giangiorgio Gargantini è il responsabile di Unia Ticino per il settore delle stazioni di servizio. È visibilmente irritato della decisione del Consiglio federale di escludere il Ticino dai minimi salariali. Anche il governo cantonale aveva espresso la sua contrarietà al ministro Johan Schneider Ammann durante una sua recente visita a sud delle Alpi. Il responsabile dell’economia federale aveva liquidato la questione sostenendo che fosse un affare tra partner sociali. «Vorrei ricordare al consigliere federale Schneider Ammann che i partner sociali avevano sottoscritto un accordo, ma il Consiglio federale lo ha modificato, escludendo il Ticino nel capitolo salari minimi» – spiega Gargantini –. «La responsabilità è dunque del governo federale, altro che dei partner sociali». Infatti, il Consiglio federale ha motivato in un documento di una trentina di pagine perché abbia deciso di bandire il Cantone dall’obbligo degli stipendi minimi.


«I motivi per cui il Consiglio federale ha deciso di escludere il Ticino sono particolarmente gravi. Sintetizzando, invoca tre motivi: l’eventuale futuro stipendio nella vendita cantonale da 3.200 franchi, i livelli salariali dei contratti normali di lavoro e le differenze delle paghe tra Ticino e resto del Paese» spiega il sindacalista, che ci tiene a precisare: «Punto primo, il Ccl vendita non è in vigore e vi sono forti dubbi che mai lo sarà. Punto secondo, i salari dei contratti normali sono soglie anti-dumping imposti dall’autorità cantonale per arginarlo. Non sono dunque dei Ccl negoziati tra le parti. Terzo aspetto: certamente esistono delle differenze tra Ticino e resto del paese, ma l’autorità federale dovrebbe lavorare per colmarle, non accentuarle. In altri Ccl le differenze salariali sono state all’inizio contemplate, pur ponendosi l’obiettivo di arrivare agli stessi livelli salariali su tutto il territorio. In questo caso, la comunità contrattuale aveva proposto un salario minimo leggermente più basso per il Ticino come per altri cantoni periferici. Il Consiglio federale ha scelto d’ignorare la possibilità proposta dalle parti sociali».


La colpa non è solo del Consiglio federale, ma vi sono anche delle responsabilità ticinesi...
Non vi è dubbio. Senza i ricorsi dei gestori ticinesi, il Consiglio federale non avrebbe escluso il Ticino. Vanno però anche segnalate le responsabilità delle autorità cantonali, che invece di promuovere dei salari dignitosi in questo cantone, continuano a legittimare delle paghe insufficienti per viverci. È il caso dell’indecente proposta di salario minimo, inferiore a quanto legalmente possibile e in vigore in altri cantoni, o ancora dell’eventuale Ccl della vendita. Ricordo che Unia aveva rifiutato di firmare quel contratto perché legittimava salari vergognosamente bassi, segnalando il pericolo che quelle paghe potessero diventare il riferimento generale. Non ci si deve dunque stupire se Oltre Gottardo l’idea si faccia strada. Chi ha firmato quel contratto della vendita, porta anche la responsabilità dell’esclusione dei minimi salariali negli shop.
Stando a quanto ci hanno riferito autorevoli attori nazionali, le stazioni di servizio hanno costi uguali in tutto il paese. Ciò fa sì che in Ticino il margine di guadagno è svizzero, ma la paga è lombarda.
Ciò dimostra che l’imposizione di bassi salari in Ticino risponde a una logica di aumentare i profitti del padronato sulle spalle delle lavoratrici. Questo è possibile perché qui attingono a un bacino di manodopera che soffre in modo molto più marcato che in altre regioni della Svizzera.


Riassumendo: c’è un padronato ticinese che ha tutto l’interesse a tenere i salari bassi per continuare a realizzare dei buoni profitti. Stipendi così bassi che poi finiscono per escludere i residenti dal mondo del lavoro.
È così, ma solo in parte. Abbiamo constatato come vi sia un numero importante di residenti che lavora negli Shop. Al pari degli altri rami, vi sono differenze importanti fra Sopra- e Sottoceneri. Più ci si avvicina a Chiasso, più il numero dei residenti diminuisce. Ma ripeto, non sono pochi i residenti impiegati nelle stazioni di servizio.  


Unia come sta reagendo all’esclusione dei minimi salariali dall’obbligatorietà nazionale?
Da quando c’è stata la scandalosa decisione del Consiglio federale, abbiamo svolto un importante lavoro di terreno, che ci ha permesso di entrare in contatto con molte lavoratrici. Da questi contatti sono emerse forti criticità non solo salariali, ma in generale sulle condizioni di lavoro. Dopo discussioni con le interessate, si è deciso di promuovere una petizione nella quale si chiede l’introduzione dei salari minimi in Ticino in forma progressiva. Si chiede che nell’arco di tre anni il Ticino, partendo da un iniziale 3.400 di quest’anno, raggiunga lo stipendio minimo svizzero di 3.600 nel 2020. La petizione è già stata sottoscritta da oltre cento lavoratrici. È senza dubbio un buon risultato, tenuto conto di quanto siano alte le pressioni dei gestori sulle dipendenti. Ora porteremo le rivendicazioni delle lavoratrici alle istanze nazionali, sindacali e politiche, affinché convincano il Consiglio federale nel correggere la pessima decisione di escludere il Ticino.  

Pubblicato il 

06.06.18..
..
..
..
..
.. ..