Lavoro e diritti

Si è concluso con la revoca dei licenziamenti lo sciopero dei dipendenti Crai Suisse Sa e Cmarket che, con il sostegno di Unia, hanno incrociato le braccia con determinazione martedì e mercoledì. C’eravamo anche noi, per cogliere lo spirito combattivo che a volte porta i suoi frutti...

Una ventina i dipendenti di Crai Suisse Sa e della sottoditta Cmarket che tra martedì e mercoledì hanno incrociato le braccia, con il sostegno di Unia, per contestare i licenziamenti nella distribuzione, nell’amministrazione e nei negozi. La scorsa settimana infatti quattro impiegati della logistica e tre dell’amministrazione hanno ricevuto la disdetta del contratto di lavoro. A questi si aggiungono altre persone già licenziate durante l’estate e quelle lasciate a casa a causa della chiusura di alcuni negozi, per un totale complessivo di oltre quindici licenziamenti, e questo dopo mesi di sacrifici. Un’azione che ha portato i suoi frutti, premiando la determinazione dei lavoratori a non cedere.


«Ieri sera mi ha chiamato un collega per dirmi di non aprire il negozio questa mattina e di farmi trovare alle 6 davanti alla sede logistica a Riazzino perché avremmo fatto uno sciopero per contestare i licenziamenti, e così ho fatto», spiega la gerente del negozietto Crai di Cugnasco, che ha ricevuto la lettera di licenziamento la settimana prima e che incontriamo martedì mattina a Riazzino, assieme ad una decina di colleghi, anche loro licenziati nonostante si trovino in lavoro ridotto da mesi e abbiano già subito decurtazioni salariali nel 2014 (con la promessa che però il posto di lavoro sarebbe stato garantito). «Ho accettato di prendere 600 franchi in meno al mese e non mi sono mai tirato indietro a lavorare oltre l’orario stabilito per salvare i posti: sono quasi 20 anni che lavoro qui, di sacrifici per la ditta ne ho fatti tanti assieme ai miei colleghi, ma adesso il direttore si sta comportando in modo scorretto», si sfoga uno dei licenziati.


Gli sfoghi dei presenti si susseguono e si somigliano: persone licenziate con una fredda telefonata dopo 18-20 anni di servizio, gente a cui è stato detto «stai pure a casa fino allo scadere dei tre mesi», ma poi richiamati al lavoro, come racconta una dipendente: «Ero in lavoro ridotto, mi hanno detto di stare a casa, ho risposto che non ero sicura che potessero farmi stare a casa e intanto ricevere i soldi del lavoro ridotto dal Cantone, e in effetti mi hanno richiamata dicendomi che non potevo semplicemente stare a casa: volevano convincermi ad utilizzare le vacanze che avevo ancora a disposizione, ma mi sono rifiutata e sono tornata in ditta».
Nel corso della mattinata la motivazione dei presenti allo sciopero non sembra calare, anzi, tentano di contattare altri colleghi per farli aderire, con un discreto successo: nel corso della giornata infatti, oltre al negozio di Cugnasco ne vengono chiusi altri e il personale si unisce allo sciopero di Riazzino, nel pomeriggio sono una ventina i presenti e altri manifestano il loro sostegno ai colleghi. I clienti contattati per essere avvertiti dell’azione in corso si dicono totalmente solidali e questo tiene alto il morale degli scioperanti, che non si sentono abbandonati.


Le telefonate dei e ai colleghi si susseguono, i timori sono molti e di vario tipo da parte di chi non sa se aderire o no allo sciopero. Ad un certo punto c’è anche chi telefona ad una collega per convincerla ad abbandonare lo sciopero per paura che questo possa mettere a rischio anche il suo posto di lavoro, la collega risponde però pacatamente, ma con determinazione che «finché nessuno fa nulla, non cambierà nulla, noi siamo qui per cambiare le cose e salvare anche i vostri di posti di lavoro». Cambiare le cose, questo è quello che vogliono gli scioperanti, perché così non si può andare avanti: «Da 18 anni lavoro qui, ma da quando è subentrata la dirigenza italiana le cose stanno andando di male in peggio, non c’è coerenza nel rifornire i negozi, nel distribuire il personale, nel gestire entrate e uscite: è da un po’ che facciamo presente alla direzione che le cose non vanno e la colpa non è nostra», spiega ancora una dipendente. In effetti, informandoci un pochino sull’attuale direttore generale di Crai Suisse Sa, Federico Antonini, scopriamo che ha alle spalle almeno 7 fallimenti con altre ditte. Viene da chiedersi come mai un personaggio del genere si trovi ancora ad amministrare una ditta. Intanto gli stipendi di settembre non sono ancora arrivati e dall’amministrazione giungono voci poco rassicuranti: sembra manchi liquidità. «E allora perché sponsorizziamo le squadre di hockey, e poi non ci sono i soldi per i nostri salari?», polemizza qualcuno.


Alcune commesse dicono che è da qualche mese che le cose non vanno: filiali che son rimaste un mese senza esser rifornite di beni di prima necessità come latte, burro e uova, altre sedi piccoline o in luoghi discosti che si sono viste invece consegnare una quantità oggettivamente eccessiva di prodotti freschi a breve scadenza. «Spesso arrivano clienti con il volantino delle azioni in mano, ma dei prodotti elencati noi non ne abbiamo mai ricevuti», dice la gerente di un negozio, che continua: «Qualche mese fa c’era un’azione di salame felino... ne hanno consegnato uno per filiale. Non abbiamo nemmeno fatto in tempo ad esporlo».


Torniamo allo sciopero, che è incominciato alle 6.45 di mattina davanti al centro logistico Crai Suisse di Riazzino, ma che ha dovuto spostarsi dopo l’arrivo di una pattuglia di polizia nonostante si trattasse di un’azione pacifica: «La polizia non avrebbe dovuto intervenire, aggirandosi tra il personale e continuando, come sta facendo ora, a fare la ronda attorno al bar dove siamo riuniti: questa è intimidazione», dice uno dei sindacalisti di Unia. Intimidazione che, per quanto scorretta, è tutt’altro che riuscita perché il numero di sostenitori invece di calare aumenta con il proseguire dello sciopero.


A più riprese i sindacalisti si recano al Centro logistico per avviare le trattative con la direzione, ma senza esito. Il direttore chiama nuovamente la polizia per far partire alcuni dipendenti e i sindacalisti che tentano di bloccare un camion che deve consegnare merce. Il gruppetto se ne va, a scaricare il camion e smistare la merce resta una parte del personale amministrativo, persone che non hanno mai fatto questo tipo di lavoro. Anche se la direzione lo nega, lo sciopero comincia ad avere i suoi effetti. I sindacalisti nel frattempo hanno preso contatto con la dirigenza italiana di Crai: «La sede di Riazzino ha la necessaria autonomia per sbrogliarsela senza di noi, capiamo le motivazioni dei dipendenti, dovete trattare con il signor Antonini», questa in sintesi la risposta ricevuta.


Trattative che si sono sbloccate nella giornata di mercoledì, portando alla revoca dei licenziamenti. Riuniti in assemblea, i dipendenti dell’azienda hanno, infatti, approvato un accordo che, oltre al reintegro delle ultime cinque persone licenziate e un’intesa per il pre-pensionamento della sesta, prevede l’avvio immediato di trattative con il sindacato per la sottoscrizione di un Contratto collettivo di lavoro aziendale, l’impegno dell’azienda a favorire l’immediata costituzione di una commissione di rappresentanza del personale e la rinuncia a ogni ritorsione nei confronti dei lavoratori che hanno aderito allo sciopero. Per i 12 dipendenti impiegati nei negozi prossimi alla chiusura (Cassarate, già chiuso, Cugnasco, Sementina e Novazzano), la direzione si è impegnata a collaborare con Unia per poterli ricollocare il più rapidamente possibile sul mercato del lavoro ticinese. Il sindacato è soddisfatto che alla fine abbia prevalso il buonsenso da ambo le parti.

Pubblicato il 

08.10.15..
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