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Lungo le vie dei nuovi migranti

di

Gianfranco Helbling
La sua è un'autenticità a tratti disarmante. Da 20 anni vive a Zurigo, ma lui è napoletano. Fotografa da quasi 25 anni, in totale libertà perché non lo fa per mestiere. Ha già esposto molto, ma mai nelle gallerie. Ora Antonio Murgeri, classe 1953, espone al Canvetto luganese. Sono foto di Lampedusa e di Napoli, due snodi centrali dei flussi migratori dall'Africa all'Europa. Lo abbiamo incontrato.

Antonio Murgeri, come ci è arrivato un napoletano come lei a vivere a Zurigo?
Per amore, non per soldi o per lavoro. A Napoli negli anni '70, un'epoca in cui certe svizzere facevano del turismo di sinistra, conobbi una di loro e ci mettemmo assieme. Lei rimase alcuni anni a Napoli, e nacque una figlia. Nell'86 cominciai a fotografare da autodidatta. Contemporaneamente lei volle tornare a Zurigo. Io all'inizio vissi fra le due città. Ma alla fine, nei primi anni '90, decisi di stabilirmi a Zurigo, anche perché nel frattempo era nata un'altra figlia. E cominciai a lavorare un po' alla Rote Fabrik, un po' alla Scuola d'arte applicata, dove ero portinaio e all'occorrenza andavo in laboratorio a sviluppare e stampare le mie foto. Intanto collaboravo con Keystone, con l'Unità, col Manifesto, ma soprattutto con l'associazionismo. E nel '95 feci la mia prima mostra.
L'impegno politico dove nasce?
Negli anni '70, ero un ragazzino: lavoravo in nero nelle fabbriche e fuori dai cancelli c'erano i volantinaggi. È così che sono diventato militante. Negli anni '80, non avendo responsabilità famigliari, ho cominciato a vivere da compagno con altri compagni che facevano a loro volta lavoro politico. Quando sono arrivato a Zurigo già ero vaccinato: non ero l'indigeno del paesino che gli alternativi dovevano civilizzare.
Perché s'è messo a fotografare?
Perché era la modalità espressiva più naturale ed istintiva per uno che non ha fatto scuole. E ti dava l'immediatezza di avere subito qualcosa da vedere. Poi mi aveva attirato il mondo dei fotografi militanti, quelli che venivano nei cortei e li vivevano dal di dentro, non facevano tre scatti e scappavano. Erano gente di Lotta continua come Tano D'Amico. In quegli anni la fotografia sociale era spesso legata alla politica.
Che cosa la interessava dei protagonisti della fotografia sociale di quegli anni?
Erano fotografi che avevano un approccio ai loro soggetti che mi piaceva, ti prestavano realmente attenzione: per me che ero un sottoproletario era una goduria poter parlare con loro. A poco a poco una cultura me la sono fatta. Ho i miei idoli, da Josef Koudelka a Henri Cartier-Bresson, fino ai napoletani come Mimmo Jodice e Alessandro Ferrara, e i fotografi del Sud Italia, a cominicare da Enzo Sellerio, e poi Letizia Battaglia e Ferdinando Scianna. Non per fare razzismo al contrario, ma la luce, le scenografie naturali, i volti che trovi al Sud, al Nord non ci sono. Lo dimostrano anche i film del Neorealismo, ma anche Pier Paolo Pasolini.
Si sente influenzato da questi fotografi del sud?
Non mi sento influenzato nel senso che cerco di imitarne lo stile. Però il loro esempio e la pulizia del loro lavoro sono comunque stimolanti. Mi piace pensare che non faccio altro che seguire l'ampia tradizione della fotografia sociale, che ha un grande passato, dignitosissimo. E tutti questi personaggi mi fanno dire di essere in buona compagnia.
Tecnicamente come lavora?
Io ho sempre fotografato su pellicola usando un solo obiettivo, un grandangolare classico 20 mm. È un obiettivo con cui non ti puoi nascondere, ma devi andare vicino al tuo soggetto, starci davanti mentre lo fotografi, entrarci in relazione. Per fotografare col 20 mm devi essere accettato. L'avevo scelto in senso politico, oltre che per avere sulla carta qualcosa attorno al soggetto, che renda l'ambiente, l'atmosfera, il contesto della storia che racconto. Ai professionisti e ai puristi è un obiettivo che non piace, ma non m'interessa. Come autodidatta sono sempre stato massacrato, ma questo mi ha anche permesso di prendermi le mie licenze.
Un'altra licenza che si prende è che non cerca la fotografia formalmente ben costruita, le sue immagini hanno sempre dei tagli particolari.
Però a volte succedono i miracoli. Io l'estetica non la cerco, non la costruisco, ma accade che la natura, l'ambiente, la luce, un raggio di sole creino delle situazioni che in fotografia danno un'estetica che pare studiata a tavolino. E questa estetica non ricercata mi piace, perché è istintiva.
Nelle fotografie di Lampedusa, scattate nel 2008 ed esposte a Lugano, si vede solo il cimitero di barche dei clandestini, ma nessun clandestino in carne e ossa. Come mai?
Io li volevo fotografare, ma sono stato dieci giorni senza vedere una barca che arrivava. Io ho sempre cercato di mettere delle migrazioni a confronto. Per questo volevo a tutti i costi andare a Lampedusa, all'origine di questo fenomeno. Vendendo hamburger sono riuscito a mettermi da parte quasi 2 mila franchi e sono partito. Avevo trovato un alloggio economico ma lontano dalla zona del porto. Il porto era già pieno di giornalisti e fotografi, e a me non andava di stare con loro. Al porto non c'era più una barca, e l'isola era tutta militarizzata. Le barche le avevano fatte sparire dagli occhi. Ho cominciato ad interessarmene, e finalmente una ragazza che lavorava al centro di accoglienza mi disse che sapeva dove le avevano portate e mi ci fece accompagnare. Lontano, in mezzo ad una vasta radura remota trovai questo spettacolo incredibile. Ci passai tre giorni, da solo. È stato per me un momento di grande emozione e di tenerezza.
Accanto alla serie su Lampedusa in mostra c'è anche un ciclo su Napoli e i suoi immigrati del 2003. Come l'ha realizzato?
Mi ero aggregato ad un progetto di inserimento lavorativo nell'agricoltura per chi era senza permesso: 400 euro al mese finanziato dall'Ue. Sono andato in giro con una loro équipe tra Caserta e Napoli, ma principalmente a Piazza Garibaldi, perché è lì che si sono stabiliti. Per fare una storia io ci devo lavorare a lungo. All'inizio tutti scappavano appena vedevano la macchina fotografica perché erano tutti senza permesso. Allora sono rimasto con loro un paio di settimane, e quando hanno cominciato a conoscermi e a fidarsi di me li ho potuti fotografare.
Di Napoli mostra anche la città dei napoletani accanto a quella degli immigrati, in particolare con le catacombe. Perché?
È un omaggio a questa gente che ospita i migranti. Nel passaggio dall'Africa all'Europa, in mezzo c'è Napoli, la mia città. Fino all'inizio del '900 i poveri che non avevano accesso ad un normale cimitero venivano tutti accatastati indistintamente. Questo per dire che Napoli non è Zurigo che ospita gli immigrati, che la loro povertà di napoletanti si confonde con quella dei migranti. Un senegalese a Napoli mi ha detto che gli sembrava di stare a Dakar.

Pubblicato

Venerdì 24 Settembre 2010

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