Cinquant'anni fa, di questi giorni, stanno avviandosi alla conclusione i due maggiori eventi di quel "tumultuoso" 1956 che tanto incise nella storia dei decenni che seguirono. Il 14 novembre cessano i combattimenti in Ungheria fra i rivoltosi e le truppe sovietiche. Il bilancio passato alla storia è di 2500 morti fra gli insorti, oltre 700 fra i soldati sovietici; sono  almeno 300 i funzionari comunisti ungheresi uccisi nei giorni della rivolta e  un migliaio le persone giustiziate nella repressione seguita ai quei tragici eventi; si contano inoltre più di 200.000 esuli, dei quali 14.000 trovano rifugio entro le nostre frontiere.
Sette giorni prima (il 7 novembre) si erano zittite le armi lungo il canale di Suez, con l'accettazione da parte di Israele, Francia e Gran Bretagna del cessate il fuoco imposto dagli Stati Uniti dopo le minacce sovietiche di un proprio intervento a fianco dell'Egitto (vedasi box sotto, ndr.).
Gli eventi ungheresi da una parte sanciscono la divisione in due dell'Europa (sarà chiaro che l'Occidente, che peraltro aveva spinto gli ungheresi alla rivolta, specie con le trasmissioni radiofoniche di "Europa libera", controllata dalla Cia, non sarebbe intervenuto militarmente), dall'altra segnano la prima traumatica frattura all'interno delle forze della sinistra dell'Europa occidentale postbellica e l'inizio di un lento, travagliato distacco dei partiti comunisti dall'Unione Sovietica. Non è un caso che dagli inizi degli anni Sessanta si cominciasse a parlare sempre più insistentemente a proposito del blocco dell'Est di paesi del "socialismo reale", "un termine ambiguo, che implicava o suggeriva che potessero esserci altre e migliori forme di socialismo" (1), per poi approdare dopo un decennio all'Eurocomunismo (peraltro termine coniato da un "non comunista" (2).
Anche la campagna del Sinai voluta da Londra e Parigi, che si avvalsero delle spinte espansionistiche di Israele,  sancì un passaggio epocale: l'esaurimento della forza colonialista di Francia e Gran Bretagna, e il trasferimento, sulla scena mediorientale, dello scontro fra Urss e Usa, risoltosi con l'affermazione di Washington (e di Tel Aviv quale suo braccio armato) quale unica potenza di riferimento.
Se la matrice della rivolta ungherese si deve far risalire al XX Congresso del partito comunista sovietico, quella della guerra del Sinai può essere ricondotta alla guerra d'Algeria. Entrambe si collocano nell'alveo della Guerra fredda.

Kruscev e la denuncia del culto di Stalin
La denuncia del culto di Stalin (morto nel marzo del 1953) fatta da Kruscev al XX Congresso del Pcus (14-25 febbraio 1956) ha effetti dirompenti in tutta l'Europa Orientale. In alcuni paesi, come in Bulgaria, la crisi viene rapidamente superata con la liberazione dei prigionieri politici ancora in vita e la riabilitazione di quelli soppressi. In altri, come in Polonia, il processo è più complicato. Qui è un ex-detenuto, scarcerato dal nuovo corso anti-staliniano, Wladislaw Gomulka, ad assumere il potere introducendo gran parte delle riforme richieste dai dimostranti, intellettuali e operai, e giudicate accettabili da Mosca, ma garantendo nel contempo la permanenza della Polonia nel Patto di Varsavia.
In Ungheria la crisi si presenta molto più difficile, per la sua complessità. Come annota il politologo ungherese Pierre Kende (3) essa fu al contempo nazionale, democratica, d'ispirazione tanto liberale (ceto intellettuale e studentesco) quanto socialista (si vedano i comitati operai costituitisi nelle fabbriche). A Budapest, il nuovo corso, capeggiato da Imre Nagy, opta per il multipartitismo e, cosa agli occhi di Mosca  assai più grave, per l'immediata neutralità con la fuoriuscita dal Patto di Varsavia. Al Cremino  si teme davvero in una rovinosa frattura del blocco orientale e questo mentre quello occidentale si mostra più forte che mai.  Prima di decidersi per l'intervento armato, Kruscev si consulta con tutti gli alleati, a cominciare dai cinesi e dallo stesso maresciallo Tito. E, dicono le cronache, le maggiori insistenze per l'uso della forza vengono proprio da Tito e dall'inviato di Pechino, Liu Shao-chi (4).
Cinquant'anni dopo, se la riproposta degli eventi bellici nel Sinai e delle sue cause scatenanti, che pure ebbero tante conseguenze, non sono andate oltre una rilettura della cronaca di quei giorni, discorso ben diverso è per gli eventi ungheresi.  Generale è stato il coro degli "ex" che, con il "senno del poi" hanno recitato il "mea culpa". E lo hanno fatto con una tale partecipazione da chiedersi se oggi ritengono d'essere stati all'epoca dei ritardati mentali totalmente obnubilati dalla sudditanza ideologia all'Urss.
Eppure la guerra fredda, allora, non era una mera espressione. A Mosca  si temeva l'aggressione dell'"imperialismo capitalista" e in Occidente il "pericolo comunista" era vissuto  come una minaccia quotidiana contro la quale si armavano le varie Gladio, pronte a spianare la strada ai marines in caso di vittoria (anche se con il voto) dei comunisti. Se a Est si erano imposti al potere i partiti comunisti, a Ovest i comunisti ne erano stati espulsi. La guerra era un rischio costante, la contrapposizione, più o meno equilibrata, una speranza di sopravvivenza.
Da una parte e dall'altra si piangevano le proprie vittime e si accusavano i carnefici altrui.
Dimenticarlo o ignorarlo non ha senso.  


1) Hobsbawm "Il secolo breve"
2) Frane Barbieri, giornalista jugoslavo, sul "giornale Nuovo di Montanelli"
3) Liberation 21 ottobre 2006
4) Kruscev in "Kruscev ricorda"; Roy Medvedev in "Ascesa e caduta di Nikita Kruscev"


Pubblicato il 

10.11.06

Edizione cartacea

Nessun articolo correlato