La storia

La naturalizzazione. Più facile a dirsi che a farsi. Chi la banalizza, probabilmente non è mai stato confrontato con questo problema. Ne sa qualcosa Francesca*, nata da genitori italiani domiciliati e cresciuta fino ai 12 anni in Ticino, poi emigrata per motivi indipendenti alla sua volontà.

 

Di formazione accademica nelle lingue, si specializza come traduttrice soggiornando e lavorando in vari paesi del mondo. Rientra in Ticino nel 2009 con un lavoro discretamente retribuito per stabilirsi in quella che considera la sua patria. «Ho l’imprinting svizzero, non c’è nulla da fare» dice Francesca. L’anno successivo avvia la procedura per diventare cittadina elvetica. «Ci vorranno almeno due anni» la informano i funzionari. Fossero stati due anni sarebbe stata felice. S’inizia con la raccolta dei documenti richiesti. Avendo i suoi genitori traslocato in cinque comuni nei suoi primi dodici anni di esistenza, recuperare i certificati di residenza di quattro decenni fa non è facile. Nemmeno ottenere dalla burocrazia italiana il certificato di stato civile è cosa semplice. Riesce comunque a recuperare tutta la documentazione e frequenta il corso consigliato per acquisire la cittadinanza elvetica.

 

Trecento franchi che si aggiungono ai costi dei documenti, alle tasse di avvio di procedura eccetera. Nel 2013 sostiene l’esame per la cittadinanza, superandolo. Sembra quasi fatta. Mancano “solo” la visione dell’incarto da parte del Municipio, la valutazione della Commissione petizioni e, nel caso positivo, il voto finale del Consiglio comunale. La sua pratica invece è ferma al Punto città di Lugano da dicembre 2012. Rimane lì bloccata per un anno, senza reali giustificazioni. Quando nel 2014 Francesca chiede spiegazioni, la motivazione è che manca il suo permesso di dimora originale. Qualche mese prima Francesca lo aveva spedito all’autorità cantonale per notificare il trasloco da un quartiere all’altro di Lugano. Un cambio in vista dell’arrivo del figlio. Da allora il permesso non le è mai stato restituito. Al suo posto, l’Ufficio delle migrazioni le rilascia un foglio sostitutivo, da rinnovare ogni tre mesi. Quando lei chiede spiegazioni, il funzionario di turno le risponde che non può rilasciare dichiarazioni. «Sul mio caso! Assurdo» commenta Francesca. Mentre il permesso è sospeso nel limbo da due anni, la vita reale fa il suo corso. Francesca diventa mamma e il suo bimbo acquista la cittadinanza svizzera dal padre. Il rapporto tra i genitori poi s’incrina e Francesca può beneficiare degli assegni integrativi e di prima infanzia. Misure particolarmente valide per una mamma single che decide di dedicarsi al suo piccolo, accantonando il proprio lavoro. A gennaio però la brutta notizia: gli assegni sono stati soppressi dal Gran Consiglio a dicembre.


Da un giorno all’altro, quei preziosi assegni familiari sono cancellati. Tre mesi dopo il Cantone corregge il tiro e comprende il diritto anche ai permessi B purché abbiano vissuto in Svizzera da otto anni ininterrotti. Francesca, essendo rientrata in Svizzera da sette anni, ne avrà diritto solo dal prossimo anno. Oggi però lei e suo figlio si trovano in seria difficoltà e la scelta tra accudire il piccolo o lavorare a tempo pieno diventa una necessità, sacrificando quello che finora era un diritto di ogni madre nei primi tre anni di vita dei figli. Su di loro grava pure la minaccia di espulsione dell’Ufficio della Migrazione. Tutto ciò mentre la sua procedura di naturalizzazione è bloccata da oltre tre anni perché l’autorità cantonale non le riconsegna il permesso originale. Senza spiegazioni. Amareggiata, Francesca conclude: «Sono nata e cresciuta in Svizzera e la riconosco come la mia patria, ma devo anche riconoscere che in nessun altro Paese dove ho vissuto mi sono sentita e mi hanno fatta sentire “straniera” come nella mia terra».

 

*nome di fantasia; l’ identità è nota alla redazione

Pubblicato il 

20.04.16..
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