Non c’è parola più evocativa, più capace di suscitare affetto e solidarietà come “contadini di montagna”. A uno di essi però, intervistato recentemente alla radio, è scappato detto «Noi imprenditori di montagna»: sarà stato l’inconscio represso venuto a galla, o il desiderio di sottrarsi al politicamente corretto, o semplicemente un lapsus. Sia come sia, i due termini non sono affatto sinonimi, ma l’espressione di due retoriche fra loro inconciliabili.


Nel numero del 24 febbraio 1962 L’Agricoltore Ticinese informava che le questure italiane non concedevano il passaporto per espatriare ai “garzoni contadini” intenzionati a venire a lavorare in Svizzera se non fossero già in possesso di un contratto di lavoro che fissasse un salario mensile di almeno 280 franchi. «Questo non è certo simpatico nei confronti del nostro paese» commentava il quindicinale dei contadini, che consigliava a quei giovani di non passare attraverso le questure, ma di venire da noi con la sola carta d’identità, come turisti.
Nel 1964 il salario minimo netto degli stagionali alle dipendenze dei contadini passò a 300 franchi mensili. Nel 1982 venne fissato a 940 franchi. E via via andò aumentando, si fa per dire, fino ad arrivare, nel 1986, a 1.035 franchi. In quel periodo intanto era finito il flusso dall’Italia ed era incominciato quello dal Portogallo e dalla Iugoslavia.


Queste le condizioni per i nuovi stagionali, a parte il salario di cui si è detto (che comprendeva anche l’alloggio, il vitto e il servizio di biancheria): dovevano arrivare non individualmente ma a gruppi organizzati dai rispettivi governi, dal Portogallo in aereo a Zurigo, dalla Iugoslavia in treno a Buchs; le spese di viaggio erano dedotte dallo stipendio; durata giornaliera del lavoro, senza la pausa per il pasto, 11 ore per i mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre, 10 ore negli altri mesi; ore straordinarie, per un massimo di 30 mensili, pagate forfettariamente 260 franchi. Come si vede, anche prima dell’introduzione della libera circolazione della manodopera, in Europa la manodopera circolava, ma non era libera. In Belgio, per dire, nel 1956, l’anno della tragedia di Marcinelle, sui 142.000 minatori di quel paese 63.000 erano stranieri di cui 44.000 italiani, concessi dal governo della vicina Penisola al Belgio in cambio di carbone a prezzo di favore.


Ma torniamo ai contadini. Nel 1939 il latte veniva loro pagato 33 centesimi al litro. Nel 1966 il prezzo si aggirava intorno ai 70 centesimi (va considerato che fino circa agli anni Sessanta il prezzo al produttore e quello al consumatore quasi coincidevano, essendo la vendita praticamente diretta).
Oggi il prezzo del latte pagato ai contadini è ridisceso intorno ai 49 centesimi, mentre i costi di produzione sono aumentati. Il che significa: cari contadini-imprenditori di pianura o di montagna, potete chiudere, non ci servite più, perché il latte e il formaggio potrebbero arrivare a prezzi concorrenziali dalla Germania e dagli altri paesi dell’Unione Europea, che hanno a disposizione manodopera a basso costo, come del resto avete sempre cercato di fare voi: vi siete accorti troppo tardi che i salari bassi sono la rovina dell’economia. Vi concediamo però di continuare con il folclore, andate pure avanti con la fiera di San Martino, quella di San Provino e il Primo Agosto in fattoria, vedete di cavarvela con il chilometro zero e l’agriturismo, e intanto guardatevi un po’ attorno nel caso che a qualche investitore interessino i vostri terreni.

Pubblicato il 

20.05.15..
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