Ci sono voluti un terremoto, uno tsunami devastante, una nube radioattiva e quasi 30 mila vittime in Giappone, per allentare la presa del governo italiano sul nucleare. Quella che qualche settimana fa, molti media accondiscendenti e ancor più politici sfoggiavano come l'unica soluzione possibile per sostenere il fabbisogno energetico dell'Italia, è stata trasformata in poche ore, l'11 marzo scorso, in un grosso boomerang andato a sbattere contro molti sorrisi radiosi.

I fatti di Fukushima e la conseguente reazione a catena che ha percorso come una scarica elettrica i vertici di buona parte dei governi europei, a partire da Berlino, hanno imposto a ciascun cittadino un momento di riflessione sulla reale validità della soluzione nucleare in Italia. Mentre governatori possibilisti ribadivano il proprio "si" al nucleare, "però lontano" dalla loro regione, dopo la moratoria di 12 mesi decisa dal governo, nel Belpaese riemerge dal limbo il fronte delle fonti rinnovabili. Risorse disponibili liberamente in natura, come il sole, il vento e per ora anche l'acqua, che si rigenerano nell'ambiente rendendo possibile il loro sfruttamento per produrre energia elettrica. Pulita per giunta! Un'alternativa certa al rapido esaurimento delle risorse fossili costituite da gas, carbone e petrolio, ancora largamente impiegate per la produzione di energia, al prezzo di un pesante assoggettamento a fattori esterni quali fluttuazioni di mercato, rubinetti chiusi dall'oggi al domani o guerre. Se non bastasse, in aggiunta al conto imposto ai cittadini con il perseverare sulla strada delle "esauribili", vanno conteggiati i danni ambientali e le emissioni inquinanti, in particolare di Co2.
Nel corso degli ultimi 4 anni, l'Italia è stata protagonista di una crescita incredibile nel campo delle rinnovabili, in particolare del fotovoltaico, che sfrutta l'irradiazione solare per produrre energia elettrica da immettere nella rete nazionale. Grazie agli incentivi pubblici introdotti dal governo (anche se in ritardo rispetto agli altri Paesi europei), noti come Conto Energia, è stato favorito l'accesso per tutti i cittadini ad una tecnologia democratica, in grado di coprire i consumi di famiglie e aziende originando elettricità in modo autonomo. In aggiunta, un regime incentivante particolarmente favorevole, ha attirato l'attenzione di molti risparmiatori e fondi di investimento stranieri, i quali hanno scelto di impegnare i propri capitali sui terreni soleggiati dell'Italia, creando ulteriori opportunità di sviluppo per le aziende nazionali, tanto al Sud quanto al Nord. Il risultato? È stato reso noto dalle associazioni di categoria e dai rappresentati sindacali del settore, per i quali, dati alla mano, nel biennio 2009/2010, solo il fotovoltaico ha creato 20 mila nuovi posti di lavoro. Trend ripreso con lo stesso impeto a gennaio 2011. Non è un caso che il solare sia il settore che più di tutti in Italia ha trainato la ripresa dell'economia in tempi di crisi, valutato in 2 punti percentuali sul Pil, rendendosi protagonista di una crescita inesorabile, attuata soprattutto da giovani, visto che l'età media degli operatori non supera i 32 anni.    
Il sogno delle energie pulite, però, è stato bruscamente interrotto poche settimane fa, trascinando un mercato ricco di opportunità e in piena crescita, in un vortice che sta lentamente ingoiando migliaia di aziende, di piccole, medie e grandi dimensioni. Ad arrestare il business delle rinnovabili non sono stati competitor stranieri, crisi di settore o l'esaurimento della domanda, ma un decreto voluto dal governo italiano, noto come Decreto Romani, che in pratica ha imposto il blocco del Terzo Conto Energia. Uno stop retroattivo, che viola il principio di legittimo affidamento nella certezza del diritto, introducendo ambiguità sugli iter autorizzativi e sul quadro incentivante, che di fatto hanno congelato il mercato, mettendo a rischio investimenti per 1 miliardo di euro già attuati dalle aziende. Tradotto in termini pratici, gli stessi usati dalle organizzazioni sindacali che in queste settimane stanno facendo sistema, il Decreto Romani ha "condannato a morte" il mondo delle rinnovabili, mettendo a rischio nel breve 150 mila posti di lavoro.
La rabbia degli operatori non si è fatta attendere, e quasi quotidianamente dal Sud al Nord del-
l'Italia vengono organizzate manifestazioni di protesta davanti alle sedi di regioni, province e comuni, che vedono operai, installatori e manager fianco a fianco per chiedere un passo indietro al governo e la riabilitazione del regime incentivante in vigore ad inizio anno. La mobilitazione si è poi spostata dalle piazze italiane al cospetto della Commissione Europea, dove 1'500 aziende hanno presentato ricorso contro il decreto voluto dal ministro dell'Economia. Uno dei momenti più intensi della sollevazione pro rinnovabili, si è avuto giovedì 10 marzo, quando operatori di settore giunti da tutta Italia si sono riuniti al Teatro Quirino di Roma, lanciando un primo segnale del proprio sdegno. Alla presenza del leader del Pd Bersani, e di molti altri politici di destra e sinistra, sono state ascoltate le testimonianze di imprenditori e operai direttamente colpiti dal decreto, tutti consapevoli che il perdurare dell'attuale situazione di incertezza lascerebbe spazio ad un solo scenario: la chiusura delle aziende e la perdita del posto di lavoro.
Eloquenti anche alcune considerazioni sorte spontanee all'indomani del decreto, quando il governo, con il ministro Romani in prima fila, ha ripreso i propri sermoni sull'importanza del nucleare, tecnologia che secondo i piani, prima della tragedia del Giappone, a partire dal 2020 avrebbe dovuto entrare a regime nel Paese. Non fosse che negli ultimi 18 mesi l'Italia ha visto sorgere impianti fotovoltaici in grado di produrre quanto una centrale nucleare. Se la matematica non è un'opinione, andando avanti su questa linea, da qui al 2020 il sole avrebbe donato energia pari ad altre 8 centrali, rendendo di fatto inutile il ricorso a reattori, uranio ecc. Scenario che, dicono i sostenitori delle energie pulite e gli anti-nuclearisti, non piace affatto alle oligarchie che da anni stanno investendo nel nucleare in Italia, anche attraverso la creazione di potenti lobby, capaci non solo di manipolare l'informazione, come emerso in modo palese negli ultimi mesi, ma anche di ottenere, quando necessario, decreti urgenti che tutelino il business del futuro. Poco importa se si devono sacrificare 150 mila posti di lavoro.

Pubblicato il 

01.04.11..

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