Zouhir e suo figlio erano venditori d'acqua. Il 17 novembre 2012, nonostante i raid israeliani, hanno deciso di distribuire acqua gratuitamente per le vie di Gaza a chi ne avesse bisogno. «Mahmoud voleva assistere suo padre. Il mio vicino e suo figlio sono stati uccisi in un bombardamento pomeridiano nel nord della Striscia», racconta Ahmed, giovane venditore ambulante. Le rovine di case distrutte dai raid israeliani sono la quotidianità a Gaza. «I bambini sono così abituati a vivere tra le bombe che alle richieste dei genitori di tornare a casa rispondono: rientreremo solo quando i bombardamenti si avvicinano», spiega Mirwat, insegnante elementare di Gaza City.
Ma lentamente si sta tornando alla normalità anche nella Striscia. Le scuole, incluse le 245 gestite dall'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (Unrwa), sono di nuovo aperte. Per giorni sono proseguite le ispezioni dei tecnici per accertare la presenza di ordigni inesplosi nelle adiacenze delle scuole di Gaza, per ripulire le classi da macerie e vetri andati in frantumi durante gli attacchi. «Ci raccoglievamo in appartamenti lontani dai palazzi delle istituzioni, dalle sedi di Hamas e dalle moschee, con la speranza di non essere colpiti», racconta Khaled, allievo di una scuola media gestita dall'Unrwa, ancora scosso dai bombardamenti.
Tuttavia, la sera del 29 novembre, è scoppiata la festa tra le strade e le rovine di Gaza per la vittoria palestinese alle Nazioni Unite. Mohammed Abbas, presidente dell'Anp, ha ottenuto l'adesione all'Assemblea generale dello Stato palestinese come osservatore. È stato accolto nei Territori come un eroe. Le bandiere verdi di Hamas, quelle gialle di Fatah e le rosse dei movimenti di sinistra sventolavano insieme, a Ramallah e Gaza. È la prima volta dal 2007, anno in cui Hamas è al governo, che Fatah, movimento politico del presidente Mohammed Abbas, partecipa ad una manifestazione insieme agli islamisti in questo lembo di terra.
Ma gli otto giorni di bombardamenti israeliani della fine di novembre, l'operazione Pilastro di difesa, non sono ancora un ricordo. Non solo per le decine di vittime e le centinaia di feriti, ma le vite di bambini e lavoratori, già martoriati dall'assedio permanente, sono state messe in ginocchio. A Gaza, non ci sono sirene o allarmi che avvisino gli abitanti dell'imminenza di un attacco. «Viviamo in un quartiere dove ci sono le sedi di Hamas, ho quattro bambini. Mio figlio Yasin, 11 anni, ha smesso di parlare e le cure mediche non hanno ancora avuto effetto», ammette Tariq, operaio di Zaitoun. 
Non solo, oltre i due terzi dei tunnel, ad uso commerciale, del valico di Rafah che collega Gaza con l'Egitto, sono stati parzialmente o totalmente distrutti dai bombardamenti. Mentre il passaggio di Kerem Shalom è stato appena riaperto agli stessi ritmi precedenti l'attacco. E poi, nonostante la tregua siglata al Cairo il 21 novembre scorso, nei cieli di Gaza City vengono lanciati ancora centinaia di volantini dell'aviazione israeliana nei quartieri di Beit Lahia, Beit Hanouna, Jabalia, Tel el-Hawa che diffondono paura, chiedendo lo spostamento degli abitanti all'interno della Striscia. Oppure minacciano di estendere le no-go zone, aree soprattutto nei dintorni delle mura ai confini con Israele, dove gli abitanti di Gaza non possono mettere piede.
Dal 2007, l'assedio e l'isolamento della Striscia sono diventati insostenibili per i lavoratori palestinesi. È sempre più complicato raggiungere la Cisgiordania e sono necessari permessi per ogni viaggio fuori dalla Striscia. I settori dove gli abitanti di Gaza trovano principalmente impiego vanno dall'amministrazione pubblica israeliana, agli uffici delle Nazioni Unite all'interno dei campi profughi e alle forze di sicurezza palestinesi (polizia, vigili, guardia nazionale e servizi segreti). Operai e contadini lavorano in Israele per salari due volte più alti di quelli di Gaza. Tuttavia, per ricevere un permesso di lavoro un palestinese di Gaza deve avere 35 anni, essere sposato con almeno un figlio. Solo nel settore agricolo è permesso anche ai più giovani di lavorare.
I già gravi limiti alla mobilità dei lavoratori sono peggiorati in seguito all'attacco dello scorso novembre. La polizia israeliana ha ordinato a decine di palestinesi di scendere da bus israeliani sulla strada che conduce a Tel Aviv. Secondo la stampa locale, il ministero dei trasporti israeliano avrebbe in progetto di creare servizi di trasporto solo per palestinesi in seguito alle richieste avanzate da alcuni coloni. Nelle ultime settimane, alterchi e tafferugli tra passeggeri palestinesi e israeliani sono scoppiati quotidianamente all'interno dei bus. I provvedimenti sono collegati al timore delle forze di sicurezza israeliane di un incremento di attacchi contro civili dopo l'attentato di Tel Aviv dello scorso 21 novembre. Tuttavia, la confederazione sindacale palestinese (Pgftu) ha definito il provvedimento come una «decisione che crea discriminazioni in base alla nazionalità».
Con la fine dei bombardamenti, muratori e operai si sono di nuovo assembrati intorno alla barriera al valico di Erez. Ma insieme a loro, sono tornate anche le notizie di spari su operai che raccolgono calcinacci da riciclare. Sono ripresi anche i piccoli assembramenti di contadini che chiedono la sicurezza dei loro campi, di poter esportare frutta e verdura verso Israele. Molti di loro denunciano casi di contadini palestinesi feriti e centinaia di alberi di olivo distrutti dai coloni israeliani in attacchi mirati con danni ai loro campi. Tutto questo avviene in un contesto di altissima densità abitativa, in cui lo stato non ha legittimità e i diritti di proprietà sono incerti. Mentre Israele, ma anche l'Egitto, per decenni hanno controllato e ritardato il processo di nation building. Nonostante ciò, il tessuto di sindacati e ong, laici e islamici, che operano a Gaza City è vivo e in costante crescita. Anche i centri, gestiti da Hamas, tentano di favorire il rinnovamento della società civile locale. La gente di Gaza non si arrende.

Pubblicato il 

07.12.12..

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