Italia

Il pesce piccolo si è mangiato il pesce grosso, fino all’ultima lisca. È un paradosso che esiste in natura, basti pensare ai serpenti capaci di ingoiare e digerire animali più grandi di loro. Lo stesso può capitare in economia, ed è capitato con l’acquisto della terza delle big dell’automobile made in Usa da parte della piccola Fiat, guidata da uno dei più abili e spregiudicati manager sul mercato degli imbrogli finanziari: Sergio Marchionne, nato in provincia di Chieti ma con mentalità americana, in tasca il passaporto italiano e quello canadese mentre le tasse le paga in Svizzera dove risulta residente e dove talvolta si schianta distruggendo una Ferrari nuova di zecca ma non le sue sterminate ambizioni.

 

Con l’acquisto dell’ultima quota di Chrysler in mano al fondo sindacale Veba – il residuo 41% – ora la Fiat è proprietaria del 100% del prestigioso marchio statunitense con un esborso teorico di 4,3 miliardi di dollari, dei quali solo 1,750 in conto Fiat mentre il resto uscirà, a rate, dai dividendi della stessa Chrysler. È la conclusione del capolavoro di Marchionne che si era lanciato con successo nel salvataggio della Chrysler, precipitata dalla crisi in un fallimento clamoroso e passata in mano al governo americano che ci ha messo i soldi (7,5 miliardi di dollari). Barak Obama ha trovato in Marchionne l’interlocutore a cui passare la patata bollente, ponendo condizioni non trattabili, prima tra tutte il trasferimento in Chrysler del know how, della ricerca e dell’innovazione tecnologica necessarie alla produzione di propulsori a basso impatto ambientale. Marchionne ha mantenuto le promesse a Obama tirando Chrysler fuori dalle secche e restituendo al governo Usa i 7,5 miliardi di dollari.


Per far questo, in piena crisi economica, il manager italo-elvetico-canadese ha svuotato la Fiat del suoi valori aggiunti, ricerca e ricercatori, ha dirottato gli investimenti oltre Atlantico, lasciando deperire i marchi italiani. Dei 20 miliardi di investimenti previsti in Italia ne ha effettivamente messi in campo un paio, a Grugliasco per la Maserati e a Pomigliano per la Panda; ha rinunciato a sfornare nuovi modelli per i mercati italiano e europeo perdendo per anni quote; ha chiuso tre stabilimenti (automobilistico a Termini Imerese, della Cnh in Emilia, di autobus ad Avellino); ha più che dimezzato i dipendenti di Pomigliano mentre a Mirafiori si lavora tre giorni al mese; invece di 1,4 milioni di vetture all’anno promesse dal piano, ne costruisce in Italia appena un quarto, 370 mila (dati 2013).


Ha fatto di più, Marchionne: ha cancellato il contratto collettivo di lavoro, è uscito da Confindustria, ha imposto ai sindacati “accordi” capestro all’americana, con tanto di divieto di sciopero (il capo del sindacato americano, al termine della trattativa con Fiat, aveva detto a Marchionne: “Lei cancella un secolo di conquiste operaie”). Al supermanager che ha ridato vita e dividendi alla famiglia Agnelli piace l’America dell’iperflessibilità in uscita senza lacci e lacciuoli sociali, quell’America in cui per mangiarsi un gigante fallito ha potuto trattare non con i creditori, bensì con lo Stato. Per questo ha accettato di presentare a Obama, e al sindacato dell’auto co-proprietario dell’azienda, un piano industriale preciso, nel rispetto delle condizioni poste dal governo Usa, mentre in Italia al massimo Marchionne è disposto a parlare di futuro con la stampa. Del resto, storicamente i governi italiani non hanno mai posto condizioni alla Fiat, limitandosi ad aprire i cordoni della borsa.

 

E i sindacati, con l’eccezione della Fiom espulsa dalle fabbriche Fiat per non aver firmato il contratto-ricatto, hanno bevuto tutto, con la stessa faccia tosta con cui i politici si bevevano le balle di Berlusconi su Ruby figlia di Mubarak. Ci sono volute sentenze su sentenze e, infine, quella della Corte costituzionale per costringere Marchionne a riammettere la Fiom nei suoi stabilimenti, ma a tutt’oggi le ordinanze della magistratura sono in gran parte disattese. Per esempio, la Fiat è costretta a trattare anche con la Fiom per il rinnovo del contratto, ma il sindacato di Landini è ricevuto separatamente rispetto ai sindacati “amici”.


Colpisce come, in piena era liberista, nel cuore del liberismo, negli USA, lo Stato si metta al di sopra del mercato e degli spiriti animali del capitalismo diventando proprietario di un gigante industriale, mentre in Italia l’intervento pubblico in economia viene considerato una bestemmia, persino da parte di chi si dichiara di centrosinistra, lo stesso centrosinistra che mette la governabilità al primo posto, prima della democrazia.
Dalla stampa ora si apprende che Marchionne intende mollare il settore medio-basso su cui la Fiat è vissuta per un secolo per puntare sulla fascia Premium, Alfa Romeo e Maserati, più ovviamente Ferrari. Di vetture piccole resteranno solo la Cinquecento che si fa a Tychy in Polonia e la Panda a Pomigliano.

 

Macchine con più valore aggiunto e meno occupazione, molta di meno. Che ne sarà dei residuali 30.000 dipendenti italiani dell’auto Fiat? Le altre domande per ora rimaste senza risposta ufficiale sono: dove sarà costituita la nuova società Chrysler-Fiat, e dove pagherà le tasse? Dove sarà quotata? Dove sarà la direzione? Marchionne si limita a dire: conta poco (alla faccia), ma è più probabile che andremo dove sono i soldi. Cioè a Wall Street il titolo, forse nel Michigan, a Detroit, mentre la società potrebbe essere fintamente costituita in Olanda, paese caro a Marchionne per la sua ospitalità nei confronti dei padroni.


Prima o poi, il supermanager ce lo farà sapere e il governo italiano sarà informato dai giornali. Intanto però, un operaio della Chrysler vedendo passare una Ferrari potrà dire: questa macchina la facciamo noi. Parola di Marchionne, che ha riempito la Fiat di debiti e ha già pronto un progetto di convertendo con i banchieri amici.

Pubblicato il 

23.01.14..

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