Venezuela

Il Venezuela danza sull’orlo del baratro. C’è chi evoca analogie sinistre con il Cile allendista del ’73 o con il Nicaragua sandinista del ’90. Probabilmente esagerate le prime, se non altro perché i militari venezuelani – maneggiati con cura dall’ex-colonnello Hugo Chávez – sono stati (finora) il baluardo armato della “rivoluzione bolivariana”. Probabilmente meno infondate le seconde perché i richiami con la disfatta sandinista nelle elezioni del ’90, risultato di una guerra sporca del reaganismo imperiale che voleva impedire “un’altra Cuba”, sono forti. Poi, nel 2007, Daniel Ortega riuscì a rivincere le elezioni, ma “il sandinismo” era ormai morto e sepolto.


Anche il chavismo, dopo il tracollo elettorale del 6 dicembre, è morto? Il deprofundis non viene solo dalla classica (e classista) opposizione anti-chavista interna, divenuta ora maggioranza assoluta in parlamento dopo 17 anni , e dalla destra internazionale che esulta, con in testa i soliti Vargas Llosa e Felipe González, per la liberazione “dal giogo chavista”. Anche nella sinistra politica e intellettuale venezuelana sono sempre più vasti i settori critici – spesso chavisti delusi, come Jorge Giordani, ex ministro del Poder Popular – con il governo di Nicolás Maduro e Diosdado Cabello, e la gestione del Partito Socialista Unito del Venezuela.
Maduro, dopo aver negato per due anni la gravità della crisi, ha incolpato “la guerra” di cui la rivoluzione è vittima da parte di Washington e della destra “golpista” interna.


La guerra c’è stata. Il crollo dei prezzi petroliferi è stato un colpo devastante che ha di certo anche un risvolto punitivo contro paesi indocili come la Russia di Putin e il Venezuela chavista. Il Venezuela, con un prezzo che in gennaio era di 21.63 dollari al barile, ha perso il 70-80% delle sue entrate in divisa. Corruzione, spreco, ladrocinio, fuga di capitali, avidità della vecchia borghesia “parassitaria” e della nuova “boli-borghesia”, burocrazia, inefficienza, oscure manovre sui cambi hanno portato la situazione al limite di rottura. Nel 2015 economia caduta dell’8%, inflazione al 275% e prevista al 720% nel 2016. Iperinflazione alle porte e voci di default sul debito estero. Non ci sono soldi per i programmi sociali e le “missioni bolivariane” e neanche per la produzione e l’importazione di alimenti e medicinali. Penuria, code, insicurezza, rabbia, frustrazione, emergenza economica, alimentare, umanitaria.


Il chavismo dal 2012 al 2015 ha perso 2,5 milioni di voti, andati al Mud, il Tavolo di Unità Democratica, la eterogenea coalizione di una trentina di partiti, molto diversi fra loro, dai “socialdemocratici” alla destra liberista, e con obiettivi diversi.


Non è stata l’opposizione ad aver conquistato quei voti ma il governo Maduro-Cabello-Psuv ad averli persi. Un voto di castigo inferto da un corpo sociale che tuttavia non vuole rinunciare alle conquiste degli anni d’oro del chavismo (quando il barile era sui 100-150 dollari). Se è vero che Maduro ha un gradimento intorno al 20%, quello di Chávez è sempre oltre il 50% e l’opposizione non ha (ancora?) un leader credibile.
La crisi globale e la crisi venezuelana hanno messo in luce i limiti del chavismo e, pur con tutti i suoi meriti, dello stesso Chávez: l’incapacità di formare ed esprimere un erede politico credibile e di impiantare un modello produttivo che andasse oltre il petrolio. Maduro cerca di consolarsi e parla di “opportunità” per “un nuovo modello produttivo”. Di cui però neanche prima c’era traccia. Il Venezuela rischia la paralisi politica con i due poteri contrapposti – governo e parlamento – che si delegittimano a vicenda.


Il primo obiettivo del nuovo parlamento insediato a inizio febbraio è costringere Maduro, subentrato nell’aprile 2013 alla morte di Chávez, a lasciare la presidenza “entro 6 mesi”. In un modo o nell’altro.
I rischi del muro-contro-muro ci sono tutti. Rischi politici ma anche di uno scoppio sociale violento. Come fu quello del “Caracazo” dell’89, contro le misure di austerità imposte dal Fondo monetario internazionale al presidente socialdemocratico Carlos Andrés Pérez, che fu il brodo di coltura del chavismo. Maduro giura che i programmi sociali non si toccano, ma la drammaticità della situazione economico-finanziaria rende difficile evitare misure di aggiustamento e austerità dolorosissime per un paese già allo stremo. Chi se ne farà carico, il governo chavista, se resterà in carica, o l’opposizione anti-chavista, se dopo il parlamento conquisterà anche il palazzo presidenziale di Miraflores?

Pubblicato il 

17.02.16..
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